I Messinesi, prevedendo che per se soli non erano bastanti a contrastare a tanti, dalla sollevazione passarono a manifesta ribellione deliberando di ricorrere al Re di Francia, perchè di loro prendesse cura e protezione; e tenendo in tanto a bada il Marchese di Bajona con negoziazioni e trattati di rendersi, ma non mai riducendogli ad effetto, spedirono in Roma D. Antonio Cafaro a trattare col Duca d'Etrè ambasciadore di quel Re al Pontefice, perchè ricevendogli sotto il suo dominio, sollecitasse il Re a mandar loro presti e poderosi soccorsi. Il Duca col Cardinal d'Etrè suo fratello, non tenendo sopra di ciò alcun spezial comando del lor Sovrano, nè avendo nemmen il Cafaro bastante mandato di far ciò che offeriva, deliberarono, per non perder tempo, di far passare in Francia l'istesso Cafaro, affinch'egli avesse rappresentato lo stato di Messina a quel Principe, e sollecitato il soccorso, e l'accompagnarono con loro lettere dirette al Duca di Vivonne Vice-Ammiraglio di Francia nel mare Mediterraneo, che dimorava in Tolone. Nella corte di Francia furon varj i sentimenti intorno ad accettar l'impresa: alcuni memori del famoso Vespro Siciliano e dell'avversione, che i Popoli della Sicilia hanno alla nazion Franzese, la dissuadevano: altri accendevano l'animo di quel Re a non abbandonarla, potendo molto giovare alla guerra, che allora ardeva fra le due corone, e che almeno avrebbe cagionata una grande diversione alle armi Spagnuole. Fu risoluto in fine d'appigliarsi ad un mediano partito, di comandare al Vivonne, che soccorresse ai Messinesi, ma prima di moversi con tutta l'armata, spedisse una squadra per introdurvi soccorso, e nell'istesso tempo confermasse i Messinesi nella ribellione, affin di ritrarne profitto per la diversion delle armi spagnuole, e s'informasse meglio dello stato delle cose, per prender poi più pesate deliberazioni.
Dall'altra parte, giunto alla corte di Spagna l'avviso della sollevazione di Messina, fu deliberato, che si proseguissero i mezzi per ridurla, non men colle armi che co' trattati d'accordo, mostrando indulgenza, e promettendole il perdono. Ma nell'istesso tempo fu risoluto, che prima che potessero venire i soccorsi, che si temevano di Francia, con tutte le forze di mare (non profittandosi i Messinesi della regal clemenza) si proccurasse la sua riduzione. Fu pertanto dalla Regina Reggente conceduto loro un general perdono, che fu mandato al Bajona, perchè lo pubblicasse in quell'Isola: e comandato al Marchese del Viso, che ripigliasse il comando delle galee di Spagna, del quale si trovava essersi già fatta mercede all'istesso Marchese di Bajona, ch'era suo figliuolo; ordinando parimente così a lui, come a D. Melchior della Queva General dell'armata, che unitamente si fosser portati con tutte le galee e vascelli ne' mari di Sicilia.
Ma così l'uno, come l'altro mezzo, ebbero infelice successo: poichè i Messinesi insolentiti per li promessi soccorsi di Francia, e vie più resi animosi per alcuni fatti d'arme intanto seguiti con lor vantaggio, rifiutarono il perdono, che avea fatto pubblicare il Bajona in Melazzo; anzi essendo stato mandato dal General delle galee di Malta il Capitan D. Francesc'Antonio Dattilo Marchese di S. Caterina figliuolo del rinomato Maestro di Campo Roberto Dattilo a portar loro il perdono, e con sue lettere assicurargli, che avrebbelo con buona fede fatto puntualmente valere: essi non solo disprezzarono le insinuazioni, ma fecero prigioniere il Marchese, rinchiudendolo in oscuro e stretto carcere.
La corte di Spagna, a questi avvisi infelici, deliberò mutar governadore in quell'Isola, e comandò al Marchese di Villafranca, che tosto si portasse in Sicilia a governarla; e nell'istesso tempo sollecitava il Marchese del Viso, e D. Melchior della Queva, li quali avean già unite amendue l'armate nel Porto di Barcellona, che sciogliesser presto da quel porto, ed accorressero a' bisogni di quel Regno. Partì il General de' vascelli nel dì 18 settembre di quest anno 1674 ma il Marchese del Viso colle galee, impedito dai venti, non poté partire sino a' 18 del seguente mese di ottobre, nè prima de' 5 di novembre potè giungere in Sardegna nel porto di Cagliari; donde col Marchese di Villafranca, calmato alquanto il mare, partirono finalmente per la volta di Palermo nel dì 10 di dicembre, dove giunsero con le galee nel dì 12 dello stesso mese. Il nuovo Vicerè avendo preso il possesso in Palermo, si trasferì subito a Melazzo, per assister da vicino alle cose di Messina, dove anche si condusse per mare colle sue galee il Marchese del Viso; e facendo notabili progressi, avendo occupata la Torre del Faro, si risolsero di stringer Messina, toglierle per mare e per terra ogni adito di ricever soccorsi, e sopra tutto invigilar, che non ne fossero introdotti da' Franzesi; avendo per tal effetto il general dell'armata, col grosso de' suoi vascelli, dato fondo nella Fossa di S. Giovanni, affinchè, posto con tutti i vascelli a vista della città, si desse maggior calore all'impresa.
Ma mentr'eransi in cotal guisa disposte le cose, tal che si sperava tra pochi giorni la riduzione di quella città, s'intese nel di primo di gennajo del nuovo anno 1675, che s'eran scoverti sei Vascelli da guerra Franzesi, che con quattro da fuoco, ed alcune tartane venivano per tentar d'introdursi in Messina. Era questa la squadra spedita dal Duca di Vivonne, la la quale guidata dal comandante Valbel, uscita poco dianzi da Tolone veniva per tentare un furtivo soccorso, in congiuntura, che l'armata Spagnuola, per tempesta, o per altra cagione, non si fosse trovata in istato di poterlo impedire; nè di questa squadra si era avuta alcuna notizia, poichè tutti gli avvisi parlavano del soccorso Reale, che si preparava dal Duca di Vivonne, il qual ben si conoscea, che per doversi apprestare un sì gran numero di vascelli, non avria potuto arrivare, se non molto tardi. Giunto il Valbel presso Messina, insospettito d'aver trovata in poter degli Spagnuoli la Torre del Faro, ed avuta notizia che la città stava deliberando per rendersi, ancorchè avesse potuto il medesimo giorno condursi senz'opposizione in Messina, poichè il vento a lui favorevole impediva in contrario all'armata nemica l'uscir dalla Fossa di S. Giovanni, non volle però entrare, per tema d'esser tradito da' Messinesi. Ma, o che veramente fosse, che per li venti contrarj l'armata, con tutto che si fosse usata ogni umana industria, non s'avesse potuto condurre in quel tempestoso canale in posto che avesse potuto impedire il soccorso; o veramente gara di comando fra' Generali, o lor negligenza, di che ne furon poi imputati; assicuratosi nel terzo giorno il Valbel dell'ostinazione de' Messinesi, si risolse finalmente d'entrare, passando nel dì 3 di gennajo a vista dell'armata nemica, senza che avesse potuto farsegli resistenza.
Il soccorso però, che vi fu introdotto, non era tale, che avesser dovuto gli Spagnuoli disperar dell'impresa. Ma i Messinesi fattisi più arditi, ed in contrario sorpresi i Capi, che guardavano i posti occupati, da soverchio timore, con troppo presta disperazione, senza aspettare d'esserne cacciati dal nemico gli abbandonarono: con che si perdè l'occasione di poter per allora ridurre la città col terrore dell'armi. Non si abbatterono con tutto ciò d'animo gli Spagnuoli, prevedendo, che per la scarsezza de' viveri la città si sarebbe in breve ridotta all'angustia di prima; onde erano tutti intesi, che non vi s'introducessero per via di mare. Ma mentr'essi lusingati da queste speranze deliberavan de' mezzi, il Duca di Vivonne avvisato de felice successo della sua squadra, e dell'ostinazione de' Messinesi, fece concepire al suo Sovrano più certe speranze di ridurre quel regno sotto il suo dominio; onde assunto il titolo di Vicerè di Messina, ed il comando generale delle galee di quella corona, sciolse dal Porto di Tolone con nove navi di guerra, tre da fuoco, ed otto di vettovaglie, ed incamminatosi per la volta di Messina, pervenne egli in que' mari a' 10 di febbrajo. I Generali Spagnuoli, all'avviso del suo avvicinamento, uniron tutte le lor forze, per andare ad incontrarlo, siccome fecero, e nella giornata degli 11 si combattè con tanto valore, che la pugna cominciò dalle nove della mattina e continuò sino alla sera. Ma, o fosse lor fatalità o negligenza, o perchè mutossi il vento a favor de' Franzesi, furon costrette le lor galee dalla forza del vento a ritirarsi; ond'ebbe campo il Valbel d'uscir dal porto di Messina con altri dodici vascelli, co' quali posti in mezzo gli Spagnuoli, furono obbligati combattere non più per la vittoria, ma per la salute; sin che verso la sera si divisero per la tempesta, con che riuscì a' Franzesi il giorno appresso con vento prospero entrar senza contrasto in Messina.
Quest'infelici successi portarono ancora, che le galee di Sicilia e di Napoli, conoscendo infruttuosa la lor dimora in que' mari, prendendo il cammino verso Melazzo, ed alcune verso Napoli, per gran tempesta ne naufragassero due nell'acque di Palinuro, ed una altra se ne sommergesse ne' mari di Maratea. I vascelli dell'armata Spagnuola si ritirarono in Napoli per risarcirsi de' danni patiti nella passata battaglia. Perì in quest'ostinata guerra molta gente, che bisognava dal nostro Regno riclutarsi; e ciò non bastando fu duopo far venire d'Alemagna quattromilacinquecento Tedeschi, li quali giunti in Napoli quasi tutti s'ammalarono; onde bisognò che il Vicerè provvedesse loro più d'ospedali, che di quartieri; nè per essi e per gli soldati dell'armata regale bastando gli spedali della città, bisognò, che in Pozzuoli se ne formassero de' nuovi.
La Corte di Spagna all'avviso di sì funesti accidenti, incolpando i disordini accaduti a' generali Spagnuoli, fremendo contro di essi, con due regali cedole, una spedita a' 16 di marzo di quest'anno 1675, alla quale diede cagione il soccorso entrato a' 3 di gennajo, l'altra a' 10 di maggio, ordinò una giunta di Ministri, perchè con regal delegazione giudicassero sopra quelli delle mancanze che loro venivan imputate. Si accagionava il Marchese di Bajona di non aver saputo con mezzi opportuni, che potea usare, ridurre in que' principj i Messinesi. Al Marchese del Viso suo padre, al general della Queva, ed all'ammiraglio D. Francesco Centeno, s'imputava di aver potuto, e non voluto combattere il soccorso, che il Valbel introdusse nell'assediata città. Furono per ciò arrestati in Sicilia il Bajona, e 'l padre, e dopo alcuni mesi condotti in Napoli. Al nostro Vicerè fu data commessione d'arrestare il general della Queva, e l'ammiraglio, li quali prontamente avendo ubbidito agli ordini regali, il primo fu mandato nella fortezza di Gaeta, e l'altro al castel d'Ischia. Il principe di Montesarchio fu dichiarato governadore dell'armata de' vascelli di Spagna, e venne in Napoli ad esercitar la sua carica. L'Astorga Vicerè dichiarò governadore dell'armi nella piazza di Reggio il general dell'artiglieria Fr. Gio. Brancaccio; ed il Marchese del Tufo, ch'avea sin allora occupata la medesima carica, andò ad esercitarla nella provincia di Terra d'Otranto. La giunta ordinata sopra la visita di questi generali cominciò a conoscere delle colpe, che venivan loro imputate, e fu comandato al reggente D. Pietro Valero, che ne prendesse diligenti informazioni; onde il Marchese del Viso, che fu poi ristretto nel Castel Nuovo di Napoli, per difesa della sua causa prese per suo avvocato il rinomato Francesco d'Andrea, il quale volle, che in quella vi scrivesse suo fratello Gennaro, allora avvocato de' poveri in Vicaria, il quale vi compose una molto dotta, ed erudita allegazione.
Premeva tuttavia incessantemente la corte di Spagna, che in tutti i modi si ripigliasse l'impresa per la riduzione di Messina, ma eran vane le speranze di riacquistarla, sempre che i vascelli franzesi erano padroni del mare. Bisognava per tanto pensare a risarcire l'armata, ed accrescere nel medesimo tempo l'esercito terrestre di Sicilia. Mancava però il denaro, nè altronde che dal nostro regno si pensava il provvedimento. Per ciò furon posti in opra dal Marchese d'Astorga li più estremi espedienti per provvedersene. Espose venali le rendite, che possedeva il Re sopra le gabelle, dazj, e fiscali, e barattandosi a prezzo vilissimo, molte private case per ciò divennero ricchissime. Il ragguardevol ufficio di scrivano di Razione del regno, ch'era amministrato da D. Andrea Concublet Marchese d'Arena, essendo vacato per la di lui morte, fu nel mese di giugno di quest'anno 1675 frettolosamente venduto per tre vite a D. Emmanuele Pinto Mendozza per ducati quarantaseimila, ma non essendo stata approvata dal Re la vendita, fu duopo, per ottenerne il regale assenso, che si sborsassero altre mille pezze da otto reali, oltre l'altre spese, che il Re ordinò, che si pagassero nella Corte di Madrid. Chiese ancora il Vicerè a' Baroni una contribuzione di soldati a cavallo, a loro spese armati e montati, la quale da ciascuno fu somministrata in danari, secondo le proprie forze. E finalmente si tolse la terza parte dell'entrate d'un anno, che i forastieri possedevano nel Regno. Con questi danari si cominciarono a risarcire i vascelli, per servigio de' quali si fecero venire da Ragusi quattrocento marinari. Ma perchè la spesa, che bisognava per lo risarcimento era grande, e buona parte del denaro s'impiegava in altri usi, i lavori camminavano con lentezza; per ciò i popoli, che vedevano con tanta furia alienare l'entrate regie, e non vedevano promuovere con la medesima sollecitudine il Regal servigio, mormoravano dei Vicerè: le soldatesche parimente se ne lagnavano, perchè non eran somministrate le paghe. Non si può dubitare, che le spese ed i soccorsi, che uscirono da questo Regno per la guerra di Messina sotto il governo del Marchese d'Astorga furono considerabili e di grandissima importanza. Si arrolarono nuovi fanti e cavalli: si fecero venire d'Alemagna quattromilacinquecento Tedeschi, e tutta questa gente si faceva passare parte in Melazzo, e parte in Reggio, ed in altri luoghi della Calabria, donde poscia si traghettava, secondo il bisogno, in Sicilia. Si provvidero di munizioni, così da bocca, come da guerra, le piazze di Reggio, di Melazzo e della Scaletta: si somministrarono somme immense di danaro, non solo per le paghe a' soldati, che guardavano le frontiere del Regno, ma anche a quelli, che guerreggiavano in campagna nell'esercito e nelle Piazze di Sicilia. Si rifecero in fine i vascelli, e si diedero i soldi alla gente dell'armata di Spagna, con lo sborso di sopra seicentomila ducati.
Il marescial Vivonne intanto, ridotta Messina sotto l'ubbidienza del suo Sovrano e reso padrone del mare, meditava di stendere le sue conquiste sopra altre città di quell'Isola; ma fattone esperimento, trovò gli animi stabili e fermi nella fedeltà del lor Signore, e pronti ad opporsergli con molta intrepidezza e costanza. Bisognavagli ancora provvedere Messina di viveri da rimote parti, e mandare sino in Francia per vettovaglie, perchè gli Spagnuoli tenevan chiusi tutti i passi di terra; e l'armata, che s'apprestava in Napoli tenevalo in continue agitazioni, vedendo, che gli Spagnuoli non aveano deposto l'animo di fare ogni sforzo per la riduzione di quella città. Per ciò egli dopo avere scorso colla sua armata le marine di Palermo e tentate inutilmente l'altre piazze marittime di quell'Isola, s'incamminò verso i lidi di Napoli, con disegno, se gli venisse fatto, d'abbruciar l'armata spagnuola, che si trovava ancora nel nostro Porto; ma essendo comparso nel mese di luglio di quest'anno 1675 nel nostro Golfo, presero i cittadini le armi, ed opportunamente fortificati i posti più importanti, l'obbligarono a ritornarsene in Messina, con aver solo depredate alquante barche, che per cammino ebbero la disavventura d'incontrarsi colla sua armata.