Per non esporsi per ciò il Vicerè a nuove cerimoniali brighe, dopo essersi per nove giorni celebrati i funerali nella Cappella del Regal Palagio, ed in molte altre Chiese, si disposero le pubbliche esequie, lasciato il Duomo, nella Regal Chiesa di S. Chiara, ove fu eretto un magnifico Mausoleo, e per l'invenzione dell'opera fu data la cura al Consigliere D. Marcello Marciano, il quale altresì si prese il carico degli Epitafi e delle Iscrizioni, siccome per le dipinture se ne diede il pensiere al famoso Luca Giordano. Disposta la pompa ed i lugubri apparati, furono celebrate l'esequie il giorno 18 di febbraio del nuovo anno 1666 con gran solennità e magnificenza, e perchè ne rimanesse fra noi sempre viva la memoria, il Consigliere Marciano volle minutamente descriverle in un suo particolar libro, ch'egli diede alla luce, intitolato le Pompe funebri dell'Universo.
Il Re Filippo nel suo lungo regnare, cominciando da' 6 aprile del 1621, insino a' 4 d'agosto del 1664, stabilì per nostro governo più di 50 leggi, le quali ei dirizzò a' suoi Vicerè, che per lui amministrarono il Regno: diede egli per quelle a noi molti salutari provvedimenti, li quali, per non tesserne qui un lungo e nojoso catalogo, possono con facilità vedersi ne' volumi delle nostre Prammatiche, venendo additate, secondo i tempi, ne' quali furono stabilite, nella tante volte rammentata Cronologia prefissa al primo tomo delle medesime.
CAPITOLO IV. Stato della nostra Giurisprudenza nel Regno di Filippo III e IV e de' Giureconsulti ed altri Letterati che vi fiorirono.
La Giurisprudenza presso di noi, così ne' Tribunali, come nelle Cattedre, non prese a questi tempi nuove forme, ma continuò, siccome per lo passato, ad esser maneggiata da' Professori nel Foro con modi inculti, e da' Cattedratici all'usanza delle altre Scuole, senza che l'erudizione vi avesse ancora posto piede. Ma il numero de' Professori fu assai maggiore e molto più degli Scrittori, i quali compilarono a questi tempi tanti trattati, consigli, allegazioni, ed altre opere legali, che se ne potrebbe formare una mezza libreria. Il lor numero crebbe tanto, che delle loro opere, che diedero alla luce, non se ne può ora tener più conto, essendo infinite; onde saremo contenti di nominarne alcuni i più famosi, che dieder saggio per le opere lasciateci, quanto in Giurisprudenza intendessero; e se bene ve ne fiorissero altri di non inferior dottrina, anzi a molti di costoro superiori, conoscendo nondimeno di quante parti sia di mestieri esser fornito colui, che intende dar fuori li parti del suo ingegno, forse con miglior consiglio stimarono di non esporre le loro fatiche alla pubblica luce del Mondo.
È veramente cosa da notare, che con tutto che il Regno si fosse veduto per tante rivolte, per tante calamità e disordini, così miseramente travagliato, ed involto in tante sciagure; ad ogni modo il numero dei nostri Professori non solamente non si vide scemare, ma tanto più crescere e moltiplicarsi. Ma non parrà ciò cosa strana a chi considera, che per questo istesso, che le cose furono in rivolta, che i disordini crebbero, che i vizj, le malizie e le frodi abbondarono, perciò doveano crescere i Professori e' Curiali, de' quali allora si avea maggior bisogno. Dove sono molte infermità è di mestieri, che vi siano molti medici, così corrotta la disciplina, è duopo, che si ricorra alle leggi, ed a' Professori di quelle, per far argine a più gravi disordini, come si possa il meglio.
Fra tanti merita il primo luogo Scipione Rovito. Nacque egli in Tortorella picciola terra della provincia di Basilicata; e venuto in Napoli, essendo di tenue fortuna, visse quivi in umilissimo stato, esercitandosi ne' nostri Tribunali da Procuratore: ma essendo uomo di molta fatica nello studio legale, puntuale e d'integrità di costumi, cominciò a poco a poco a difender qualche causa; e diede poscia in luce i suoi primi Commentarj sopra le Prammatiche, ne' quali non isdegnò, in que' principi, di ponere il nome della sua Patria, come che poi nella seconda edizione si chiamasse Napoletano. Preso per ciò qualche nome, si pose in riga d'Avvocato, e patrocinò molte cause de' primi Signori del Regno, come si vede da' suoi Consigli, e fece per conseguenza nobil acquisto di fama e di ricchezze. Fiorirono ancora a' suoi tempi tre altri celebri Avvocati, Gio Battista Migliore (quegli che, come altrove si disse, fu mandato in Roma dal Cardinal Zapatta Vicerè al Pontefice Gregorio XV per affari di Giurisdizione). Ferrante Brancia, nobile di Surrento, che morì vecchio Reggente, e Camillo Villuno, li quali insieme con Scipione Rovito nell'anno 1612 dal Conte di Lemos, successore del Conte di Benavente, furon fatti Consiglieri, unicamente per la lor dottrina e merito, senza che n'avessero avuta alcuna antecedente notizia. Nel tempo, che il Rovito fu Consigliere, acquistò fama non men di dotto, che di savio e prudente; onde come si è veduto ne' precedenti libri, non v'era affare di momento, che a lui non si commettesse. Passò poi Presidente in Camera, e dopo alquanti anni nel 1630 fu promosso alla suprema dignità di Reggente, esercitata da lui con fama forse di soverchia austerità; e Pietro Lasena, che fu suo amicissimo, attestava al famoso Camillo Pellegrino, da chi l'intese Francesco d'Andrea, che nella morale affettava esser seguace della dottrina degli Stoici; ancorchè il rigore che usava con altri, nol seppe praticare nella casa sua, poichè benchè avesse più figliuoli, non ebbe motivo per la troppo indulgente educazione di molto rallegrarsi d'avergli avuti. Di lui, oltre i Commentarj sopra le nostre Prammatiche ed i suoi Consigli, si leggono ancora le Decisioni, che furono impresse in Napoli l'anno 1633, e finalmente grave già d'anni, e travagliato di molte infermità, rendè lo spirito nel mese di giugno dell'anno 1638, e giace sepolto nella casa Professa de' PP. Gesuiti di questa città[37].
Non fu per indefessa applicazione a lui disuguale Carlo Tappia, il quale, per le elaboratissime opere, che ci lasciò, spezialmente per quella del Codice Filippino, merita essere annoverato fra' primi Giureconsulti, che fiorissero a questi tempi. Fu egli figliuolo d'Egidio Tappia Presidente di Camera, e dopo aver girato, come Auditore, per varie province del Regno, fatto poi Giudice di Vicaria, fu nell'anno 1597 creato Consigliere. Nel 1612 passò in Madrid Reggente nel supremo Consiglio d'Italia, e finalmente nel 1625, tornò in Napoli Reggente di Cancelleria, dove per molti anni esercitò il posto, e morì poi Decano del Collaterale a 17 gennajo dell'anno 1644, essendo stato sepolto nella Cappella sua gentilizia, posta nella Chiesa di S. Giacomo degli Spagnuoli. Oltre il suo Codice, e le Decisioni, ci lasciò molte altre sue operette, delle quali il Toppi[38] fece catalogo. Fu uomo, per la sua canizie, e per una somma gravità in tutte le cose, tenuto in gran venerazione da nostri Vicerè, e da tutti gli Ordini del Regno; e per la sua instancabile applicazione, senza che gli si vedesse prender mai un'ora di riposo, acquistò nome di Ministro laborioso, ancorchè in dottrina avesse molti che lo superavano.
Celebri ancor furono Marcantonio de Ponte, che ascese anche per la sua dottrina al grado di Presidente del Consiglio. Pietrantonio Ursino, profondo Giureconsulto, come lo dimostra il suo trattato: De successione Feudorum, ancor egli Presidente; ed Andrea Marchese.
Rilusse ancora a questi tempi Gianfrancesco Sanfelice del Sedile di Montagna, il quale, dopo avere nelle Audienze Provinciali, e nella Gran Corte della Vicaria dato saggio de' suoi talenti, fu nell'anno 1619 creato Consigliere. Da poi nel 1640, ascese alla suprema dignità di Reggente; ma si rese assai più famoso per le opere da lui date alla luce, come delle Decisioni, comprese in due volumi e della Pratica Giudiciaria, che si diede poi alle stampe nell'anno 1647. La sua vita non fu che una indefessa applicazione a governar la città nelle cose criminali, e fu insigne per l'innocenza de' costumi, e per l'integrità della vita, non discompagnata dalla dottrina, come lo dimostrano i suoi tomi delle Decisioni. Fu severissimo nel castigare i delitti, ma con tal tranquillità, che quando condannava rei, pareva che gli assolvesse; nè fu meno ammirabile per l'indicibil pazienza, con la quale ascoltava tutte le differenze che succedevano in Napoli, anche tra povere donnicciuole, e tra persone d'infima plebe, e per l'equità nel determinarle: sicchè la sua vita potea dirsi un continuo esercizio di amministrare a tutti indifferentemente giustizia. Fu anche Provicecancelliere del Collegio de' Dottori, il quale ufficio non isdegnò d'esercitarlo anche fatto Reggente, mentre il Vicecancelliere era il Duca di Caivano Segretario del Regno.
Non men celebre fu Ettorre Capecelatro Cavaliere del Seggio di Capuana, il quale datosi all'avvocazione, vi fece notabili progressi. Da' due volumi, che ci lasciò delle sue Consultazioni, si vede, che alla di lui difesa furono appoggiate cause di grandissima importanza: ed ancorchè non avesse avuta molta felicità nell'orare, suppliva al difetto dell'eloquenza con la dottrina e colla fatica. Fu poi nel 1631 creato Consigliere, esercitando il posto con pari decoro ed integrità. Trasportato poi dal desiderio di divenir Reggente, non ebbe riparo di portarsi in Ispagna con titolo d'Ambasciadore della città, contro il voto della sua medesima Piazza, ad istanza del Duca di Medina Vicerè, per opporlo al Duca di S. Giovanni, andatovi poco prima col medesimo titolo, per rappresentare in nome della Nobiltà alcuni aggravj pretesi essersi inferiti a quella dal Vicerè. L'occasione fu, ch'essendo, siccome si è veduto ne' precedenti libri, comparsa l'armata di Francia ne' nostri mari, il Duca di Medina, per maggior difesa, diede l'armi al Popolo sotto i suoi Capi popolari, con governo independente dalla Nobiltà. Pretesero le Piazze Nobili, che ciò fosse contro l'antico stile: onde destinarono Ambasciadore in Ispagna il Duca di S. Giovanni in nome della città per gravarsene; ma il Popolo pretese, che le Piazze Nobili non potessero rappresentar città quando si trattava d'una particolar differenza tra la Nobiltà ed il Popolo; onde il Duca di Medina, non avendo fatto ricevere in Ispagna il Duca di S. Giovanni come Ambasciadore, proccurò dal Popolo, e dall'altre tre minori Piazze, che si mandasse un altro Ambasciadore per altri negozj universali della città, e che s'eleggesse il Capecelatro, ancorchè le Piazze di Capuana e di Nido vi dissentissero, dicendo non riconoscere altro Ambasciadore, che il Duca di S. Giovanni. Andò per tanto il Consigliere in Ispagna, ed avendo ivi con felice esito terminati i suoi affari, se ne ritornò in Napoli colla mercede del titolo di Marchese del Torello, e l'altra della prima piazza di Reggente, che fosse vacata, della quale anticipatamente glie ne fu data dal Vicerè la possessione, con titolo di Proreggente, e dalla Corte fu dichiarato Reggente sopranumerario; e finalmente fu dichiarata la piazza ordinaria, da poi che s'aggiunse la terza piazza spagnuola ad istanza della Corona di Aragona. Sopravvisse nel posto molti anni, e mandato due volte in Foggia dal Conte d'Onnatte per rimettere in piedi le rendite di quella Dogana, che per le passate revoluzioni stavano non mediocremente turbate, fu fama, che cumulasse gran contante. Morì egli a' 10 d'agosto dell'anno 1654, ed oltre averci lasciati i volumi delle sue Consultazioni, ch'e' dedicò al Re Filippo IV, ci diede ancora le sue Decisioni, che ora colle addizioni di Michelangelo Gizzio, girano attorno per le mani de' nostri Professori.