Mentre che il Cardinale era tutto inteso a dar riparo a questi disordini, ed a restituire la caduta disciplina a qualche buono stato, pervenne in Napoli, in ottobre del 1665, la funesta novella della morte del Re Filippo IV, il quale lasciando il Principe Carlo in età di quattro anni, lo raccomandò sotto la tutela ed educazione della Regina sua madre, alla quale parimente fu dal medesimo lasciata la reggenza della monarchia; ma come donna ed inesperta delle cose appartenenti al governo, fu dal Re nel suo testamento istituita una Giunta, che dovea comporsi, fra gli altri, dell'Arcivescovo di Toledo, dell'Inquisitor Generale, del Presidente di Castiglia e del Cancelliere di Aragona: comandando, che se venisse alcuno a mancare di questi quattro, gli fosse succeduto colui, ch'entrava nel ministerio di quella carica, che dal morto lasciavasi. Avvenne, che nel medesimo giorno, che mancò il Re Filippo, spirasse anche il Cardinal Sandoval Arcivescovo di Toledo; la Regina Reggente, dovendo dargli successore, nominò all'Arcivescovado di Toledo il Cardinal d'Aragona nostro Vicerè; per la qual cosa, essendo in dicembre del medesimo anno giunto l'avviso in Napoli della sua promozione a quella Cattedra, avendo prima fatto acclamare in Napoli il Re Carlo II, e fatte celebrare pompose esequie al Re Filippo, si dispose alla partenza per la Corte di Spagna, dove veniva chiamato, non solo per governar la sua Chiesa, ma ad esser a parte del governo della monarchia nella Giunta, in luogo del Cardinal Sandoval Arcivescovo di Toledo suo predecessore. Fu all'incontro sustituito al Cardinale nel Governo di Napoli D. Pietr'Antonio d'Aragona suo fratello, il quale si trovava allora in Roma Ambasciadore del Re Cattolico presso il Pontefice Alessandro VII.

Ritardò l'Aragona la sua venuta in Napoli per cagion dell'orrido inverno, che impediva al fratello la navigazione per Ispagna, differendola insino ad aprile del nuovo anno 1666. Ed intanto essendogli state spedite del Pontefice le Bolle, volle quivi farsi consegrare Arcivescovo: fu commessa la consegrazione all'Arcivescovo d'Otranto, dal quale insieme colli Vescovi di Pozzuoli, di Menopoli e d'Aversa, con le consuete cerimonie, fu a' 28 febbrajo del medesimo anno consegrato nella Chiesetta di S. Vitale, detta comunemente di S. Maria delle Grazie, della Diocesi di Pozzuoli, e soggetta a quel Vescovo, posta fuori della Grotta, che conduce a Pozzuoli. Concorsevi e per cagion del personaggio e per la rarità della funzione, rade volte veduta in Napoli, infinito Popolo, ed un gran numero di Nobili e di Magistrati; onde D. Benedetto Sanchez De Herrera Vescovo di Pozzuoli, perchè a' posteri ne rimanesse memoria, fece nella medesima Chiesetta porre un marmo con iscrizione, dove un cotal atto si legge.

Giunse finalmente in Napoli D. Pietro Antonio di Aragona a' 3 d'aprile, ricevuto con gran pompa dal Cardinal suo fratello, il quale agli 8 del medesimo mese depose il governo nelle mani del Consiglio Collaterale; ed agli 11 s'imbarcò per la volta di Spagna accompagnato dagli Eletti della città, li quali lo pregarono, che andando egli a sedere al governo della Monarchia, tenesse protezione di questi Popoli, ed egli cortesemente assicurogli, che così avrebbe fatto. Partì il Cardinal d'Aragona, dopo aver governato il Regno diciannove mesi, non potendo in così breve tempo lasciarci di se altra memoria, che cinque sole Prammatiche, per le quali, oltre d'avere severamente puniti i mercatanti frodolentemente falliti, comandò, perchè la città si tenesse monda e per li danni che cagionavano, che tutti i porci di qualsivoglia persona, che andavan vagando per le piazze della città, si cacciassero via, nè si permettesse un così stomachevol abuso: rinovò ancora i divieti a Ministri, che non potessero amministrar tutele, baliati, o eredità di particolari persone e diede altri provvedimenti, che sono additati nella tante volte rammentata Cronologia prefissa al tomo primo delle nostre Prammatiche.

CAPITOLO III. Morte del Re Filippo IV, suo testamento e leggi che ci lasciò.

Il Re Filippo IV nonostante la pace fatta ne' Pirenei con la Francia, fu sempre involto in calamità, ed aggravato da malinconici pensieri e da moleste apprensioni. Egli non potè dissimulare allora il discontento di aver a fermare una pace cotanto svantaggiosa per la Spagna, e sopra ogni altro il trafisse la considerazione, che per quel matrimonio era stato costretto a consegnare a' suoi naturali nemici il più caro pegno della sua casa, presagendo (quel che da poi a nostri dì è convenuto vedere) i pericoli, ed i futuri danni; tanto che tutto malinconico, e poco men che piangente, era solito esclamare, che la Francia sopra il duolo della Spagna avrebbe dovuto festeggiare la di lei miseria. Le infelici spedizioni di Portogallo lo tennero da poi in continue agitazioni: poichè i Portoghesi negli estremi pericoli, avendo date l'ultime pruove della loro fortezza, aveano più volte battuti i Castigliani, ed avendo data per moglie al Re d'Inghilterra la sorella del Re Alfonso, succeduto al Re Giovanni suo padre, con ricchissima dote e con la Piazza di Tanger, si disponevano ad una più forte ed ostinata difesa. Da così molesti e gravi pensieri afflitto, nei principj di settembre dell'anno 1665 s'infermò, e dopo brevi giorni d'acuta febbre a' 17 del medesimo mese chiuse gli occhi, lasciando di se e della Regina Marianna d'Austria sua moglie il Principe Carlo, in età infantile di quattro anni. Volle negli ultimi momenti vederlo, a cui con voce fiacca augurò tempi prosperi e Regno del suo più fortunato.

Nato Filippo agli 8 aprile del 1665 giovanetto ancora si vide erede, per la morte del padre accaduta nell'ultimo giorno di marzo del 1621, della più potente Monarchia d'Europa, ma posto nel lubrico dell'età e del comando, dato in preda a' piaceri del senso, si lasciò rapire l'autorità ed il governo dall'arte del Favorito. Vide egli per ciò, per lo violento governo de' suoi Ministri, sollevate le Province, ed i Regni in rivolta, oltre le gravi percosse, che rilevò dall'armi nemiche; e quando, scosso da' colpi delle disgrazie, e da' sospiri de' sudditi, allontanò l'odiato autor dei travagli, non si trovò con quel vigor d'animo e quella sperienza, che richiedeva la mole degli affari: onde ricadde subito sotto la tutela d'altro Ministro più cauto, ma non men assoluto; ed appena dalla morte di costui ne fu sciolto, ch'egli pure morì tra le afflizioni, nelle quali avea quasi sempre vivuto. Tra le disavventure conservò egli nondimeno una costanza di animo maravigliosa, amò la giustizia e sopra tutto nella pietà fu singolare.

Letto il suo testamento, si vide aver istituito erede Cario; al quale, se mancasse senza prole, sostituiva Margarita seconda sua figliuola, destinata per isposa all'Imperador Leopoldo, ed i figliuoli di lei; e se premorisse questa, o riuscisse il suo matrimonio infecondo, chiamava alla successione l'Imperadore. In ultimo luogo ammetteva il Duca di Savoja, esclusa sempre la sua figliuola primogenita Regina di Francia, se non in caso, che restando vedova e senza prole, ritornasse nei Regni paterni, e con assenso degli Stati si maritasse con alcun Principe della Casa.

Rimanendo il successore infante, e la Regina considerata come straniera, giovane, e nel governo inesperta, lasciando a lei la tutela e l'educazione di quello, e la Reggenza della Monarchia le stabilì un Consiglio a parte, dagli Spagnuoli chiamato Giunta, composto dell'Arcivescovo di Toledo, dell'Inquisitor Maggiore, del Presidente di Castiglia, del Cancellier d'Aragona, del Conte di Pennaranda e del Marchese d'Aytona. Erano i quattro primi nominati non a contemplazione della qualità de' soggetti, ma delle cariche, e perciò, come si disse, nell'istesso giorno che il Re morì, essendo spirato il Cardinale di Sandoval, che reggeva la Chiesa di Toledo, la Regina la conferì al Cardinal d'Aragona, e poichè costui si trovava Inquisitor Maggiore, gli sostituì in questa carica il P. Everardo Nitardo, nato in Germania, Gesuita, che regolava, non men a guisa di arbitro, la volontà della Regina, che come Confessore la sua coscienza, il quale, dopo aver governato per molti anni in questa Giunta, ottenne parimente la dignità di Cardinale.

Pervenne l'avviso della morte del Re in Napoli ai 13 ottobre, con lettere del Marchese della Fuente, Ambasciador Cattolico in Francia, ma convenne al Cardinal d'Aragona Vicerè tenerla celata, fin che dalla Corte di Spagna non giungessero i dispacci. Prima il Cardinale con pubblica celebrità e cavalcata fece acclamar il novello Regnante, con far coniare alcune monete, chiamate dal suo nome Carlini, ch'egli andava spargendo per le pubbliche strade per dove cavalcando passava.

Dopo l'acclamazione, cominciossi ad udire il mesto suono delle campane, e si vide la città piena di duolo e di lagrime, piangendo la morte del defunto Re. La Corte del Vicerè, la Nobiltà, i Magistrati, gli Ufficiali, i Curiali e Mercatanti, in fine, toltane la gente minuta, non vi fu persona d'onesta condizione, che non vestisse a bruno. Ricevè il Vicerè le visite di duolo da Titolati e Cavalieri, da' Magistrati, dagli Ufficiali Militari, da' Ministri di stranieri Principi, da Superiori delle Religioni, ed anche dal Cardinal Acquaviva, il quale trovandosi in Napoli, passò col Vicerè il medesimo ufficio, e vestì per tutto il tempo che vi dimorò, l'abito pavonazzo. Solo il nostro Cardinal Arcivescovo non volle accompagnare il comune dolore, e si guardò come dalla peste, d'andar giammai in palazzo, fingendo indisposizioni e malattie. Egli non voleva contravvenire a certi suoi cerimoniali, delli quali era cotanto zelante, che nè disordini, nè mali più gravi, che da tali inurbanità e poco rispetto ne potessero seguire, lo potevano ritrarre per un pelo a non esattamente eseguirli; diceva non esser egli a ciò obbligato, nè convenire a lui, come Pastore, usare con la sua Corte vestimenti lugubri.