Gli Spagnuoli non potendo soffrire le conquiste dei Franzesi sopra gli Stati d'Olanda e molto meno sopra l'Imperio, deliberarono d'entrare anch'essi in questa lega; ed avendo dichiarata la guerra al Re di Francia, protestarono al Re d'Inghilterra, che se non si fosse separato da quello, avrebbero con lui fatto lo stesso, e frappostisi per mediatori, fecero sì, che si conchiudesse la pace fra gl'Inglesi ed Olandesi. Così costretti i Franzesi a far fronte all'esercito Imperiale, che s'era avvicinato a' confini della Fiandra, abbandonarono tutte le piazze degli Olandesi, fuorchè Mastrich e Grave, la quale fu sforzata poscia dal Principe d'Oranges ad arrendersi con onorevoli condizioni. In questa guisa venne a cader tutta la guerra sopra la Fiandra Spagnuola, ed a' Paesi posti dall'una e dall'altra parte del Regno, che durò molti anni.
Essendosi pertanto pubblicata in Napoli nel mese di dicembre di quest'anno 1673 la guerra contro alla Francia, con pubblicarsi bando che fra brevi giorni tutti i Franzesi sgombrassero dal Regno, cominciarono a turbar l'animo del nostro Vicerè più nojosi pensieri; poichè dichiarata questa guerra, temendosi, che i Franzesi non tentassero d'assalire il principato di Catalogna, fu richiesto l'Asterga d'inviar soccorsi per difesa di quello Stato; onde gli fu duopo spedire per quella volta quattro vascelli con 1200 fanti Napoletani, sotto il comando del Maestro di Campo D. Giovan-Battista Pignatelli; e premendo sempre più il bisogno d'ingrossare l'esercito di Catalogna, bisognò nel mese di marzo del seguente anno 1674 spedire altri 1500 soldati, sotto la condotta del Sergente maggiore di Battaglia D. Antonio Guindazzo; e poi nel mese di giugno vi furono spedite cinque galee del Regno con altre 500 persone. Ma le rivolte sopravvenute nella città di Messina, che cagionarono una delle più ostinate guerre, che mai si fossero intese, impedirono li soccorsi per Catalogna, li quali sarebbero stati non di tanto aggravio, e costrinsero il Vicerè a mandarne in Sicilia dal nostro Regno altri assai più spessi e vigorosi; tal che a nostre spese si ebbe a sostenere quella crudele ed ostinata guerra.
I Messinesi vantando antichissimi privilegj di franchigia e d'esenzione ed altre lor prerogative, eransi nel regno di Filippo IV molto più insolentiti, a cagion ch'essendo stati saldi e costanti nella fede regia ne' preceduti tumulti di Palermo e di Napoli, il Re Filippo non solo aveagli loro confermati, ma aggiunti nuovi favori e preminenze.
(Gli antichi privilegi, conceduti da' Re Ruggiero e Guglielmo, suo successore, alla città di Messina si leggono presso Lunig. tom. 2 pag. 845 e 855 e pag. 2515 e 2517.)
Queste concessioni facevano godere a que' popoli una libertà quasi che assoluta; ed era dagli Spagnuoli tollerata, perchè consideravano, che non dipendeva quella licenza, che spesso si prendevan per difesa de' loro privilegj, da animo poco inclinato alla sovranità del Re ad al suo servigio, ma da una certa vanità, ch'essi aveano d'esser singolari fra tutti gli altri sudditi sottoposti alla corona di Spagna. Eleggendo essi dal lor corpo il pubblico Magistrato, che chiamano Senato, con piena autorità nel comando, con potestà d'amministrare il pubblico patrimonio e di distribuire le cariche subalterne, disponevano con assoluto arbitrio degli animi de' cittadini, ed eran sempre pronti a resistere, anche a proprj Vicerè, qualora essi credevano, che si tentasse cosa, che fosse contro i loro cotanto vantati privilegj.
Nel governo del Conte d'Ayala si lamentarono, prima che quel Vicerè non avea giammai fatta residenza in Messina, che avesse fatto imprigionare alcuni, quando non dovea; ed in fine non vi era operazione che facesse, che non l'interpretassero per violazione de' loro privilegj; e se le cose si fossero contenute nei termini di lamenti e di querele, sarebbe stato comportabile; ma si venne a' scandalosi fatti di dichiarare nulle le ordinazioni di quel Vicerè, come pregiudiciali ai loro privilegj, e ad assoldar gente per la loro osservanza. Queste medesime dimostrazioni continuarono con D. Francesco Gaetano Duca di Sermoneta successor dell'Ayala, il quale essendosi portato in Messina lo forzarono a pubblicar Prammatica, colla quale gli fecer proibire l'estrazion delle sete da tutti i porti di quell'Isola, fuorchè dal porto della lor città. Ma gravatesi di ciò l'altre città del Regno, ne fu dalla corte di Spagna sopraseduta l'esecuzione; tal ch'essi si risolsero di mandar due ambasciadori a Madrid per ottenerne la revocazione. Pretesero costoro d'esser trattati nell'udienze, come tutti gli altri ambasciadori di Principi, e che si fosse loro destinata certa giornata; che l'introduttore degli ambasciadori gli accompagnasse e che fossero mandati a levare nel giorno dell'udienza con le carrozze della casa regale. Allegavano essi molti esempj in tempo del Re Filippo IV che così gli avea trattati; ma la Regina Reggente non volle a verun patto accordar loro questo cerimoniale; poichè non solamente non appariva, che ciò fosse seguìto con saputa del Re suo marito, anzi che il medesimo avea espressamente ordinato, che tutti gli ambasciadori de' regni e delle città suddite ne godessero il nudo titolo e non già il trattamento: ond'essi per non si pregiudicare, fattasene con nuova supplica protesta, se ne ritornarono in Messina senz'adempire all'ambasciata.
Irritati i Messinesi da tal rifiuto, cominciarono ad usar molte insolenze; ed essendo intanto al Duca di Sermoneta succeduto nel governo di quell'Isola il Duca d'Alburquerque, ed a costui poco da poi sostituito il Principe di Lignì, crebbero assai più li disordini e le confusioni, le quali finalmente terminarono in fazioni; onde sursero i nomi di Merli, che presero i Realisti, e di Malvezzi che s'arrogarono gli altri del partito contrario, riducendosi i Messinesi in istato non meno lagrimevole di quello, nel quale si vide altre volte ridotta quasi tutta l'Italia dalle fazioni de' Bianchi e de' Neri, e de' Guelfi e Ghibellini.
Ma nel Governo del Marchese di Bajona successore del Lignì, essendo Straticò in Messina D. Diego di Soria Marchese di Crispano, che da Napoli, mentre era Consigliere di Santa Chiara, fu mandato con tal carica in quella città, le fazioni, che la tenevano in grandissima confusione, divennero aperte sollevazioni; poichè celebrando i Messinesi nel mese di giugno di quest'anno 1674 con gran pompa, ed apparati la festività di Nostra Signora sotto il titolo della Lettera per un'epistola, ch'essi credono aver ella scritta al Senato di Messina, nella quale l'assecurava della protezione del suo figliuolo Gesù; si videro nella bottega d'un sartore alcuni misteriosi ritratti, che alludendo alle cose presenti, toccavano con ischerni il partito de' Merli, non si perdonando nè meno all'istesso Soria Straticò. Di che accortisi i Merli, minacciando il sartore di volerlo con tutta la sua bottega mandar per aria, furono per dar di piglio alle armi, se tosto non vi fosse accorso lo Straticò a darvi riparo. Ma gli animi vie più esacerbandosi per la carcerazione seguìta del sartore, da' Malvezzi si faceva unione di gente armata per liberarlo a viva forza dalle carceri, e passar poscia a fil di spada tutti i Merli, e tutti coloro che favorivano il partito del Re. Fu in effetto in un istante, al suono d'una campana, veduta la città andar sossopra, i Malvezzi occupare i più rilevati posti, fare strage de' Merli, e sempre più avanzandosi il lor partito, crescere il lor numero sino a ventimila persone, le quali costrinsero le soldatesche Spagnuole, che erano accorse per reprimere il tumulto, a ritirarsi nel Palagio Regale, dentro il quale convenne a loro rinchiudersi e ridurre tutta la lor difesa: e lo Straticò per disturbare l'assedio del Palazzo, ordinò, che i Castellani della Fortezza tirassero contro la Città col cannone.
Dall'altra parte i Senatori dichiaratisi apertamente per li Malvezzi, e disponendosi all'assedio del Palagio Reale, fortificavan i posti; e ragunando gente, strinsero di stretto assedio lo Straticò. Accorse il Marchese di Bajona Vicerè al periglio; ma gli fu impedita l'entrata nella città, e lo costrinsero a colpi di cannone a ritirarsi verso i lidi della Catona nelle coste della Calabria, e di là in Melazzo. Sì pensò allora seriamente, che per ridurre i Messinesi bisognava espugnargli con formata guerra; onde avendosi il Bajona eletta la città di Melazzo per piazza d'armi, raccolse ivi tutte le soldatesche dell'Isola; chiamò i Baroni del Regno, che vi comparvero con buon numero di milizie a loro proprie spese arrolate; si risolse di non solo soccorrere lo Straticò e le Fortezze Regali di Messina, ma parimente di chiudere i passi di Teormina, per togliere a' Messinesi la comunicazione col rimanente dell'Isola, e ridurgli all'ubbidienza, non men col timore delle armi che della fame.
Venne chiamato a parte di questa impresa il nostro Vicerè, il quale cooperando al medesimo fine, dichiarò ancor egli per piazza d'armi la città di Reggio, dove fece marciare buona parte del battaglione del regno, sotto il comando del Generale D. Marc'Antonio di Gennaro con ordine di passare nell'Isola, quando al Marchese di Bajona fosse così paruto. Spedì poscia due galee in Melazzo con quattrocento fanti Spagnuoli; ed altrettanti Italiani fece imbarcare sopra un vascello, e due Tartane con munizioni da guerra e da bocca, e non trovandosi ne' nostri mari le squadre delle galee di Spagna, s'ottennero quelle della Repubblica di Genova, e della Religione di Malta in soccorso delle armi Regie.