Così terminò il suo Governo infelice il Duca d'Arcos, il quale in una rivoluzione cotanto lagrimevole di cose, non potè lasciar di se presso noi altra memoria, se non quella d'alcune sue Prammatiche, che ancor ci restano insino al numero di quattordici, per le quali, a fin di supplire, come si potea meglio agli estremi bisogni, proccurava di toglier le frodi, che si commettevano in pregiudizio de' dazj e delle gabelle, e rinovò le pene contro coloro, che commettevano contrabbandi, particolarmente di salnitro e di polvere, e diede altri provvedimenti, che vengono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.

§. I. D. Giovanni d'Austria prende il Governo del Regno.

Preso ch'ebbe il governo del Regno D. Giovanni d'Austria, s'applicò a' mezzi, che e' credeva più proprj per estinguere tanto incendio, che ora più che mai ardea, non solo nella Metropoli, ma in tutte le Province; ed a tal fine pubblicò un editto, col quale invitava il popolo alla quiete, ed oltre alla concessione di moltissime grazie, gli prometteva un general perdono; ma questo editto pubblicato in tempo, che i disordini erano più cresciuti, produsse effetti contrarj; poichè essendo stati alcuni esemplari dell'editto affissi ne' quartieri, che eran tenuti dal popolo, furono immantinente lacerati, e poste grosse taglie su le teste di coloro, che avevano avuto ardimento di affiggerli in quei luoghi. Anzi per mostrar maggiormente la loro pertinacia, furono da' popolari eletti Ministri per empire i Tribunali del Consiglio di S. Chiara, della Regia Camera, della G. C. della Vicaria, e di quella del G. Ammiraglio, affine d'amministrare a tutti giustizia. Nè intanto si tralasciavano le zuffe più crudeli tra le soldatesche spagnuole, e quelle del popolo, che riempivano la città di terrore e di spavento.

In questo stato lagrimevole di cose, il Duca di Guisa, volendo a se trarre tutto il comando, pose gran tepidezza ne' popolari: e molta discordia ne' Capi: ciocchè fu l'origine che il Regno fosse poi confermato sotto l'imperio del Re Cattolico; poichè Gennaro Annese, che teneva il Torrione del Carmine, non poteva patire, che il Duca fossegli superior nel comando, ed il Duca non voleva sofferire per emulo dell'autorità un uomo sì vile; e procedendo perciò con gelosie e diffidenze, non mancarono di praticare insidie per torsi l'un l'altro la vita; onde nella città ed in campagna, fluttuando gli affetti, anche l'armi con varia fortuna s'agitavano. S'aggiunse la confusione in quei del partito Franzese, che col fomento del Fontanè Ambasciador di quella Corona appresso il Pontefice, pretendevano alcuni di essi di formar fazione distinta da' seguaci del Duca di Guisa. Ma questi erano pochi, e non molto forti; poichè avendo il popolo prevenuti i disegni ancora immaturi, che la Francia nudriva con alcuni Baroni, questi erano stati quasi tutti costretti, per salvarsi dall'ira e crudeltà della plebe, ad unirsi con li Spagnuoli, e contro lor voglia cospirare allo stabilimento di quell'abborrito dominio.

(Presso Lunig[35], si legge una plenipotenza spedita dal Fontanè in Roma a' 20 gennaro 1648 all'Abate Laudati Caraffa fratello del Duca di Marzano per impiegar la sua opera in far sì che la Nobiltà del Regno prendesse le armi nella presente congiuntura contra gli Spagnuoli, promettendogli in nome del suo Re, anche se non seguisse l'effetto, di rifargli le rendite, che venisse a perdere nel Regno, le quali consistevano in una Badia intitolata S. Catarina, di quattromila scudi di rendita, che possedeva nel Ducato di suo fratello, ed in cinquemila altri scudi annui di suo patrimonio).

D. Giovanni, informato di queste divisioni, pensò approfittarsene, e valendosi della discordia degli nemici, cominciò di nuovo a spingere innanzi trattati di pace, vedendo riuscire inutili ed infelici quelli di guerra, e per mezzo del Cardinal Filomarini Arcivescovo gli fece promovere, il quale scorgendo, che inutilmente si consumavano gli uffizj col Duca di Guisa, volgendosi alla parte contraria, nella quale trovò miglior disposizione, indusse l'Annese ad impiegarsi da senno a promovere la quiete, ch'egli, non men, che gli altri ardentemente desiderava, per liberarsi dal pericolo della vita, a lui dal Guisa insidiata.

Intanto essendo giunto alla Corte di Spagna l'avviso della resoluzion presa dal Consiglio Collaterale di far rinunziare al Duca d'Arcos il governo del Regno, e darne l'amministrazione a D. Giovanni, disapprovò il fatto, e mal intese, che i sudditi s'arrogassero, in materia così importante, l'autorità di togliere un Vicerè, e sostituirne altri. Non piaceva ancora per gelosia di Stato, in congiunture sì pericolose, essersi sostituita la persona di D. Giovanni, onde immantenente fu comandato al Conte d'Onnatte, che si trovava Ambasciadore del Re in Roma, che si portasse tosto al governo del Regno di Napoli con titolo di Vicerè, il quale ricevuti i Regali dispacci, con ogni prestezza si partì da Roma, e venne a Gaeta, e quindi in Baja, donde spedì un suo Segretario coi dispacci per darne la notizia a D. Giovanni, il quale immantenente nel primo giorno di marzo di quest'anno 1648, depose in mano del Conte il Governo, lasciandoci pure egli in così breve tempo tre Prammatiche, che si leggono ne' volumi di quelle: non contenendo, che le grazie, i privilegi ed il perdono conceduto da lui al popolo, come plenipotenziario del Re.

CAPITOLO IV. Di D. Innico Velez di Guevara, e Tassis, Conte d'Onnatte, nel cui governo si placarono le sedizioni, e si ridusse il Regno sotto il pristino dominio del Re Filippo.

Giunto il Conte d'Onnatte in Napoli, avendo visitati i luoghi della Città, e tutte le trincee, ch'erano a fronte de' popolani, si dispose non pure alla difesa, ma pose ogni studio d'impadronirsi de' quartieri occupati dal Guisa; ed animando le sue milizie, fece dar loro le paghe, distribuendo centottantamila ducati, che avea seco portati da Roma. Nell'istesso tempo, approvando la condotta di D. Giovanni, non tralasciò di seguitar il trattato del perdono e dell'accordo prima coll'Annese incominciato: ciò che giovò non poco, perchè con queste pratiche sempre più s'andava scemando il partito del Guisa mal sofferto dall'Annese. Erano ormai gli abitanti stanchi di tante confusioni e miserie, e tutti sospiravano la quiete; imperocchè interrotto ogni commerzio, e turbata la società civile, non restava più alcuna cosa sicura dalle voglie sfrenate de' scellerati, e dall'audacia di que' meschini, che avvezzi colle fatiche a guadagnar la mercede, ora volevano viver nell'ozio con le rapine, e sotto il manto di libertà essendosi introdotta una dissoluta licenza, la maggior parte era stanca delle sue stesse passioni.

Approssimandosi adunque la vicina Pasqua, in cui gli uomini riconciliandosi a Dio, ammettono ne' loro cuori desideri pietosi di giustizia e di pace, s'impiegarono segretamente molti Religiosi ad introdurre, e coltivare questi sentimenti nella plebe. Proccurò similmente l'Onnatte da alcuni principali de' sollevati ricavar le condizioni, che richiedevano, ma essendo così esorbitanti, che innalzavano i privilegi del Popolo sopra l'autorità del Re, egli trattò di moderargli, perdonando a' rei, e levando le gabelle dal Regno, e per accertargli maggiormente promise, che fra tre giorni gli avrebbe con pubblici documenti a lor piacere confermati e soddisfatti. Disposte in cotal guisa le cose, prima che tal tempo spirasse, presa la congiuntura, che il Duca di Guisa erasi portato nella punta di Posilipo per ridurre la piccola Isola di Nisita a sua divozione, D. Giovanni da una parte, ed il Conte dall'altra uscirono all'improvviso da' Castelli con gente armata, e calando nella Città, ben ricevuti in alcuni quartieri, dove tenevano intelligenza, gridandosi con voci giulive il nome del Re, e rispondendo in concorde suono gli altri vicini, implorandosi pace e clemenza, si dileguò per tutto la sedizione, e la città fu occupata in pochi momenti. Non più di tremila uomini ridussero quel popolo innumerabile all'ubbidienza, e tutto seguì senza strepito e senza sangue. L'Annese ammesso al perdono, presentò le chiavi del Torrione, che furono consegnate a Carlo della Gatta, il quale vi entrò subito con due compagnie di spagnuoli. Nel Duomo si riferirono a Dio solennemente le grazie. Così in un momento s'estinse quell'incendio, che mi nacciava l'eccidio al Regno; e ciò, che apportò maggior maraviglia, fu la subita mutazione degli animi; che dalle uccisioni, da' rancori e dagli odj passarono immantenente a pianti di tenerezza, ed a teneri abbracciamenti, senza distinzione d'amici, o d'inimici, fuorchè alcuni pochi, i quali guidati dalla mala coscienza si sottrassero colla fuga; tutti gli altri restituiti a' loro mestieri, maledicendo le confusioni passate, abbracciarono con giubilo la quiete presente. Seguì la reduzione di Napoli a' 16 d'aprile di quest'anno 1648 giorno di lunedì santo.