Rilussero ancora più gli Avvocati in questi tempi, perchè pian piano andavansi dirozzando di quella prima ruvidezza; e quando prima, per avvezzarsi a parlar bene, il loro studio era solamente posto nelle orazioni del Cieco d'Adria, essendosi nel principio di questo secolo, cioè nel 1611 aperta in Napoli l'Accademia degli Oziosi cominciavano ad avvezzarsi meglio nell'arte dell'eloquenza, con andarsi sempre più la nostra natia favella depurando dall'antica rozzezza; e se bene, come suole accadere in tutte le arti, in questi principj i nostri Avvocati non acquistarono gran fama di Oratori, e pure, secondo la testimonianza, che a noi ne rendè l'eloquentissimo Francesco d'Andrea, fiorirono a' questi principj tre famosi Avvocati, insigni per la fama d'eloquenza. Antonio Caracciolo, che fu poi Reggente, era comunemente chiamato fiume d'eloquenza, essendo dotato d'una vena naturale, ed abbondante, che accompagnata da non affettata modestia e da una gratissima maniera di rappresentare, rapiva gli animi di chi l'ascoltava. Giovanni Camillo Cacace, pur egli, come si è detto, innalzato poi al Reggentato, non dovea niente alla natura, ma tutto all'arte, ed essendo per natura timido, prese animo di darsi all'Avvocazione da due orazioni, che fece nella Accademia degli Oziosi con molto plauso: onde poi anche nelle cause si premeditava il discorso a mente con eloquenza più regolata che abbondante, ma con maggior dottrina, ed argomenti più efficaci del Caracciolo. Octavio Vitagliano (che poco curando il Ministerio, co' denari guadagnati coll'Avvocazione fondò la Casa de Duchi dell'Oratino) fu come un mezzo tra il Caracciolo e Cacace: ebbe discorso vigoroso e naturale, ma non avea nè la dolcezza del primo, nè tutta la dottrina del secondo.

Ne' tempi che seguirono, narra l'istesso Francesco d'Andrea, che essendo egli giovane, ebbe occasione d'ammirare D. Diego Moles padre del Reggente Duca di Parete: avea egli nobile aspetto, gratissima voce, e si spiegava nobilissimamente, e senz'affettazione: ardeva dove bisognava: le parole erano anche scelte e proprie; ed in somma, egli dice, che non sapeva altro, che desiderarvi: Pietro Caravita, pur famoso Avvocato di questi tempi, ch'era emolo del Moles e lo superava in dottrina, ma di lunga inferiore nell'arte del dire, non d'altro il censurava, che dell'impararsi a mente il discorso: ciò che se era vero, tanto maggiore era il suo artificio, poichè non se gli conosceva, e pareva, che le parole se gli suggerissero nel medesimo tempo che le diceva. Comunemente però era stimato più facondo Gerolamo di Filippo, Fiscal di Camera e poi Reggente, il quale aveva una affluenza naturale, accompagnata ancora dall'arte, ed una maniera più dolce ed affabile; ma secondo il giudicio, che ne dà l'Andrea, poco imprimeva, ed era affatto privo di que' requisiti tanto necessarj ad un perfetto Oratore: il suo discorso era più pieno di parole, che di cose, tal che il Conte di Pennaranda soleva di lui dire, mentr'era Avvocato Fiscale in Camera, che avea molti pampani, e poca uva; onde di forza, e di efficacia nel dire non poteva paragonarsi col Moles.

Fiorirono ancora a questi tempi Giulio Caracciolo, di cui l'Andrea dice, che avea anche un discorso aggiustato, tal che pareva premeditato; non avea però molta facondia, ma suppliva col decoro e con certo contegno di cavaliere; e per la qualità della nascita prese gran nome tra la Nobiltà; ma morto quasi nel principio della sua carriera, fu più famoso per quel che si stimava che avrebbe fatto, che per quel che fece. Bartolommeo di Franco acquistò pur nome di grande Avvocato, ma solo nelle cause de' rei avea una maniera sua propria, colla quale parlava le tre e le quattro ore, senza però dispiacere; fu più famoso però per le minuzie, che osservava ne' processi, e per li difetti, che apparivano intorno l'ordine giudiciario, che per rappresentar bene la giustizia, che il più delle volte non avea; tal che il Consigliere Arias de Mesa soleva dire, ch'egli avrebbegli data una cattedra primaria de Ordine Judiciorum con duemila ducati di salario l'anno per istruire gli Avvocati e Proccuratori; ma gli avrebbe impedito l'uso dell'Avvocazione. Francesco Maria Prato credea essere un grand'Oratore; ma a giudicio dell'Andrea e di tutti gli altri, non potea riporsi nè anche tra' mediocri: avea egli una maniera affettata, ed un accento Leccese, che più tosto lo rendea ridicolo, benchè non gli mancasse dottrina, per quant'era necessario all'uso del Foro e dell'orare. Si pregiava di parlar Spagnuolo; onde due cause celebri, che si trattarono in Collaterale in presenza del Vicerè Duca d'Arcos, le parlò in lingua spagnuola: ciò che non s'era fatto da nessun altro prima, com'egli se ne pregia in uno de' suoi volumacci dati alle stampe; ma le perdè tutte due, ed una fu quella della Congregazione di S. Ivone, che la guadagnò l'Andrea, essendo ancor giovane d'età di 22 anni, contro i PP. Gesuiti, che volevano aprirne un'altra del medesimo istituto nella Casa professa, della quale il Reggente Capecelatro nel suo secondo tomo ne porta la decisione. Paolo Malangone pur presso il volgo s'acquistò fama d'un grand Oratore, per un suo discorsetto pulitino rappresentato con grata e piacevole voce, ma nudo affatto d'ogni dottrina, anche della più comunale; onde non si ravvisava in lui cosa, che non fosse sotto assai la mediocrità, non consistendo l'eloquenza nelle sole parole, ma assai più nel vigore e nella robustezza delle ragioni. Fabio Crivelli avea pure una vena abbondantissima, sicchè parlava le tre e le quattro ore senza stancarsi, e per far pompa della sua abilità solea ripetere tutto ciò che s'era detto dall'Avversario e spesso con maggior giro di parole, per poi doverlo confutare.

Più di costoro rilusse in questi medesimi tempi il famoso Giuseppe di Rosa, poi Consigliere, celebre per le sue dotte, e profonde opere legali, che ci lasciò. Alla molta sua dottrina accoppiò ancora il pregio di spiegar senza pampani e con proprietà di parole i suoi sensi; ma perchè gli spiegava in maniera, che pareva che più tosto insegnasse, che orasse, perciò comunemente fu reputato più dotto, ch'eloquente.

Ma sopra tutti costoro s'innalzò poi a questi medesimi tempi l'incomparabile Francesco d'Andrea, lume maggiore della gloria de' nostri Tribunali, al qual dobbiamo non solo d'aver egli restituita in quelli la vera arte d'orare; ma molto più, per avere nel nostro Foro introdotta l'erudizione, ed il disputar gli articoli legali secondo i veri principj della Giurisprudenza, e secondo l'interpetrazione de' più eruditi Giureconsulti, de' quali presso noi rara era la fama ed il nome, applicando la loro dottrina all'uso del Foro, ed alle nostre controversie forensi. Egli fu il primo, che facesse risuonare nelle Ruote del nostro S. C. il nome di Cujaccio, e degli altri Eruditi. Egli tolse ancora la barbarie nello scrivere; ed egli fu il primo, che cominciasse a dettare le allegazioni in culto stile, imitando i più purgati Scrittori, ed a disputar gli articoli, non già secondo lo vulgari maniere, ma da limpidissimi fonti delle leggi derivando le conclusioni, le adattava al caso, valendosi delle interpetrazioni di Cujaccio, e degli altri eruditi, non discompagnandole dalle comuni tradizioni de' Dottori, come si vede dalle sue prime allegazioni, che tra l'opere del Moccia[41], e del Consigliere Staibano[42], furono impresse.

Dal suo esempio furon poi mossi gli altri a trattar le cose istesse del nostro Foro con più pulitezza e candore: onde Marcello Marciano nipote del primo Marcello, e figliuolo del Reggente Gianfrancesco, che fu dal Conte di Castrillo fatto Giudice di Vicaria e dal Conte di Pennaranda creato Consigliere, e dal medesimo passato poi in Camera Avvocato Fiscale, donde nel principio del governo di D. Pietro Antonio d'Aragona andò Reggente in Ispagna: nel tempo che fu Fiscale distese alcune allegazioni, intitolate Exercitationes Fiscales, con molta pulitezza e candore; e nell'ozio, che ebbe nella Corte di Madrid, perfezionò alcuni altri trattati legali, come quello De Incendiariis, dove vengono, secondo il metodo tenuto dagli altri eruditi, interpetrate molte difficili, ed oscure leggi, che su questa materia s'adducono: siccome fece nell'altro intitolato De Indiciis delictorum; ma in nessun altro mostrò quanto sopra questi studj si fosse avanzato, quanto in quello, che intitolò de Prejudiciis, che dalla morte prevenuto non potè condurlo a fine, nel quale superò Giacomo Revardo, che prima di lui avea trattato del medesimo soggetto. Ma non avendo avuto egli il piacere di veder in sua vita perfezionate queste sue opere, essendo a' 28 ottobre 1670 morto in Ispagna, furono da poi date alla luce in Napoli da Gianfrancesco Marciano suo figliuolo nell'anno 1680, nel qual tempo il Consigliere Gennaro d'Andrea, poi Reggente, (il quale seguitando l'esempio del suo gran fratello Francesco, sopra molti si distinse ancora nello scrivere, per l'eleganza e pulitezza dello stile, come lo dimostrano le sue allegazioni) volle a quest'edizione far precedere una sua epistola al Lettore, nella quale commendando la dottrina e l'eleganza dello stile, non ebbe difficoltà di dire, che se morte non avesse interrotto il bel disegno, ed avesse dato tempo all'Autore di por l'ultima mano a queste, ed altre insigni sue opere, che meditava, Napoli non avrebbe che invidiare a' più famosi Giureconsulti dell'altre città d'Europa. nè la Savoja si compiacerebbe tanto del suo Fabro, nè la Francia del suo cotanto rinomato Cujaccio[43].

Nè noi a questo insigne Giureconsulto Francesco d'Andrea dobbiamo solamente d'aver egli ne' nostri Tribunali introdotta l'erudizione, l'arte dell'orare ed il vero modo di disputar gli articoli legali e dello scrivere pulitamente, ma anche molto gli devono i Cattedratici, per aver egli pure nella nostra Università degli Studj proccurato, che la Giurisprudenza e l'altre scienze s'insegnassero con miglior metodo e dottrina di quello, che s'era praticato prima, secondo l'uso comunale e senz'alcuna erudizione. Alessandro Turamino, di cui si è favellato ne' precedenti libri avea lasciato un suo discepolo, che lo superò intorno al modo d'insegnare e d'interpretar le leggi: costui fu Giannandrea di Paolo, uomo eruditissimo ed oratore eccellente, da cui l'Andrea che gli fu discepolo si pregiava aver appresa la vera maniera d'intender le leggi per li loro principj, e di saper distinguere le vere opinioni de' nostri Dottori dalle false. Fin che visse, dice egli, nelli nostri studj fiorì il vero modo di insegnare e d'interpretare le leggi. Emmanuel Roderigo Navarro fiorì pure a questi tempi nella nostra Università occupando la Cattedra Primaria Vespertina di legge civile; e dopo lui, il cotanto famoso presso di noi Giulio Capone. Ma per contrario Giandomenico Coscia Lettor Calabrese[44] che ne' medesimi tempi s'avea presso il volgo acquistata gran fama, e teneva un infinito numero di scolari, reggendo la Cattedra primaria mattutina de' Canoni, e ch'ebbe gran contese di precedenza col Navarro, avea avvilito il mestiere: costui goffo al segno maggiore, e privo d'ogni erudizione, insegnava scipitamente la legge a' nostri giovani. Tal che, morto Giannandrea di Paolo, era presso noi quasi ch'estinto il vero modo d'insegnare.

Ma restituiti da poi, come si disse, i pubblici Studj dal Conte d'Onnatte, il nostro Andrea proccurò, che ritrovandosi in quelli occupar la Cattedra delle Istituzioni D. Giambatista Cacace[45], il quale per essere stato discepolo di Giannandrea di Paolo, insegnava quei primi elementi con maniera diversa dagli altri, con metodo ed erudizione, e secondo il modo tenuto dagli autori eruditi; ed insegnando parimente costui in questa Università la Rettorica con molto profitto degli ascoltatori, per essere versato nella lingua latina, e non meno in verso, che in prosa: proccurò l'Andrea per l'opinione, che a questi tempi s'avea acquistata, di accreditarlo maggiormente, e predicar il suo valore, e mandovvi da lui ad apprender le Istituzioni e la Rettorica Gennaro suo fratello, dal cui esempio mossi gli altri, fur poste in piedi due Cattedre ne' nostri Studj, quella delle Istituzioni e della Rettorica, concorrendovi gran numero di scolari ad apprenderle.

Parimente egli rimise in questa Università la cattedra di Matematica, e quel che fu più, proccurò, che l'occupasse Tommaso Cornelio famoso Filosofo e Medico di que' tempi, il quale insegnandola secondo il metodo tenuto da' migliori e più valenti Matematici, fece sì, che unita la sua opera a quella di M. Aurelio Severino, ancor egli famoso Filosofo e Medico di questi tempi, e Lettore primario de' nostri Studj (delle cui opere il Nicodemo[46] tessè lunghi cataloghi), presso di noi pian piano cominciasser i nostri giovani ad aver buon gusto delle buone lettere, e della Filosofia, e della Medicina, e cominciassero a deporre gli antichi pregiudicj delle Scuole.

Nè contento questo insigne Giureconsulto di tutto ciò, per l'amicizia ch'e' si proccurò di que' pochi veri letterati, che fiorivano a' suoi tempi, d'Ottavio di Felice, vecchio assai erudito, e che avea consumata quasi tutta la sua vita nello studio della lingua greca e della morale d'Aristotele: di D. Camillo Colonna, uomo eruditissimo, di sublime intendimento, e gran Filosofo: del cotanto appresso noi rinomato Camillo Pellegrino, e d'alcuni pochi altri: avea egli assai più distese queste cognizioni, e proccurato, per mezzo della sua eloquenza, diffonderle in altri; ed essendo a questi tempi, come si è detto, opportunamente venuto in Napoli Tommaso Cornelio, a cui Napoli deve tutto ciò, che ora si sa di più verisimile nella Filosofia e nella Medicina, l'Andrea fu il primo che abbracciasse quella maniera da colui proposta di filosofare, ed il Cornelio per mezzo suo fece venire in Napoli l'opere di Renato delle Carte, di cui sino a quel tempo n'era stato presso noi incognito il nome; tal ch'essendosi restituita nel medesimo tempo l'Accademia degli Oziosi sotto il Governo del Duca di San Giovanni, dov'esercitavansi gli Accademici in recitarvi varie lezioni, egli fra l'altre ne recitò due, che per la novità diede molto che dire, nell'una delle quali dimostrò su quali deboli fondamenti s'appoggiasse la volgar Filosofia delle Scuole, e nell'altra quanto dovesse per conseguenza esser preferita la novella maniera di filosofare. E quantunque essendo poc'anni da poi soppravvenuto il contagio, bisognasse tralasciare tutti questi studj, nulladimanco quello poi cessato, e restituite le cose allo stato primiero, si ripigliaron da lui con maggior fervore e con maggior successo: poichè cresciuto assai più in opinione ed autorità, ebbe molti, che lo seguirono, tanto che poi, col correr degli anni, si videro presso noi introdotte e stabilite le buone lettere in tutte le discipline, nella maniera, che sarà narrata ne' seguenti libri di quest'Istoria.