Ma mentre si proseguiva questa grand'opera, scorgendosi che per essersi data a questa nuova moneta tal valore, sebbene soddisfacesse al desiderio del Vicerè, che proccurava, che la moneta di questo Regno per bontà intrinseca, non meno riuscisse di sollievo a' Cittadini, con tutto ciò non s'arrivava a supplire al danno, che dovea cagionare l'abolizione dell'antica e formazione della nuova, e di più essendosi considerato ancora, che per essere alterato il prezzo dell'argento, da poi che s'era cominciata la fabbrica della nuova moneta, ne sarebbe succeduto, che poteva venir quella in breve tempo distrutta o con liquefarsi, o con mandarsi fuori del Regno per contenere maggior valore intrinseco di quello, che se l'era dato; si pensò perciò di alterarla di un grano sopra ogni diece, più di quello erasi stabilito.

Si proponevano difficoltà dalle Piazze intorno a tal alterazione, riputandola dannosa e pregiudiziale al Regno: tal che ne fu differita per allora la pubblicazione. E mentre si stava, nell'anno 1687, dibattendo sopra questo affare, ecco che s'inferma il Vicerè, ed in novembre da importuna morte è a noi tolto. Morì al piacere del suo immortal nome, e senza che avesse potuto godere de' frutti di questa sua gloriosa impresa, lasciò al suo successore questo vanto. Il Conte di S. Stefano, che gli successe, per non trascurare sì opportuna occasione, che ne' principi del suo governo potea recargli gran fama, avidamente la ricevè; e senza altro maggior dibattimento, non curando le difficoltà proposte dalle Piazze, approvò la premeditata alterazione dello monete già coniate, e prestamente, nel 1688, ne fabbricò tre altre spezie, con dare all'una il nome di tarì, che avea da una parte l'effigie del Re e dall'altra le sue semplici arme regali, col valore di grana venti: all'altra di carlino, che avea pure la medesima impronta, con aggiungervi solo alle Regali arme l'insegna del Tosone, col valore di grana diece; ed all'ultima di grana otto, coll'istessa effigie del Re da una parte, e dall'altra la Croce quadra con raggi a quatro angoli[70]; ed a' 11 dicembre del medesimo anno 1688, per mezzo d'una sua Prammatica[71], ordinò la pubblicazione della nuova e l'abolizione della vecchia ed il di lor scambiamento, e diede intorno a ciò varj regolamenti, non meno per la città, che per le province del Regno, siccome diremo, quando del suo governo ci accaderà di ragionare.

Ma se il Marchese del Carpio non potè aver il piacere di veder compita quest'opera, l'ebbe pur troppo nell'altra gloriosa intrapresa del totale esterminio de' banditi. Egli, fra tanti che a ciò si accinsero, vide co' suoi propri occhi purgato il Regno di tali masnade e restituito nell'antica tranquillità. Per estirparli affatto, dopo aver nel primo anno del suo governo conceduto un pieno indulto a tutti gl'inquisiti e fuorgiudicati, purchè attendessero alla persecuzione tanto de' loro Capi e comitive, quanto dell'altre squadre che scorrevano la campagna[72], si pose con ogni studio a disporre i mezzi per lo total loro esterminio; gli spedì contro milizie, ordinò l'abbattimento di tutte le torri, o case dove solevan annidarsi: ed ove trovò resistenza, vi fece condurre l'artiglierie e batterli con ostinato e risoluto animo di distruggerli affatto: pose grosse taglie per premio di coloro, che non potendo vivi, gli portassero le loro teste, e con questi risoluti ed efficaci mezzi purgò molte province del Regno di tal peste. Rimanevano però le due province d'Apruzzo assai contaminate, nelle quali questi ribaldi, disprezzando non meno gl'inviti fattigli di perdono, purchè si riducessero ad emendarsi, che li rigori praticati con li contumaci; più pertinaci, che mai, non tralasciavano le rapine, gl'incendj, i ricatti, i saccheggiamenti, ed altre enormi scelleratezze. Applicò egli pertanto i suoi pensieri per estirparli ancora da queste province, affinchè tutto il Regno si riducesse in riposo e tranquillità. A questo fine pubblicò a' 12 giugno dell'anno 1684 una severa Prammatica[73] contenente più capi, nelli quali non meno a' presidi, che a' sindici delle comunità di ciascheduna città o terra rigorosamente s'incaricava di scoprirli, perseguitarli, e minacciò severe pene contro coloro, che vivi li nascondessero, ed anche morti li seppellissero.

Ma quello, che più d'ogni altro produsse il total loro esterminio, fu l'avere questo savio Ministro con rigorosi ed efficaci mezzi, proccurato d'avvilire e recar terrore a' loro protettori, ricettatori e corrispondenti. La maggior parte erano sostenuti da diversi Baroni, ed altre persone potenti, li quali proccuravan ricetto e vitto, e per mezzo o di lettere o ambasciate, avvisavanli degli aguati e insidie, che gli eran tese. Per ciò fulminò contro costoro severa legge, per la quale, oltre di rinovar l'antiche pene, aggiunse dell'altre più terribili, nelle quali volle, che si comprendessero tutti coloro, che tenessero con banditi qualsisia corrispondenza, egli assistessero con ajuto e favore o con vittovaglie, o loro scrivessero avvisi o raccomandazioni, ancorchè stassero fuori del Regno, e sotto il dominio d'altro Principe. Anzi, concorrendo nella protezione o ricettazione qualità tale che alterasse il delitto, come, se cotali ricettatori partecipassero dei furti e de' ricatti, o fossero mediatori e gli ajutassero ne' loro delitti, ovvero provvedesser loro d'armi, di polvere e di altri arnesi per armare, acciocchè si potessero mantenere in campagna, o pure loro facessero commettere violenze: in tali casi rimise all'arbitrio del Giudice, di stendere le pene imposte, insino alla pena di morte naturale: favorendo ancora in ciò le pruove, con ammettere la testimonianza di due banditi e le pruove di due testimonj, ancorchè singolari, perchè s'avessero per pienamente convinti. Questi rigori fecero da dovero pensare a' loro protettori di abbandonarli affatto, li quali scorgendo, che le pene erano inviolabilmente eseguite, senz'ammettersi scusa alcuna, nè avendo luogo la grazia o il favore, fece sì che tutti si ritraessero da proteggerli. Quando questi ribaldi si videro senza ricovero, si costernarono in guisa, che tutti, o colla fuga cercarono scampo, o rimessi cercarono perdono, o finalmente presi portarono i condegni castighi delle loro scelleragini. Così furono estirpati affatto dal Regno con total esterminio, tal che di essi non ne rimase alcun vestigio. E riuscì l'impresa così felice e gloriosa, che presso di noi se ne perdè affatto la semenza: tal che quella quiete, che da poi il Regno ha goduto e gode nella sicurtà dei viaggi, de' traffichi e del commerzio, tutta si deve all'incomparabile vigilanza e provvidenza di questo savio e glorioso ministro, la cui memoria per ciò rimarrà presso noi sempre eterna ed immortale.

Molto ancora gli dobbiamo per averci tolto un altro pernizioso e scandaloso male, che radicatosi non men in Napoli, che nell'altre città del Regno, cagionava infiniti disordini ed oppressioni. Alcuni potenti nutrendo ne' loro palagi molti scherani ed uomini di male affare, incutevan timore a' più deboli, minacciandoli, sovente sfregiandoli, ed in mille guise oltraggiandoli e con imperio estorquendo da essi tutto ciò che lor veniva in mente: favorivano gli uomini più rei, nè vi era faccenda nella quale non s'intrigassero, non forzassero i più deboli di fare a lor voglia. Sforzavano i padri di famiglia a collocare in matrimonio le lor figliuole con chi ad essi piaceva: n'impedivano degli altri da essi non graditi: in brieve avean ridotti i cittadini in una miserabile servitù. Estirpò questo eroe con gran vigore sin dalle radici sì pernizioso malore: punì severamente gli scherani, li dissipò tutti, ed a' loro protettori con severe pene portò tal terrore, che se n'estinse affatto ogni abuso: tal che non si videro da poi, nè soverchierie, nè imperj, ed il timor della giustizia fu per tutti eguale.

Ma ciò, che maggiormente fece conoscere, che in questo Ministro s'accoppiavano tutte le virtù più commendabili, fu che nell'istesso tempo, ch'era terribile contro gl'imperiosi ed ingiusti, era tutto umano e placido con gli uomini da bene e con i deboli. La sua pietà era ammirabile: sovveniva con inudita carità i poveri e dall'ingiuria della fortuna oppressi; invigilava per se medesimo perchè non si soverchiassero i deboli e gl'impotenti: ebbe per inimica mortale la sordidezza: molto più la cupidigia delle ricchezze. Era sobrio, ed in tutte le cose parco e moderato; ma nell'istesso tempo magnanimo e grande.

Conoscendo, che per tener soddisfatto il Popolo, bisognava lautamente provvederlo di quelle due cose che ardentemente desidera, Panem et Circenses, egli applicò i suoi talenti a tener in abbondanza la città di ogni sorte di viveri, tal che non vi fu Vicerè, che fosse cotanto amato ed adorato quanto lui dal Popolo: gioiva questi e tutto ubbriacato d'allegrezza e di contento gli correva dietro per le pubbliche strade, ed innalzando insino al cielo le sue lodi ed encomj, lo chiamavan con tenerezza affettuoso padre e signore.

Negli spettacoli fu imitatore della magnificenza degli antichi Romani: non ne vide Napoli più magnifichi e stupendi. Ne rimangono ancora a noi le memorie, che nè la lunghezza del tempo, nè l'invidia l'emulazione le potrà cancellare. I suoi successori, che mossi dal suo esempio vollero imitarlo, riuscirono al paragone secondi e molto inferiori. Ma o sia, che morte per suo costante tenore soglia furarne i migliori: o veramente che il fatto sinistro di questo reame con consenta, che lungamente perseveri nella felicità e contenti; nel meglio del suo glorioso corso, venne a noi pur troppo intempestivamente rapito. Infermatosi egli di febbre lenta, diede in prima a' Medici speranza di potersene riavere, ma aggravatosi il male, ancorchè con lentezza, lo condusse finalmente alla morte nel dì 15 di novembre di quest'anno 1687. Fu amaramente pianto da tutti gli ordini, ed assai più dal Popolo, che non poteva darsi pace, nè conforto per una sì grave ed irreparabil perdita. Oltre i savi provvedimenti sinora rapportati, ce ne lasciò ancor degli altri, che vengono additati nella tante volte rammentata Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche. Morte crudele tolse a noi di lui altri monumenti, ed altre insigni memorie, che si doveano sperare dalla sua magnanimità ed ammirabile sapienza. Il suo cadavere con superba e militar pompa fu condotto nella chiesa del Carmine, ove gli furon celebrate magnifiche esequie. Ed intanto rimaso il vedovo Regno senza il suo rettore, corse da Roma il G. Contestabile del Regno D. Lorenzo Colonna a prenderne il Governo, infino che dal Re non si fosse provveduto di successore. Ma poco tempo durò la costui amministrazione; poichè essendosi dalla Corte di Spagna destinato per successore il Conte di S. Stefano, che si trovava Vicerè nella vicina Sicilia, tosto egli si portò in Napoli, e ne prese immantenente il governo, di cui saremo ora a ragionare.

CAPITOLO II. Governo di D. Francesco Benavides Conte di S. Stefano: suoi provvedimenti e leggi che ci lasciò.

Il Conte di S. Stefano, lasciato il governo dell'Isola di Sicilia, si portò subitamente in Napoli, dove giunse nel fin di dicembre, e nell'entrar del nuovo anno 1688 cominciò ad amministrarlo. In questo primo anno del suo governo s'intese in Napoli un così spaventevole tremuoto, che abbattè i più cospicui edificj: cadde la gran cupola del Gesù Nuovo, e l'antico portico del Tempio di Castore e Polluce, ch'era un perfetto esemplare dell'ordine Corintio. Fu rovinata Benevento, Cerreto ed altre Terre. Ma sopra tutto apportò non poco cordoglio la morte, per mal di pietra, nel seguente anno 1689, accaduta agli 12 d'agosto, dell'esemplarissimo Pontefice Innocenzio XI, a cui a' 6 di ottobre succede Pietro Cardinal Ottoboni, col nome d'Alessandro VIII. Proccurò il Conte calcare le medesime orme del suo predecessore, avendo egli avuta la sorte d'esser succeduto ad un tanto Eroe, donde potea prender ben illustri esempi d'un ottimo governo. Rinvigorì per tanto con nuove sue Prammatiche quelle stabilite dal Carpio intorno all'asportazione delle armi, all'Annona, e al prezzo delle cose. Ma sopra ogni altro, non meno in questo primo anno del suo governo, che nelli seguenti fu tutto inteso a regolare lo scambiamento della vecchia moneta colla nuova, da lui, come si disse, pubblicata, accresciuta ed alterata nel valore. Prescrisse in quest'anno 1688 molti regolamenti intorno a questo scambiamento, disegnando i luoghi e le persone non meno nella città, che in tutte le province del Regno. Previde i disordini, che poteano accadere, e vi diede vari provvedimenti. Fece continuare la fabbrica della nuova moneta, aggiungendo nell'anno 1689 due altre spezie, cioè il ducato, che ha dall'una parte il ritratto del Re coronato, e dall'altra le sue Armi, ed il mezzo ducato, colle medesime impronte[74]; anzi permise, che a qualunque persona volesse nella Regia Zecca farsela fabbricare con suoi argenti al peso e bontà di quella, che si era fabbricata, fosse lecito di farlo col solo pagamento di grana 32 per ogni libbra d'argento per la manifattura e lavoro[75]. Che nello scambiamento si ricevessero le antiche monete, ancorchè di falso conio, purchè l'argento fosse buono[76]. Regolò la maniera, come dovesse praticarsi ne' Banchi, e prescrisse il modo intorno alla recezione delle polizze, e delle fedi di credito[77]. Rinovando le antiche leggi promulgate contro i falsificatori e tonditori delle vecchie monete, altre più rigorose e severe ne stabilì contro coloro, che avessero ardimento di adulterar le nuove[78]. In brieve ebb'egli il vanto di ridurre a compimento questa utilissima opera, per la quale si vide presso di noi rifiorire il commerzio, e fu restituito nel Regno lo splendore della negoziazione e del traffico. E se questo ministro si fosse contenuto tra questi limiti, la sua fama presso di noi correrebbe assai più chiara e luminosa; ma l'aver voluto da poi a' 8 di gennajo del 1691 con nuova Prammatica[79] non bastandogli l'alterazione già fatta, alterar di nuovo la moneta con doppio avanzo, fino di venti per cento, nella forma, che si spende al presente (con far coniare per ciò, a' 7 aprile del medesimo anno, quattro altre nuove spezie di moneta, il ducato, mezzo ducato, tarì e carlino, che hanno la medesima impronta, da una parte il ritratto del Re coronato, e dall'altra l'insegna del Tosone)[80] cagionò non meno alla sua fama, che alla negoziazione del Regno non picciol danno e nocumento; e tanto più gli fu di biasimo, quanto che avendo in quella sua Prammatica espresso, che una delle cagioni, per le quali era mosso a far questa alterazione si fu d'estinguere dall'augumento del denaro, che si trovava ne' pubblici Banchi, la gabella delle grana 15 imposta, per la fabbrica della nuova moneta, sopra il sale, questa estinzione non seguì giammai, tal che ci rimane il peso, ed insieme il danno recatoci dall'alterazione.