Egli in tutti que' spazj, ch'ebbe di riposo, non tralasciò di abbellire la città, ristorare i Tribunali e restituire i Regj Studi. Fece rifare il Palagio della Regia Dogana, quasi tutto rovinato nel tempo delle passate rivoluzioni, ampliando, e dando nuova forma al cortile e rifacendo il fonte, che v'è in mezzo. Nella gran Piazza del Mercato ne fece aprir uno e restaurarne un altro, e dirimpetto la Porta del Castel Nuovo ne fece aprir un nuovo. La Casa della conservazione dei grani fuori Porta Reale e l'altra della conservazione delle farine furono di suo ordine risarcite. Coprì la scuola di cavalcare nella Cavallerizza del Ponte della Maddalena. Trasportò nel Quartiere di Pizzofalcone la Polveriera, che prima era fuori Porta Capuana. Egli fu, che nel Palagio Regale fece costruire quella magnifica Scala, che non v'ha simile in tutta Europa. Egli fece quella gran Sala, ora detta de' Vicerè, abbellita poi de' loro ritratti dal Conte di Castrillo suo successore; siccome tutte le scale segrete, che si vedono in quel Palagio: quella scala coperta, che dal medesimo conduce all'Arsenale: tutte quelle stanze con loggia, che guarda il mare: ed i rastelli davanti alla Porta principale di esso, furono da lui introdotti. E quel disegno, che poi fu posto in esecuzione a' nostri tempi dal Duca di Medina Celi Vicerè, nel Borgo di Chiaja, fu tutto suo, poichè meditava già egli di abbellir tutta quella spiaggia di platani e di fonti e già ne aveva comandato il disegno all'Ingegnere Pietro Marino, e l'avrebbe posto in effetto, se li giorni del suo Governo fossero stati più lunghi. Egli in fine fece risarcire diversi ponti nel Regno, perchè fosse più comodo e sicuro il traffico per le Province.
Ma quello, di che maggiormente gli studiosi gli sono tenuti, oltre d'aver risarcito il magnifico edificio de' Regi Studi, che nel corso de' passati tumulti avea patito notabili ruine, fu la cura, che prese per fare ripigliar gli studi, riponendo in esercizio i Professori in quella Università, quasi che spenta per li precedenti disordini; con aver ordinato nel tempo della restituzione una solenne apertura, nella quale volle egli intervenire. Egli assegnò a' Lettori il soldo, e proibì di leggere in casa, ed ordinò, che gli studenti nel giorno 18 d'ottobre, dedicato a S. Luca, dovessero prendere le matricole, e presentarne fede affermativa del Cappellan Maggiore: restituì le Cattedre e per insinuazioni fattegli dal rinomato Francesco d'Andrea allora Avvocato de' nostri Tribunali, rimise in questa Università la Cattedra di Matematica nella persona di Tommaso Cornelio, celebre Filosofo e Medico di quei tempi. Nè contento d'aver restituiti i pubblici Studi, per l'amor, ch'egli portava alle lettere, s'applicò ancora a favorire l'Accademie; onde sotto di lui fu restituita in Napoli, nella Chiesa di S. Lorenzo, l'Accademia degli Oziosi, sotto il governo del Duca di S. Giovanni, nella quale si riprese dagli Accademici l'istituto di recitar erudite lezioni, dove sovente soleva egli intervenire. Siccome restituì i Regj Studi alla pristina dignità, avendo il Cappellan Maggiore D. Giovanni Salamanca aperta ne' medesimi Studi una Accademia di Legge, per far conoscere al Vicerè il profitto, che vi si faceva, sovente, quando si celebravano le funzioni Accademiche, soleva il Conte onorarle della sua presenza. E se il seguìto contagio non avesse intermessi tutti questi studi, la buona letteratura in Napoli non sarebbe così tardi fra noi poscia risorta, come si dirà nel seguente libro di questa Istoria.
Restituì ancora il Conte d'Onnatte l'autorità ed il decoro ne' nostri Tribunali; e stabilì poco men di cinquanta Prammatiche tutte savie, e prudenti, per le quali regolò i Tribunali: tassò i diritti a' Ministri subalterni: prescrisse i modi, e diede le istruzioni a' Delegati e Governadori degli arrendamenti (o sien gabelle) nuovamente riposti: comandò, che tutti i registri preservati dall'incendio dell'Archivio della Regal Cancelleria, seguìto ne' passati tumulti, e pervenuti in potere di persone private, dovesser portarsi al Segretario del Regno per riporsi nell'Archivio: impose rigorose pene a' Notai, che trascurano di registrare i contratti nei protocolli: fece molte ordinazioni per evitare i contrabbandi; e diede altri salutari provvedimenti, i quali sono additati nella riferita Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche.
CAPITOLO VI. Governo di D. Garzia d'Avellana, ed Haro Conte di Castrillo, nel quale il Duca di Guisa con nuova armata ritenta l'impresa di Napoli, ed entra nel Golfo, ma con infelice successo.
La Corte di Spagna reputò, per mitigare il rigore del Conte d'Onnatte, mandar per suo successore nel Governo del Regno il Conte di Castrillo, di genio più mite ed indulgente, come colui, che datosi prima nell'Università di Salamanca agli studi legali, ed impiegato per più anni ne' Ministerj della Toga, era stato da poi promosso a quelli della Spada. Giunse egli in Napoli a' 10 di novembre di quest'anno 1653, e per dar saggio ne' principj del suo Governo, quanto gli fosse a cuore l'abbondanza, fece accrescere due once al peso del pane. Ma cure assai gravi e moleste travagliarono il suo animo in questi medesimi principj; poichè coloro, che sottratti colla fuga al rigor dell'Onnatte, eransi ricovrati in Francia, non tralasciavano in quella Corte magnificare le loro corrispondenze nel Regno, la scontentezza de' popoli per vedersi ricaduti sotto il giogo degli Spagnuoli, e la facilità, che figuravano si sarebbe avuta nel conquistargli. A queste istigazioni s'aggiunsero gli uffizj del Duca di Guisa, il quale, avendo, come si disse, ottenuta la libertà, in vece d'attender le promesse di favorire i malcontenti di Francia, per non tradire il suo natural Signore, si era portato in quella Corte, ed insinuatosi nella di lui grazia, ed abbagliato tuttavia dagli splendori della Corona del Regno, che avea sperato di poter ottenere per se medesimo, non poteva acchetarsi; onde appoggiato all'istanze di que' miseri rifugiati, aggiungeva maggiori stimoli, esagerando la moltitudine de' Porti, ch'erano nel Regno di Napoli, capaci di ricevere qualunque più grande armata: il numero degli amici, ch'egli vi teneva in ciascheduna provincia: l'affezione, che il popolo minuto portava alla sua persona, donde si prometteva una nuova sollevazione, se un'altra volta avesse avuta la sorte di comparirvi, non già disarmato, come prima, ma con forze valevoli a sostenere le risoluzioni de' malcontenti, avviliti dal timor del castigo. Indusse pertanto quella Corte a somministrargli ajuti, e fur dati gli ordini per la spedizione dell'armata, commettendone al Guisa il comando.
Il Conte di Castrillo, avvisato di questi nuovi tentativi della Francia, fu costretto a mettersi in difesa, ed oltre d'aver comandata una nuova elezione di milizie del Battaglione, così a piedi come a cavallo, e delle Compagnie d'uomini d'arme del Regno, fece arrolar nuova gente, e chiamando tutti gli Ufficiali riformati, ne compose due Compagnie, una di trecento Italiani, alla quale diede per Capitano D. Gaspar d'Haro suo figliuolo, e l'altra di Spagnuoli, della quale diede il comando al Marchese di Cortes suo genero. Furono destinate per Piazze d'armi le città di Sessa e di Teano, dove furono chiamate tutte le soldatesche del Battaglione, e le genti di guerra del Regno; e fattasene rassegna in presenza del Maestro di Campo Generale D. Carlo della Gatta, ne furono spediti duemila a rinforzare i presidj di Toscana. Tutte le province del Regno, esposte agl'insulti de' nemici, furono provvedute di soldatesche e di Capitani.
Fatte queste prevenzioni, essendo passato il mese d'ottobre, nè comparendo armata veruna de' Franzesi, si dubitò non fosse stato lor artificio di pubblicare questa spedizione, per impedire che non fossero andati soccorsi dal Regno in Catalogna ed in Fiandra, dove ardeva più che mai fra l'una e l'altra Corona la guerra. Ma si trovò poi vero il sospetto; poichè essendo convenuto al Duca di Guisa consumar maggior tempo di quello, che s'era creduto per porre in ordine l'armata, non potè trovarsi pronta, che sul principio d'ottobre a partir da Tolone, composta di sette Vascelli d'alto bordo, e quindici mercantili, e di sei Galee, con altrettante Tartane, sopra de' quali legni eransi imbarcati settecento soldati, e centocinquanta cavalli, oltre un gran numero d'armi, ed altri ordegni, che doveano servire ad armar tutti quelli, che il Duca sperava si dovessero dichiarare del suo partito, al quale effetto avea fatto imbarcare ducento Nobili per valersene da Comandanti. Sbattuta poi l'armata da tempesta, non comparve ne' nostri mari, se non agli dodici di novembre.
Il Vicerè, all'avviso, che gli diede il Governador di Gaeta, fece tosto porre in ordine sedici Galee, che erano nel Porto: fece guarnire di soldatesche tutte le marine e le città e terre del Golfo di Napoli: fece rinforzare la guarnigione della città di Pozzuoli e del Castello di Baja; e fu spedito il General dell'artiglieria D. Diego Quiroga con fanteria, cavalleria e cannoni a guardar la spiaggia de' Bagnuoli.
L'armata nemica, dopo aver costeggiate le marine di Sorrento e di Vico Equense, gettò l'ancore dirimpetto a Castell'a Mare. Fu questa città, dopo breve opposizione, renduta a patti dal Comandante, nella quale entrato il Duca di Guisa col seguito di cinquanta Cavalieri Gerosolimitani, si portò al Duomo, dove avendo con pubblica e solenne cerimonia rese a Dio le grazie, si pose a fortificar la Piazza con nuove trinciere ben guarnite di soldatesche. A tutti coloro, che non vollero rimanervi, diede ampissimi passaporti, ne' quali s'intitolava Vicerè, e Capitan Generale del Re di Francia nel Regno di Napoli. Commosse questa perdita grandemente il Popolo Napoletano, ed ancorchè si fossero non men i Nobili, che i Popolari offerti al Vicerè di sagrificar la vita e la roba in servigio del Re, non mancavano de' malcontenti che ponevano col timore in costernazione gli animi; tanto che fu obbligato il Vicerè d'imprigionare alcuni, che erano stati Capi de' passati tumulti, fra' quali, due Preti ed un Frate, che andavan facendo pratiche a favor de' Franzesi.
Perchè il Guisa non potesse allargar gli acquisti, il Vicerè, valendosi anche de' Banditi, a' quali concedè il perdono, fece occupar la montagna posta alle spalle di Castell'a Mare. Mandò poi ordine a Carlo della Gatta, al Principe d'Avellino ed agli altri Ufficiali, che dimoravano in Sessa, che provvedute le Piazze di Terra di Lavoro, marciassero col grosso dell'esercito ne' contorni di Castell'a Mare; e spedì sei Galee al Finale per prendere le soldatesche, che calavano dal Milanese. Intanto affollandosi i soccorsi, il Guisa, ancorchè uscito dalla Piazza tentasse occupar i luoghi vicini, trovò da pertutto valida resistenza, e venutisi più volte a scaramucce, con perdita de' suoi, bisognò ritirarsi. Ma sopraggiunto dapoi il General della Gatta con un esercito di dodicimila uomini, composto di Nobili, Baroni, Ufficiali, e soldati riformati, e rinforzato in appresso da altri Reggimenti, svanirono in un tratto le mal concepite speranze; onde i Generali Franzesi pensarono d'abbandonar la Piazza, e proccurar nel miglior modo, che potessero, d'imbarcarsi sopra l'armata e ricondursi in Tolone. Consideravano, che voler stendere le conquiste per terra era impresa non che dura, ma disperata; poichè tutto il paese circostante era pieno di truppe nemiche. Rimaner in quel mal sicuro Porto in quell'inverno, era lo stesso, che esporre l'armata ad un certo naufragio. Non restava loro altro che il mare libero, per non esservi Armata Spagnuola, che potesse far ostacolo; nè la stagione, che correva tempestosa, avanzata già ne' principj d'un rigido inverno, poteva lor promettere felice navigazione, sicchè potessero sicuramente condursi ad invadere altri Porti. L'inclinazione de' Popoli alla persona del Guisa, ch'era stato il principal fondamento di quest'impresa, si vedeva interamente svanita, tardi il Guisa avvedendosi della incostanza della Nazione: rimanendo non poco sorpreso di tanta mutazione e vie più sbigottito, quando intese essersi trovato affisso in Castell'a Mare un cartello, col quale si promettevano trentamila ducati a chi troncasse la sua testa.