Fiorì ancora a questi medesimi tempi Fabio Capece Galeota del Seggio di Capuana. Costui, applicatosi all'avvocazione, riuscì assai celebre per dottrina, e per efficacia nel rappresentare: fu assai dotto nelle materie legali, come lo dimostrano le sue Controversie, ed i suoi Responsi Fiscali; onde per la sua dottrina fatto Giudice di Vicaria, passò tosto Consigliere del Consiglio di S. Chiara. Fu da poi eletto per Avvocato Fiscale del Regal Patrimonio nel Tribunal della Regia Camera, dove poi fu Presidente; indi fu innalzato alla suprema dignità di Reggente del supremo Consiglio d'Italia, e ritornato di Spagna con titolo di Duca della Regina, sedè per breve tempo nel nostro Consiglio Collaterale; poichè mandato dal Vicerè in Foggia, per riordinare quella Dogana, morì quivi ai 15 dicembre dell'anno 1645, e fu depositato il suo cadavere nella Chiesa de' PP. Domenicani di quel luogo. Mentre fu Avvocato diede alle stampe un assai dotto Responso per lo Duca di Gravina sopra la successione del Principato di Bisignano; ed essendo Consigliere, e poi Avvocato Fiscale, diede alla luce il trattato: De officiorum, ac regalium prohibita sine Principis authoritate commutatione, et alienatione. Nel tempo, che fu Presidente di Camera diede fuori le Controversie, dove si veggono trattate cause arduissime, che furon agitate, non meno ne' nostri supremi Tribunali, che nel supremo Consiglio d'Italia, che egli divise in due tomi stampati in Napoli nel 1636. Li Responsi Fiscali, che e' compilò per difesa de' diritti del Patrimonio Regale, essendo Avvocato Fiscale, furon da lui dati alle stampe in Napoli nel 1645, anno della sua morte. Oltre a ciò avendosi egli, mentr'era Avvocato, presa in moglie l'erede di Camillo de' Medici celebre Avvocato de' suoi tempi, come si vede da' suoi Consigli, tanto che meritò, ancorchè fosse di Gragnano, d'esser dichiarato dal Gran Duca di Toscana della sua Famiglia, con una Commenda della sua Religione di S. Stefano: ebbe la cura di raccorre i di lui Consigli in un giusto volume, ed avendovi fatte alcune Addizioni, con aggiungervi ancora la vita di Camillo, lo fece dare alle stampe in Napoli l'anno 1633, dedicandolo a Ferdinando II de' Medici Gran Duca di Toscana[39].

Fa di mestieri, che qui della meritata lode non si defraudino i famosi Marciani, dotti e profondi nostri Giureconsulti. Marcello Marciano rilusse nel nostro Foro non men essendo Avvocato, che Consigliere. Nell'avvocazione meritò i primi onori, e fece per ciò acquisti di molte ricchezze. Fu riputato non men dotto che grande Oratore, come lo dimostrano i suoi Consigli. Ma innalzato poi alla dignità di Consigliere a' 3 di novembre dell'anno 1623, fu esercitato da lui il posto con integrità e soddisfazione indicibile. Ci lasciò egli due volumi di suoi sublimi Consigli, ma molto più se gli dee per aver di se lasciato Gianfrancesco di lui figliuolo.

Riuscì Gianfrancesco Marciano non men dotto del padre e nel Foro, ebbe grido di famoso avvocato, come lo dimostrano i due tomi delle sue Controversie, che ci lasciò; e se bene non avesse avuto nel patrocinar le cause molta eloquenza, nello scrivere fu molto profondo e dotto. Fu creato Consigliere a' 10 maggio dell'anno 1645, e dopo avere con molto applauso esercitata per dieci anni tal carica, fu innalzato alla dignità di Reggente nel 1655, benchè sopraggiunto poco da poi dalla morte non godesse del Reggentato, che le congratulazioni degli amici.

Lasciò pure costui un altro Marcello, erede non men delle virtù che delle speranze paterne, il quale, imitando le vestigia de' suoi maggiori, si diede ne' suoi primi anni all'avvocazione, nella quale non gli mancò alcuna di quelle parti, che ricercansi per riuscir grande in tal professione: ebbe egli gran capacità, gran dottrina e ardire e grande erudizione, ed in età assai giovanile gran maturità di giudizio. Fu egli, proccurandoselo, fatto assai giovane Giudice di Vicaria dal Conte di Castrillo: poco da poi dal Conte di Pennaranda fu fatto Consigliere, e dal medesimo fu poi mandato in Camera per Avvocato Fiscale, donde nei principj del Governo di D. Pietro d'Aragona, andò Reggente in Ispagna, e quivi di là a non molto se ne morì. Lasciò figliuoli di assai poca età, ma il di lui primogenito Francesco non interruppe il corso; poichè imitando ancor egli i suoi antenati, riuscì famoso Avvocato, poi Giudice, ed indi fatto Consigliere giunse pure al Reggentato, ma per fatalità di questa Casa, ancor egli passato in Ispagna, di là a poco ivi traspassò: tal che essendo questa casa per lo spazio poco men di cento anni stata Senatoria, rimane ora chiusa ed estinta.

Fiorirono ancora non men per dottrina, che per li posti che occuparono, altri insigni Giureconsulti. Francesco Merlino, ancorchè non gli paresse avviarsi per la strada dell'avvocazione, ma per quella degli Ufficj, riuscì dotto Ministro, e si rese presso noi celebre, non men per le cariche che sostenne, che per le opere che ci lasciò. Fu egli un privato gentiluomo di Sulmona, di famiglia però nobile ed antica in quella città: sua madre fu figliuola del Marchese di Paglieta Pignatelli e di Beatrice Tappia, sorella della madre del Reggente Tappia, per la quale si professava egli di lui nepote, e per ostentazione del quarto materno s intitolò sempre Merlino Pignatelli. Col favore del Reggente Tappia suo zio, stimò non aver bisogno dell'Avvocazione per avanzarsi; onde andato prima Auditore in Salerno, e fatto poi Giudice di Vicaria, e poi Commessario di Campagna, in brevissimo tempo fu creato Consigliere. Per essere stato creatura del Conte di Monterey, fu poco grato al Duca di Medina, onde per la medesima ragione portossi in tutti i posti con somma lode di valore, integrità e dottrina; onde, che a suoi due tomi delle Controversie, tra moderni Scrittori del Regno, comunemente si dà il primo luogo. Fu da poi eletto Reggente supremo del Consiglio d'Italia, e tornato di Spagna, fu nell'anno 1648 decorato della dignità di Presidente del S. C. esercitata da lui con molto decoro e gravità. Morì egli pochi anni da poi nel sesto dì di settembre dell'anno 1650, e fu seppellito nella sua Cappella dentro la Chiesa de' Padri Gesuiti della lor Casa professa.[40]

Essendo stato creato il Reggente Merlino Presidente del S. C. fu eletto in suo luogo per Reggente in Ispagna Giancamillo Cacace, che si trovava allora Presidente di Camera. Era egli un famoso Avvocato de' suoi tempi, assai celebre per la dottrina e per l'arte del dire, il qual soleva pregiarsi, che mentr'era Avvocato non vi era stato Signore nel Regno che non fosse venuto a prender consulta in casa sua. Il di lui padre fu di Castell'a Mare e d'ordinarj natali; ma venuto in Napoli, ed acquistate mediocri ricchezze, furon quelle poi da lui eccessivamente accresciute col guadagno dell'Avvocazione, e con una somma parsimonia. Fu da poi fatto Avvocato Fiscale di Camera, e poi Presidente; ed eletto Reggente per Ispagna, per un indicibil abborrimento, ch'ebbe a viaggiar per mare, rinunziò il posto, ed in suo luogo fu eletto il Reggente Tommaso Brandolino; ma di là a pochi anni fu eletto di nuovo Reggente per Napoli, concedutosi ciò per suoi meriti, senz'obbligazione d'andare in Ispagna. Fu di genio assai tetro, ed abborrì sempre l'ammogliarsi; onde poco appresso essendo morto, e non avendo chi lasciar erede delle sue facoltà, fondò di sua roba un Monastero di donne povere, detto dei Miracoli, che a tempo de' nostri maggiori si chiamava pure il Monastero di Cacace.

Rilussero ancora i Consiglieri Filippo Pascale, patrizio Cosentino, famoso Avvocato e celebre pe 'l suo trattato: De viribus patriae potestatis. Ma sopra costui s'innalzaron per dottrine Scipione Teodoro, ancor egli rinomato Avvocato e celebrato per le sue Allegazioni, che ci lasciò. Tommaso Carlevalio per le opere impresse, e sopra tutto pe 'l suo trattato De Judiciis, si distinse parimente infra gli altri; e molti ve ne furon ancora, che per mezzo delle stampe lasciaron a' posteri memoria del lor nome, e quanto valessero nella profession legale. Ma oscurò tutti costoro il celebre Orazio Montano, per profondità di sapere, per eleganza e per somma perizia di ragione, non men civile che feudale.

Chiuda per ultimo la schiera Donat'Antonio de Marinis. Nacque egli in Giungano picciola Terra del Regno in Principato citra, e venuto in Napoli, assai sottilmente menando la vita, si diede con molta applicazione agli studj legali, dove vi fece notabili progressi, e non avendo avuta abilità alcuna nell'arringare in Ruota si diede a scrivere in alcune cause, donde compilò poi il primo Tomo delle sue Resoluzioni. Coll'integrità de' costumi, e con una sua maniera libera e lontana da ogni affettazione, si rendè grato a tutti gli Avvocati più principali de' suoi tempi, sicchè in tutte le cause era chiamato a collegiare; onde cresciuto d'opinione, cominciò ancor egli a difendere qualche causa, e diede in luce il II Tomo delle Resoluzioni. Fiorivano a' suoi tempi molti rinomati Avvocati, come Raimo di Ponte, Francesco Rocco, Francesco Maria Prato, Antonio Fiorillo, Ortensio Pepe, Ascanio Raetano, Paolo Giannettasio e Giovan Battista Odierna, li quali dal Conte di Castrillo a' 15 di maggio del 1654 volendo riordinare il Tribunal della Vicaria, furon fatti Giudici, e con essi anche il Marinis, li quali poi tutti passarono a posti supremi. Donat'Antonio nell'anno 1656 fu creato Presidente della Regia Camera, dove con somma integrità ed indefessa applicazione esercitò il posto insino all'anno 1661, nel qual tempo diede fuori i due volumi delle Decisioni del Reggente Revertero, che correndo M. S. per le mani d'alcuni, egli le accorciò e fecevi sue Addizioni, le quali insieme con gli Arresti, ovvero Decreti generali della Regia Camera, fece imprimere in Lione l'anno 1662. Raccolse ancora molte Allegazioni, così sue, come degli altri Avvocati suoi coetanei, o che fiorirono prima di lui, le quali per opera sua furon poi date alle stampe. Essendo Presidente di Camera e Vicecancelliere del Collegio de' Dottori fu nominato, nel 1661, Reggente nel Supremo Consiglio d'Italia e portatosi in Ispagna, ritornò poi in Napoli Reggente del nostro Collaterale a' 25 di febbrajo dell'anno 1665. Visse egli celibe e con somma parsimonia, tanto che potè cumulare qualche contante. Ma se mentre fu Avvocato seppe resistere agl'impulsi della natura, fatto Ministro, sconoscendo i suoi e la patria, non seppe star saldo al vento della vanità; poichè gli entrò in testa, d'esser egli disceso da' Marini di Genova, raccogliendo scritture dell'archivio, che a tal effetto gli eran somministrate dall'Archivario Vincenti, e venuto a morte a' 26 d'aprile del 1666 in età di 67 anni, immemore della patria e de' suoi, lasciò erede di tutti i suoi beni, che consistevano in contanti ed in una buona libreria, i Padri Scalzi di S. Teresa sopra i Regj Studj, per ambizione che gli rizzassero una statua di marmo, come fecero nella lor chiesa.

§. I. L'Avvocazione in Napoli si vide a questi tempi in maggior splendore e dignità.

Per le cagioni ne' precedenti libri accennate, essendosi questa Città per la sua ampiezza e magnificenza e per lo gran numero di suoi Nobili e Cittadini resa uguale alle maggiori Città del Mondo, e divenuta Capo e Metropoli d'un non men grande, che nobilissimo Regno, pieno d'un maraviglioso numero di Baroni, di Principi, di Duchi, di Marchesi e di Conti; e tenendovi ancora in quello interessi considerabili molti altri Principi Sovrani, e le Corone istesse d'Europa, come il Re di Polonia, Savoja, Neomburgh, Toscana, Modena, Parma, ed altri; e dove tutte le cause si giudicano dal Consiglio di S. Chiara, maggiore anche, per questo riguardo, del Parlamento di Parigi, che non tiene alcuna autorità sopra gli altri Parlamenti del Regno di Francia: l'Avvocazione presso di noi crebbe in somma stima, e riputazione. E maggiore si vide a questi tempi, quando per le tante rivoluzioni, calamità e disordini accaduti, fu veduto il Regno tutto pieno di liti, e si suscitarono cause di Stati grandissimi e d'eredità opulentissime; onde gli Avvocati crebbero assai più di stima per lo bisogno, che se n'avea nella difesa delle cause, nel consigliare i loro testamenti, i contratti, e di regolare le loro case, dipendendo da' loro consigli le facoltà, non men dei signori, che de' privati, ed anche de' principi sovrani, per gl'interessi che vi tengono. Quindi grandemente si offesero quando nel 1629 il Duca d'Alcalà Vicerè voleva obbligargli ad esporsi ad esame, e si risolsero concordemente d'astenersi più tosto da esercizio cotanto nobile, che sottoporsi ad una tal vergognosa censura. Antonio Caracciolo, famoso Avvocato di que' tempi, sostenne nel Collateral Consiglio le costoro ragioni; e di fatto, per non ricevere quest'oltraggio, s'astennero d'andare più a' Tribunali; e Giovan Vincenzo Macedonio, fermo nella sua deliberazione, contentossi di non far più l'Avvocato, per non si sottomettere a questa censura. Quindi è, che tuttavia i primi Baroni del Regno cercan d'avergli benevoli, ed in qualunque occasione, che loro si presenta, fanno per li loro Avvocati ciò, che non farebbero per se medesimi: trattano con loro con sommo rispetto, nè solamente danno loro il primo luogo nelle loro carrozze, ma frequentano le loro Case, e si sentono favoriti, qualora in concorso d'altri sono preferiti nell'udienze.