Il Duca di Guisa, che in questo giorno, come si disse, trovavasi fuori della Città, intesa la rivoluzione, rimase attonito a tanto accidente: onde cercando colla fuga lo scampo, s'incamminò verso Apruzzi per unirsi colà co' Franzesi: ma seguitato da' Regj, fu fatto prigione e condotto a Gaeta. Fu lungamente consultato in Napoli sopra la di lui vita: da poi fu risoluto di mandarlo con buone guardie in Ispagna, come fu eseguito, dove rimase prigioniero infino a tanto, ch'essendosi il Principe di Condè dichiarato del partito spagnuolo, e sperando di fortificarlo con l'aggiunta del Guisa, chiestolo in grazia al Re, cortesemente l'ottenne; ma il Duca credendosi più obbligato d'osservare la fedeltà al suo Principe, che le promesse fatte a' nemici, al ritorno che fece in Francia, non ne volle udir altro.
L'esempio di Napoli giovò non poco agli altri luoghi del Regno; e se bene in alcune province fluttuanti rimanessero alcune commozioni, ed in particolare nell'Apruzzo, dove da Roma concorsero alcuni Franzesi in aiuto de' sollevati: nulladimeno dalle forze de' Baroni e dall'autorità del Vicerè, furono con poco romor dissipati. Tanto che sedati affatto gli umori della plebe, che dopo una sì fiera tempesta eran rimasi ancor fluttuanti, potè D. Giovanni a' 22 settembre di quest'anno partirsi da Napoli, e portarsi coll'armata a Messina a confermar i Siciliani, che sedati i tumulti, s'eran rimessi già nell'antica ubbidienza ed ossequio del Re.
Il Duca d'Onnatte, sgombrato il torbido, rimosso il Capo, e partito D. Giovanni, pel suo natural talento che inclinava più al rigore che alla clemenza, diede a molti terrore. Con tutto ciò egli assicurò tutti con general perdono, e tosto si applicò a riordinar il Regno; e vedutosi che l'abolizione di tutte le gabelle e de' fiscali portava disordini gravissimi non meno al regio erario, che a' Cittadini istessi, dalle Piazze della città, e particolarmente da quella del Popolo, fu richiesto ad imporre il pagamento di carlini quarantadue per ciascun fuoco delle Comunità del Regno, e la metà di tutte le gabelle abolite, fuorchè quelle dei frutti e de' legumi, che rimasero per sempre estinte. Ed a fine di sovvenire non solo a' bisogni dell'erario regale, ma anche agl'interessi di coloro che l'aveano comprate, fu stabilito, che della rendita di tutte le accennate gabelle dovessero pagarsene ducati trecentomila l'anno per la dote della Cassa militare, applicandosi il rimanente a beneficio de' compratori, i quali dovessero per lor medesimi governarle e ripartirsene il frutto. E per quel che tocca a' fiscali, fu assegnata similmente parte della lor rendita a' compratori, ed il rimanente fu applicato alla dote della Cassa militare. In cotal guisa, e con l'imposizione del jus prohibendi sopra il tabacco, cotanto ora fruttifera, fu sovvenuto al Re ed ai sudditi, e cominciò notabilmente a restituirsi il commerzio ed il traffico da per tutto.
Non tralasciò da poi il Conte, sorgendo in un mare poc'anzi placato sovente nuovi flutti, di mettere in uso i più forti rigori; onde a tal effetto avendo stabilita una Giunta di Ministri contro gl'inconfidenti, fu poi terribile contro i colpevoli de' passati tumulti, e mostrandosi più avido di pene, che soddisfatto del pentimento, non risparmiò alcuno de' principali: imperciocchè ora imputando delitti, ora inventando pretesti, alcuni punì con pubblici supplicj, altri con segrete esecuzioni di morte, e molti costrinse a prender esilio dal Regno: ciò che gli fece acquistar nome di severo e di crudele, e che si reputasse una delle cagioni di non aver potuto prolungare tanto il suo governo, quanto e' reputava convenirsi a' suoi meriti.
CAPITOLO V. Il Conte d'Onnatte restituisce i Presidj di Toscana all'ubbidienza del Re, e rintuzza le frequenti scorrerie de' banditi. Sua partita: monumenti, e leggi, che ci lasciò.
Diede agli altri maraviglia insieme, ed a lui sommo encomio la risoluzione del Conte d'Onnatte di tentar ora colle forze del Regno l'impresa de' Presidj di Toscana, essendo rimaso per le precedute scosse cotanto abbattuto e smunto. Ma dall'altro canto l'uomo savissimo considerava, che non si sarebbe potuto giammai apportar quiete nel Regno, se non si snidavano i Franzesi da que' luoghi cotanto vicini: così per gl'impedimenti, ch'essi davano alla comunicazione e traffichi con gli altri Stati della Monarchia nel Mediterraneo; come ancora per lo ricetto, che i ribelli del Regno ritrovavano in quelle Piazze, risolse per tanto il Conte d'impiegar tutti i suoi talenti a quest'impresa, spinto ancora dall'opportunità de' romori, che in questi tempi s'udivano in Francia, involta nelle confusioni, che il Principe di Condè v'aveva poste[36]. Applicossi perciò ad unir soldatesche, ed a preparare un'armata proporzionata al disegno, e per maggiormente accalorar l'impresa volle egli imbarcarvisi; onde dal suo esempio mossa quasi tutta la Nobiltà del Reame, corse a gara a servire in tal congiuntura il Re. Prima di partire lasciò per suo Luogotenente, D. Beltrano di Guevara suo fratello, il quale per lo spazio di quattro mesi, quanto appunto durò la sua assenza, governò il Regno con molta saviezza, e sopra tutto s'applicò a sollevare le Comunità del Regno, stabilendo, che l'annue entrate, che corrispondevano a' loro creditori, si riducessero alla ragion del cinque per cento. Riparò la Sala della Gran Corte della Vicaria, e diede altri salutari provvedimenti, che si leggono in due sue Prammatiche, che ci lasciò. Nel terzo dì di maggio adunque dell'anno 1650 si mosse da' nostri Porti l'armata verso Gaeta, dove s'unì D. Giovanni d'Austria con altri legni e milizie, che seco conduceva dalla Sicilia. Quivi fattasi la rassegna si contarono trentatrè grosse Navi e tredici Galee oltre le sette della squadra del Duca di Tursi, ch'erano andate a Finale a prender le soldatesche, che il Governador di Milano mandò a questa spedizione.
Giunta l'armata a' 25 del medesimo mese a vista dell'Elba, prima d'attaccar Portolongone, fu risoluto di ricuperar Piombino; onde data la cura al Conte di Conversano, che con titolo di Generale della Cavalleria e con 300 fanti 80 cavalli e sei tartane, tutto a sue spese, erasi accompagnato in questa spedizione, si portò egli con 1500 fanti, 400 cavalli e sette pezzi d'artiglieria, oltre le soldatesche di Nicolò Lodovisio a cui s'apparteneva quel Principato, ad investir la Piazza, e dopo molte ore d'un fierissimo combattimento, costrinse i Franzesi ad abbandonar la città, ed a ritirarsi nella Fortezza. A questo avviso non tardò il Vicerè d'andare con gente fresca a dar calore all'impresa; onde i Franzesi veduti gli assalitori schierati in ordinanza per dar l'assalto, non avendo speranza alcuna di soccorso, tosto si resero a patti di buona guerra. Il Vicerè, dopo aver introdotta la guarnigione in Piombino e restituita al Principe Lodovisio la possessione di quello Stato, ritornò all'armata.
Intanto era riuscito al suo esercito, e senz'opposizione alcuna, di por piede su l'Elba. Ma dovendosi montar su l'erto dove giace Portolongone, eransi i Franzesi posti in agguato, per maltrattare nella salita le soldatesche; scovertosi nondimeno il disegno, essendo montato a cavallo D. Dionigio Gusman, Maestro di Campo Generale del Regno, con una squadra di moschettieri, i Franzesi si ritirarono sotto la Piazza siccome fece il lor Comandante Novigliac. Montò dunque l'esercito senza contrasto e pervenuto su 'l piano, schierate le truppe, fur assaliti li ripari. Prese le fortificazioni esteriori, ed essendo i nostri alloggiati nel fosso, cominciarono i Franzesi ad entrar in trattato di render la Piazza, con le medesime condizioni concedute alla guarnigion di Piombino, e con la permissione di condurre con esso loro due pezzi d'artiglieria, quando fra lo spazio di quindici giorni, che terminavano nella metà d'agosto, non fosse sopravvenuto soccorso capace di far levar l'assedio, fu convenuta la resa. La mattina adunque de' 15 di quel mese uscì dalla Fortezza il Comandante Novigliac alla testa di 700 persone, ch'erano rimaste dal numero di 1500 lasciatevi di guarnigione, le quali giunte alla marina s'imbarcarono su alquanti legni allestiti per loro trasporto. Entrati i nostri nella Piazza, si resero a Dio le grazie del buon successo dell'impresa, la quale, benchè avesse costato molto sangue e grandissime spese, ad ogni modo avrebbe potuto allungarsi molto più, e non si sa con qual felice esito, se i Franzesi avessero voluto difendersi fino all'estremo.
D. Giovanni d'Austria ritornò in Sicilia, ed il Vicerè, dopo aver dati gli ordini necessarj per riparare la Piazza e porla in istato di resistere ad ogni insulto, ritornò in Napoli, dove giunto riprese il governo, e con sommo rigore e severe esecuzioni contro gl'inconfidenti e contro gli sbanditi, i quali travagliavano ora più che mai le due province d'Apruzzi, estinse i primi, ed abbattè i secondi.
Ma mentre il Conte con indefessa applicazione era tutto inteso a riordinare il Governo, ed abbellir la città e ristorarla de' passati tumulti, giunge improvvisamente in Napoli a' 10 di novembre di quest'anno 1653 il Conte di Castrillo, che gli era stato dalla Corte destinato successore. Si turbò egli grandemente di questo arrivo; ma seppe tanto nascondere l'interno rammarico, che non gli uscì giammai parola di bocca di risentimento, se non quando, dopo la deposizione del Governo, si ritirò nel Convento di S. Martino de' PP. Certosini. Alcuni imputavano la rimozione a' suoi rigori: altri a' mali ufficj fattigli da D. Giovanni d'Austria, col quale, dicevasi, che passasse poco buona corrispondenza: nè mancò chi dicesse, che fossero state le suggestioni o l'istanze del Papa, il quale mal soffriva, che il Conte rintuzzasse le pretensioni del Cardinal Filomarino Arcivescovo e degli altri Ecclesiastici, li quali volendo pescare in questi torbidi, s'erano resi insolenti con monitorj ed interdetti conculcando i diritti regali.