Ma con dannosa imprudenza, strapazzati da' Nobili alcuni di que' della plebe, e con peggior consiglio il giorno susseguente essendosi diminuito il peso del pane, si risvegliò il tumulto con tanto furore, che disotterrato il cadavere dell'ucciso e preso il teschio, unendolo al busto, fu esposto con lumi accesi nella Chiesa del Carmine, nè sarebbe cessato il concorso del popolo e la curiosità di vederlo, se con solennissime e regali esequie, a guisa di Capitan Generale non fosse stato sepolto; ed immantenente fu occupato dal Popolo il torrione del Carmine, e presi altri siti opportuni per dominar il Porto, ed opporsi alle batterie de' Castelli.

Il Duca d'Arcos ritiratosi in Castel Nuovo, lo trovò sguarnito d'ogni cosa, e così erano tutti gli altri poichè per accudire a' bisogni lontani, avevano i Vicerè indebolito il freno della città, e la custodia del Regno. Mancava il denaro, niuno osava più esiger le rendite, e tutti con pari licenza ricusavano di pagare l'imposte. Le milizie erano già state spedite a Milano, ed alcuni pochi fanti chiamati dalle province, furono da' popolari per cammino battuti e sbandati. Dilatandosi poi per lo Regno la fama de' successi della città, siccom'erano per tutto universali le cagioni, così non furono dispari gli avvenimenti; poichè in ogni luogo, scosso il giogo delle gabelle, e sollevandosi il Popolo contra l'insolenza de' Baroni, si riempirono le province di tumulti e di stragi.

Fu perciò costretto il Vicerè a' 7 di settembre a giurare un altro accordo più indegno del primo.

(Questa seconda Capitolazione contenente 52 articoli è stata anche impressa da Lunig, e si legge Tom. 2 pag. 1374).

Ma il Popolo sempre temendo, ed il Duca niente dissimulando, non ebbe più lunghi periodi la calma. Passandosi adunque, come suole accadere, dal tumulto alla ribellione, dimandavano i popolari al Vicerè i Castelli, e non volendo egli dargli, si venne all'attacco. Egli è certo, che se allora quella gente infuriata avesse avuto un corpo di ben disciplinate milizie, ed un Capo sperimentato e fedele, avrebbe espugnati i Castelli, e quindi discacciati gli Spagnuoli dal Regno. Ma dal Popolo abborrendosi il nome di soccorso straniero, e coll'oggetto di libertà immaginaria tendendo a più misera servitù, fu scelto (essendosene scusato Carlo della Gatta) per Capitan Generale Francesco Toraldo Principe di Massa, che n'accettò il carico di concerto col Vicerè. Egli ritardando con apparenza di meglio assicurarsi gli attacchi, e con errori volontarj e mendicate dilazioni, guastando ogni cosa, non potè finalmente a tanti occhi occultare l'inganno: onde imputato d'intelligenza con gli Spagnuoli, con miserabile supplicio dalla plebe arrabbiata fu trucidato.

CAPITOLO III. Venuta di D. Giovanni d'Austria figliuolo naturale del Re; che inasprisce maggiormente i sollevati, i quali da tumulti passano a manifesta ribellione. Fa che il Duca d'Arcos gli ceda il Governo del Regno, credendo con ciò sedar le rivolte. Parte il Duca, ma quelle vie più s'accrescono.

Gli avvisi intanto pervenuti alla Corte di Spagna di questi successi, sollecitarono la partenza dell'armata navale, sopra la quale imbarcossi D. Giovanni d'Austria, figliuolo naturale del Re, con titolo di Generalissimo del mare, e con ampio potere sopra gli affari del Regno, giovane di 18 anni, ben fatto di sua persona, che accoppiava alla gentilezza e soavità dei costumi un giudizio maturo; giunse l'armata, e diede fondo nella spiaggia di S. Lucia nel primo giorno d'ottobre. Si componeva ella di 22 Galee e 40 Navi, ragguardevoli per lo numero e per la grandezza, ma poco meno, che sguarnite di munizioni, e con soli quattromila soldati; e pure era stimata da' Spagnuoli il presidio della Monarchia, perchè era destinata a frenar i due Regni fluttuanti, soccorrere l'Italia e riscuotere Portolongone e Piombino dalle mani de' Franzesi. Questa non tantosto approdò, che il Vicerè, contra il parere del Consiglio Collaterale, che sentiva di introdurre col negozio la quiete, indusse D. Giovanni ad usare la forza.

Amaramente vedeva questo giovane Principe, partito di Spagna coll'impressione datagli da' suoi adulatori, di vincere con la sola presenza, che così vil plebe ancora osasse tenere in mano le armi, e volesse capitolare del pari. Il Vicerè per gli scorsi pericoli e per gli affronti patiti, desideroso di vendicarsi, figurava tutto facile e piano. Fu pertanto da D. Giovanni fatto sapere al Popolo, che consegnasse le armi, e ciò negato, come si prevedeva, sbarcati tremila fanti, e da essi presi i posti più alti ed opportuni, cominciarono i Castelli e l'armata indistintamente a percuotere da ogni parte, con incessante tempesta di cannonate la città. Ciò, benchè nel principio alquanto atterrisse, fu però tanto lontano che domasse il Popolo, che anzi i Tempj ed i Palazzi si danneggiavano indistintamente i colpevoli, ed i fedeli; ma in sì vasta città non per tutto arrivavano i colpi, nè oltre lo strepito e le ruine, apportavano altre notabili offese. All'incontro i mantici della ribellione infiammavano gli animi contro gli Spagnuoli, notandoli di mancatori di fede, e che il Re Filippo avea inviato il figlio, acciocchè portasse più possenti i fulmini del suo sdegno, e che amava più tosto di perder Napoli, con esempio atroce di crudeltà e di vendetta, che conservarla con moderato ed indulgente imperio.

(Furono emanati dal Popolo per questa irruzione de' Spagnuoli due editti, uno a' 15 ottobre, l'altro nel giorno seguente 16, per cui si aboliscono affatto tutte le gabelle, si proibisce a tutti i Baroni e Titolati d'unirsi in comitiva di gente, e s'offeriscono taglioni di più migliaja di ducati ed indulti generali a chi ammazzasse il Duca di Maddaloni, D. Giuseppe Mastrillo, Lucio Sanfelice, il Duca di Siano, e li figli di Francesco Antonio Muscettola. Nel giorno 17 si pubblica un Manifesto, nel quale il popolo espone l'infrazione fatta da' Spagnuoli agli articoli accordati, e le crudeltà da' medesimi praticate, onde s'invitano il Papa, l'Imperadore, tutti i Re, Repubbliche e Principi a prestar lor ajuto e favore. Si leggono i due Editti ed il Manifesto presso Lunig[33]).

Poco ci volle per confermare con la disperazione del perdono nella contumacia i sollevati: anzi per indurvi i più quieti, mentre il danno e l'offesa era comune, s'animavano tutti con odio estremo alla resistenza.