Ma alla Corte di Spagna non piacque l'indulgenza usata dal Gonzaga a' Messinesi; onde richiamatolo in Madrid a sedere nel Consiglio di Stato, gli sostituì nel Governo dell'Isola il Conte di S. Stefano, il quale trovandosi allora Vicerè in Sardegna, si pose immantenente in cammino, ed a' 29 di novembre giunse in Palermo, donde partito a' 5 di gennajo del nuovo anno 1679 arrivò a Messina. Costui secondando i desiderj della Corte, tolse il Senato, e mutò forma di governo a quel magistrato, comandando, che non più senatori, giurati, ma eletti dovessero nomarsi, e restrinse in troppo angusti confini la loro potestà. Privò i Messinesi di tutti i privilegj e franchigie. Fece demolire il palagio della Città, e sparso il suolo di sale, vi fece ergere una piramide, ed in cima la statua del Re formata dal metallo di quella stessa campana, che prima serviva per chiamare i cittadini a consiglio. Vietò tutte l'assemblee; regolò egli le pubbliche entrate, le esazioni, ed i dazj; e finalmente, secondo le istruzioni lasciategli dal Principe Gonzaga, per porre maggior freno a que' popoli, vi fondò una forte ed inespugnabile cittadella, intorno alla quale posero ogni studio i migliori Ingegneri e Capi Militari, che aveva la Spagna in que' tempi.

CAPITOLO V. Il Marchese de los Velez, finita la guerra di Messina riordina il meglio, che può, il Regno: suoi provvedimenti: sua partita e leggi, che ci lasciò.

Aveva questa crudele ed ostinata guerra impoverito in tal guisa il Regno, per le tante spese occorsevi, che ci fece il conto, che ne uscirono poco meno di sette milioni. Affinchè i soccorsi fosser pronti e solleciti, fu di mestieri, non essendosi trovate l'entrate del regio erario corrispondenti alle somme immense, che fu necessario impiegare ne' ruoli delle milizie, nelle provvisioni delle vittuaglie, munizioni ed ordigni di guerra, e nelle paghe de' soldati, così dell'esercito della Sicilia, come dell'armata navale e delle guarnigioni delle piazze della Calabria; di por mano, non solo con molta precipitanza alla vendita degli ufficj, ma quel ch'è più, alla vendita de' fondi, ed a barattargli a prezzo vilissimo, con tanto vantaggio dei compratori, che tutti ne aveano goduti frutti eccessivi, e molti d'essi n'aveano ritratta la rendita di sopra venti per cento l'anno. Ciò che avendo diminuita notabilmente la dote della cassa militare, furono dalla Corte di Spagna, non solo disapprovate molte alienazioni, e per ciò niegato il regale assenso, ma intorno alla vendita de' capitali degli arrendamenti fiscali, ed adoe, fu ordinato, che si formasse una Giunta di Ministri, per esaminare un affare di così grande importanza. Furon proposti molti espedienti per dar compenso a' preceduti disordini; ma finalmente piacque a los Velez d'appigliarsi a quel partito, che reputò più conforme alla giustizia ed equità; laonde fu comandato, che tutti i mentovati contratti si dovessero regolare a misura del prezzo veramente pagato, in guisa tal, che i capitali degli arrendamenti e delle adoe si fossero ridotti a cento per cento; i fiscali della provincia di Terra di Lavoro al novanta; e quelli di tutte le altre province ad ottanta per cento. Il rimanente fu incorporato al patrimonio reale; al quale vi fu aggiunto ancora l'imposta del Jus prohibendi dell'acquavite, dalla quale si ricavavano in quel tempo 13 mila ducati l'anno.

Ristorato, come si potè il meglio, l'erario regale, bisognò dar sesto a non inferiori disordini. Le monete non ostante le severe esecuzioni fatte ne' passati governi, andavansi di giorno in giorno vie più adulterando. Furono dal Marchese rinovati i rigori, empì di falsificatori le carceri e le galee, molti ne furon fatti morire su le forche; ma con tutto ciò non era possibile sterminargli, ed erano così tenacemente adescati dall'avidità del guadagno, che molti di coloro, ch'erano scampati dal laccio e condennati a remare, sopra le galee istesse continuavano i loro lavori. Fin dentro i chiostri era penetrata la contagione, ed i monaci n'erano divenuti valenti professori. Gli Orafi adulterando le loro manifatture, mischiavano maggior lega di quella, che permettono le leggi del Regno. Donde venne a cagionarsi un grandissimo impedimento al commercio; poichè tutti coloro, che avevano argenti lavorati nelle lor case, non erano sicuri di trovarvi il lor danaro, e le monete erano presso tutti cadute in sì cattivo concetto, che cominciavasi a rifiutarle, ed oltre la mancanza del peso, ogni uno si faceva lecito di condannarla per falsa, o di conio, o di lega. In fine, sino alla moneta di rame era adulterata e falsificata. Il Vicerè applicò il suo animo per rimediare a disordini sì gravi; e fece fare un'esatta inquisizione contro degli Orafi, che aveano venduto l'oro e l'argento di più basso carato; sbandì tutte le monete false così di conio, come di lega; e volle, che si fossero portate fra brevi giorni in mano di persone a ciò destinate in diversi Rioni della città, e nelle province in mano de' Tesorieri, da' quali sarebbe stata restituita la valuta a' padroni in tanta moneta buona e Corrente; ma ciò non ostante accadevano infinite contese, perchè molti rifiutavano come falsa la moneta, che in fatti era buona, ed altri volevano mantenere per buona quella, che veramente era falsa: laonde per decidere simiglianti litigj, li quali mancò poco non fossero degenerati in tumulti, fu di mestieri, che il Vicerè ne commettesse la decisione ad alcune persone esperte di ciascuno quartiere. Ma tutti questi rimedj erano inutili e si sperimentarono inefficaci alla corruttela del male. L'unico rimedio era l'abolizione della antica e la fabbrica d'una nuova: ma questa era opera, che avea bisogno di molti apparecchi e richiedeva il travaglio di più anni. Con tutto ciò fece il Marchese, quanto i suoi calamitosi tempi comportavano; perchè non potendo altro, fe' coniare la moneta di rame d'una figura circolare così perfetta che servì poscia d'esempio alla fabbrica della moneta d'argento sotto gli auspicj del Marchese del Carpio suo successore: fece ancora a questo fine ristorare, ed ingrandire il palagio della Regia Zecca, ancorchè sapesse, che quest'impresa non era da ridursi a perfezione sotto il suo governo.

Non meno, che le monete, travagliavano il Regno le frequenti scorrerie de' banditi, li quali se in altri tempi erano stati sempre molesti, riuscivano ora, per la guerra di Sicilia, assai più gravi, per la gelosia, che portavano alla tranquillità dello Stato. Avea il marchese d'Astorga conceduto a molti di costoro il perdono se volessero andare a servire in Sicilia; e Los Velez, seguitando le sue pedate avea fatto il medesimo, particolarmente co' banditi di Calabria, li quali, per la poca distanza, stavano maggiormente soggetti ad esser da' nemici tentati. Riuscì in parte il disegno, poichè quelli, che v'andarono, da famosi ladroni divennero bravi soldati. Ma coloro, che rimasero, ancor che contro essi si fossero usate le più diligenti ricerche e le più severe esecuzioni, non fu però mai possibile estirpargli, ed impedirgli, che non infestassero le campagne.

La Città trovavasi nel suo arrivo in istato di somma dissolutezza per la confusione, che cagionavano le genti delle armate navali e le soldatesche, che si arrolavano per la guerra di Sicilia, onde tutto era pieno di disordini, nè v'eran atroci delitti, che non si commettessero, furti, sacrilegi, omicidj, assassinamenti, peculati, e proditorj. Fu contro tutti, e nobili, e popolani usato rigore; molti ne morirono per mano del boja, altri fatti secretamente strozzare, altri furono condannati a remare su le galee e moltissimi languirono per lungo tempo nelle prigioni; ma questi rigori nè meno bastarono, perchè dandosi luogo a maneggi, ed alle raccomandazioni, molti sapevano trovar scampo, nè badandosi alla cagione del male, si proccurava rimediare agli effetti e non recidere le radici.

Ne' Magistrati non si vedeva quella severità ed incorruttibilità, che le leggi lor prescrivono; ma alcuni per sordidezza, altri per compiacenza, davan luogo ai favori. D. Giovan d'Austria, dichiarato primo Ministro della Monarchia, pensò di darvi riparo, e mosso da segreti informi ne privò otto di dignità, e d'officio, due Consiglieri, due Presidenti di Camera e quattro Giudici di Vicaria, oltre alcuni ufficiali della Segreteria del Vicerè. Si lagnavano i Ministri degradati di essere stati condannati senza processo e senza difesa; onde si mossero i Deputati delle Piazze della città a pregare il Re, che secondo il costume introdotto dal Re Filippo II mandasse nel Regno un Visitatore, il quale contro i colpevoli procedesse con le forme giudiciarie, affinchè non si desse luogo alla passione, o alla calunnia, alle quali sogliono essere sottoposti i processi occulti. Assentì il Re alla domanda e la mandò in effetto in tutti i suoi Stati d'Italia avendo ordinato, che da Napoli andasse Visitatore in Sicilia il Reggente Valero, ed in Milano il Presidente di Camera D. Francesco Moles Duca di Parete, e che da Milano venisse in Napoli il Reggente Danese Casati. Giunse costui verso la fine d'aprile del 1679, e palesata la sua carica, ricevute le querele di molti, passò con grandissima circospezione alla fabbrica de' processi; nè altre novità d'importanza furono vedute nella città, che la restituzione d'alquante somme, che in concorso di creditori aveano alcuni ministri fatte pagare a chi forse non si doveano e l'allontanamento di due, per dar luogo alle diligenze, che doveano farsi dal Fisco contro di loro. Le altre cose passarono con quiete; onde il Casati dopo due anni di dimora in Napoli, partì nel mese d'aprile del 1681 per dar conto al Re di quanto avea operato in adempimento della sua commessione. Dal successo si credette, che i suoi processi poco, o nulla avessero contenuto contro agli otto Ministri già digradati; poichè in progresso di tempo cinque di essi furono reintegrati, parte nelle medesime, parte investiti d'altre cariche più autorevoli; e gli altri tre avrebbero facilmente ottenuto lo stesso, se uno di essi non si fosse contentato di menar vita privata e gli altri due non fossero morti.

Mentre queste cose accadevano in Napoli, morì in Roma a' 22 di luglio del 1676 il Pontefice Clemente X, ed essendosi ragunati in Conclave i Cardinali, elessero per successore a' 21 settembre del medesimo anno Benedetto Livio Odescalchi da Como Vescovo di Novara, che fu chiamato Innocenzio XI. Per l'opinione, che s'avea della sua bontà, ed innocenza di costumi, da tutti i Principi d'Europa fu l'elezione applaudita, ed in questo secolo non vi fu Pontefice cotanto da essi più venerato, quanto che lui; onde gli ufficj, ch'egli interpose in promovere la pace fra di loro, furono ben ricevuti, ed ebbero felice successo. Cominciossi a trattare in Nimega, ma le pretensioni troppo alte del Re di Francia e la diversità degl'interessi degli altri collegati ne prolungavano la conchiusione. Ma nato in quest'anno 1678 opportunamente all'Imperador Leopoldo, che non avea maschj, un suo figliuolo, parve questi venuto al Mondo per Angelo di pace. Le dimostrazioni di giubilo, che si fecero non meno in Napoli, che in tutti gli Stati Austriaci, furono grandissime; poichè si vedeva secondata in Alemagna la successione di quella Augustissima Famiglia e tolto con ciò ogni timore di future rivoluzioni e disordini nell'Imperio, ed ogni speranza agli altri Principi di potersene profittare. Agevolò per tanto la natività di questo nuovo Principe la pace, quale ebbe principio da quella, che il Re di Francia conchiuse con gli Stati Generali d'Olanda, a' quali quel Re promise di rendere la città di Mastrich, e sue dipendenze, ed il rinteramento del Principe d'Oranges nella possessione del Principato di questo nome, e di tutte l'altre terre poste nel suo dominio, che il Principe possedeva avanti la guerra senz'altra obbligazione dalla parte degli Olandesi, che d'osservare una perfetta neutralità, nè dar alcun ajuto a' nemici della corona di Francia.

Questa pace diede la spinta maggiore di far conchiudere l'altra fra la Spagna e la Francia, la quale dopo la sospensione d'armi di circa un mese, fu finalmente sottoscritta in Nimega a' 17 settembre di questo anno 1678. Gli articoli stabiliti in quella furon molti, buona parte de' quali riguardava le contribuzioni, ed il commerzio de' sudditi delle due Corone, e per la restituzione de' paesi occupati fu convenuto che il Re di Francia dovesse rendere al Re Cattolico le piazze di Carleroi, Binch, Ath, Oudenarde, Courtray, il Ducato di Limburgo, il paese di là dalla Mosa, la città e cittadella di Gant, il forte di Rondenhuis, il paese di Waes e le piazze di Levue e di S. Gislain ne' Paesi Bassi, oltre la città di Puicerda nel Principato di Catalogna, con espressa condizione, che l'escluse e fortificazioni incorporate a Neuport restassero agli Spagnuoli, nonostante le pretensioni del Re di Francia, come possessore della Castellania di Ath. Gli Spagnuoli all'incontro si contentarono di lasciare alla corona di Francia la Franca Contea di Borgogna e le città di Valenciennes, Buchain, Condè, Cambray, Cambresis, Aire, Sant'Omer, Ipri, Varwich, Varneton, Poperingue, Bailleul, Cassel, Satelbavai, e Maubeuge: come anche Charlemont in caso, che il Re Cattolico non facesse fra lo spazio d'un anno cedere al Re di Francia Dinant, appartenente al principato di Liege. E finalmente la Spagna stipulò la medesima neutralità, ch'era stata promessa dagli Olandesi.

Seguì poscia la pace fra la Francia, la Svezia, l'Imperio e l'Imperadore, la quale interamente fu regolata secondo le capitolazioni di quella di Vestfalia dell'anno 1648, nè vi fu cosa di nuovo, che la cessione di Friburgo rimaso all'Imperadore, il rinteramento del Vescovo d'Argentina e de' Principi di Furstemberg nella possessione de' loro Stati, beni, preminenze e prerogative e la restituzione della Lorena al Duca di questo nome, al quale la Francia avrebbe dato la città di Toul, ed una Prevostia ne' tre Vescovadi, in cambio di Nancy e della Prevostia di Longuùs, che volle ritenersi insieme con la Sovranità di quattro strade, larghe mezza lega di Lorena, per andare da S. Desire a Nancy e da qui in Alsazia, nella Franca Contea e nel Vescovado di Metz.