Ripartita perciò la difesa, fortificati i posti, cavate armi, e cannoni dagli Arsenali, per tutto mostravansi, con risoluzione ostinata, di voler difendere se stessi e la patria. S'avvidero presto gli Spagnuoli esser vano ogni sforzo di vincere col timore una città sì grande, piena di Popolo furibondo ed armato. Mancarono loro inoltre presto la polvere e i bastimenti, onde convennero rallentare le batterie, ad allontanare le navi, rendendo più audace il popolo col dimostrarsi impotenti. Nè vi fu caso enorme, in cui licenziosamente la plebe non trascorresse. Nel patibolo del Toraldo, pareva che fosse stato affisso un decreto d'odio perpetuo contro la Nobiltà; e nelle conventicole non s'udiva altro, che disperati consigli, e concetti rabbiosi contro i Nobili.

Si venne infine ad abbattere le riverite insegne del Re, ed a calpestare i suol Ritratti, sino a quell'ora, si può dire, adorati; e la città di Napoli assunse titolo di Repubblica. Non si può dire quanto di tal nome nel principio esultasse la plebe fastosa, quantunque pochi credessero dover essere lunga la forma del suo reggimento. Non vi è Popolo della libertà più cupido del Napoletano, e che altresì men capace ne sia, mobile ne' costumi, incostante negli affetti, volubile nei pensieri, che odia il presente, e con sregolate passioni, o troppo teme, o troppo spera nell'avvenire. Per la morte del Toraldo, s'intruse un tal Gennaro Annese nel Generalato dell'armi, uomo di profession militare, ma d'abbietti natali, accorto però, e niente meno sagace architetto di frodi, che ardito esecutore di scelleratezze.

In questo stato di cose, non mancarono i confidenti della Corona di Francia di andar spargendo tra il popolo, che per mantenersi in quel governo, era bisogno di ricorrere alla protezione di un Re potente: e mostrando lettere del Marchese di Fontanè, Ambasciador di Francia in Roma, per le quali si prometteva ogni favore, furono risoluti di ricorrere per miglior partito ad Errico di Lorena, Duca di Guisa, che si Trovava per suoi affari domestici allora in Roma, e di chiamarlo al reggimento della nuova Repubblica, con dichiararlo Capo di essa. Il Duca di Guisa era un Principe giovane, di amabile aspetto, di cuor generoso, prode ne' fatti, e nelle parole cortese; in oltre d'alti natali, e che discendendo dagli antichi Re, vantava ragioni sopra il Regno, ed ancor ne conservava i titoli e l'insegne.

(Le ragioni per lo quali la famiglia di Lorena conservi ancora i titoli e l'insegne di Napoli e di Gerusalemme, furon esposte altrove, parlandosi de' discendenti di Renato d'Angiò, ultimo e discacciato Re dal Regno).

Si credeva, che egli non molto contento del presente governo di Francia potesse di là bensì trarne soccorsi, ma non dipendesse dalle voglie de' Ministri nè dagl'interessi di quella Corona.

Il Duca a così grand'oggetto d'impiego famoso, si lasciò rapire, ed arditamente con poche filuche spedite a quest'effetto dal popolo, superati gli agguati dell'armata spagnuola, s'introdusse in Napoli a' dì 15 di novembre, dove fu accolto con quelle acclamazioni ed applausi, che suggeriva la stima della persona, ed il bisogno della città. Accompagnato da' Capi principali del popolo, andò la mattina seguente a dare il giuramento nel Duomo, dove volle farsi benedire lo stocco; ma avendo scorto il disordine grandissimo che vi era nell'infima plebe, indiscreta, insolente, che uccideva, rubava e bruciava sol per soddisfare l'ingordigia e la vendetta: e che le milizie regolate, a proporzion del bisogno, erano pochissime: applicò l'animo a trovar mezzi per mettervi freno, e darvi compenso; vietò pertanto con severe pene i furti, le rapine e gl'incendj: assoldò un reggimento a sue spese, proccurando di tirare eziandio qualche nobile al suo partito: comandò, che si trattassero gli Spagnuoli all'uso di buona guerra, e per supplire alla mancanza del danaro, fece aprir la Zecca delle monete, delle quali ne furono coniate molte d'argento e di rame coll'impronta della nuova Repubblica; della quale egli si fece eleggere Duca, con sommo rammarico di Gennaro Annese, che vedevasi poco men che privato dell'intero comando.

(Le Monete coniate a questo tempo hanno lo scudo col monogramma S. P. Q. N.; nè vi è immagine di Errico di Lorena, ma solo intorno il suo nome col titolo REIP. NEAP. DUX. Furon anche impresse dal Vergara nel suo libro delle monete del Regno di Napoli; e ciò ch'è notabile, le medesime, dopo essere ritornato il Regno alla divozione del Re di Spagna, si lasciarono intatte, e tuttavia si spendono, ed hanno il lor corso, come, tutte le altre monete Reali).

S'applicò ancora il Duca in Campagna a reprimere gli sforzi de' Baroni, li quali, ridotti a disperazione per l'odio del popolo, unitisi agli Spagnuoli, avevano sotto Vincenzo Tuttavilla e Luigi Poderico raccolte in Aversa alcune milizie.

In questo tempo era comparsa L'armata franzese a vista della città con non più di 29 mal provveduti Vascelli da guerra e 5 da fuoco, non già per secondare l'impresa del Duca di Guisa, ma unicamente per proccurare di trarre nei romor de' tumulti alcun profitto per la Corona di Francia, non tenendo ordini il Comandante di prestare ajuto a! Duca; poichè quando giunse in Francia l'avviso di questi tumulti, e successivamente, che il Guisa si era portato a Napoli, il Cardinal Mazzarini con gran sentimento disapprovò la condotta, non credendolo, per la volubilità dell'animo, capace di maneggiare negozio sì arduo; perciò l'Armata franzese dopo aver scorsi questi Porti, e sol cannonandosi da lontano con la Spagnuola, trovandosi con poche forze, presto si ritirò. Nè il Duca si curò di cavarne sussidj, perchè come la Corte di Francia non approvava, che egli si fosse intruso in quel carico, così egli divisava di operar da se, e profittar per suo conto. Ciocchè però fu di grande ostacolo alla sua impresa, vedendosi la confusione in quegli del partito istesso franzese: poichè alcuni Capi del popolo, a suggestione d'alcuni soldati franzesi, posero in trattato d'acclamare il Duca d'Orleans allo scettro. Inclinavano molti altri a darsi al Pontefice, chiamandolo a piene voci, per essere più validamente protetti dalla religione e dall'armi; ma Innocenzio, ancorchè potesse allettarlo l'apparenza del sicuro profitto, con riflessi però più maturi considerava, che se in ogni tempo questo Regno era stato preda del più potente, ora la sua cadente età non poteva porgergli speranze di veder ridotta a perfetto stato l'impresa, che promovesse, e che convenendo alla Chiesa valersi d'armi straniere, ogni acquisto resterebbe finalmente in preda di quegli, che avesse chiamato in ajuto. Applicò dunque più tosto l'animo a comporre le cose, dandone commessioni efficaci ad Emilio Altieri suo Nunzio in Napoli.

Dall'altra parte D. Giovanni d'Austria, il Duca d'Arcos e tutti i Nobili, attediati da sì gravi e lunghi disordini, anzi l'istesso Annese, che mal soffriva il comando del Guisa, erano desiderosi della quiete; quindi fecesi pubblicare un editto,[34] nel quale si conteneva un'ampia plenipotenza, che avea conceduta il Re al Duca d'Arcos, e si offeriva di consolar tutti, facendovi per lor sicurezza intervenire l'autorità del Pontefice, che ne avea date precise commessioni al Nunzio Altieri. Ma, e l'editto e le lettere, che il Nunzio fece consegnare all'Annese, non partorirono effetto alcuno, dichiarandosi costui, che la plenipotenza era buona, ma non il personaggio, che la rappresentava, come quegli, che col mancamento delle promesse avea coltivati i semi della discordia, e conchiudeva, che fidandosi del Duca d'Arcos sarebbe cadere ne' medesimi errori. D. Giovanni vedendo, che tutte le Province del Regno, non men che la Metropoli, andavano in ruina, involte tra tumulti e sedizioni, volle tentare, se tolto di mezzo il Duca d'Arcos, persona al popolo resa cotanto odiosa, potesse ripigliarsi il trattato; rinnovò per tanto le pratiche, e fu proposto di rimovere il Duca dal governo del Regno, e porlo nelle mani di D. Giovanni, nella persona del quale non concorrendo quell'odio, che i sollevati mostravano al Vicerè, credevasi rimedio efficace per acchetare i rubelli; tanto più, che il popolo n'avea fatta prima istanza particolare a D. Giovanni di farlo rimovere. Si mostrò pronto il Duca d'Arcos a rinunziare il comando, purchè da ciò ne seguisse la quiete del Regno; anzi egli stesso fece ragunare il Consiglio Collaterale di Stato, perchè autenticassero la sua deliberazione. Alcuni furono d'opinione, che non potesse ciò farsi, appartenendo solo al Re il creare e rimovere i supremi moderatori del Regno; altri (che furono la maggior parte) assolutamente conchiusero, che convenisse al servigio del Re e del Regno la partenza del Duca, e l'introduzione di D. Giovanni al governo. Ciocchè essendo stato da costui approvato, mandò il Duca la moglie e i figliuoli in Gaeta, ed a' 26 di gennajo di questo nuovo anno 1648 partì da Napoli, dopo aver governato pochi giorni meno di due anni.