La pace stabilita in Nimega fra le due corone di Spagna e di Francia, dagli andamenti de' Franzesi ben si prevedeva, che dovea avere brevissima durata: dopo la morte di Maria Teresa d'Austria Regina di Francia, seguìta in quest'anno 1683, il dì 30 di luglio, apertamente fu violata: ed essendosi per ciò nel mese di dicembre pubblicati bandi[58] per li quali fu ai Franzesi severamente comandato, che sgombrassero dal nostro Regno, cominciossi di nuovo una più fiera ed ostinata guerra, che durò per molti anni; e quantunque si vedesse cessare per una tregua conchiusa nel mese d'agosto del seguente anno 1684 fra la Spagna e la Francia, e l'Imperadore; nulladimeno si ripigliò da poi più ostinata, che mai, nè finì, se non con la pace di Riswick, conchiusa il dì 20 di settembre dell'anno 1697. Questa guerra tenne sempre solleciti i nostri Vicerè a mandar dal Regno continui e poderosi soccorsi, particolarmente in Catalogna, dove i Franzesi sotto il comando del Duca di Noailles fecero notabili progressi. Ma il prudente e saggio governo del Marchese del Carpio, avendo con savj provvedimenti riordinato il Regno, ci fece sentir poco questi incomodi. A lui dobbiamo, che non pur mentre ci governò, si restituisse in quello la quiete e la tranquillità, ma che in virtù di suoi buoni regolamenti vi durasse anche ne' tempi de' suoi successori.

CAPITOLO I. Del Governo di D. Gaspare de Haro Marchese del Carpio: sue virtù: sua morte, e leggi che ci lasciò.

Prese ch'ebbe il Marchese nel mese di gennajo di quest'anno 1683 le redini del governo, per la sua probità e prudenza, e per la conoscenza, che avea acquistata delle cose del Regno in tempo della sua Ambasceria di Roma, si avvide tosto, che la dissolutezza, ed i disordini procedevano non già, che il Regno avesse bisogno di provvide, e salutari leggi, perchè potesse governarsi con rettitudine; nè che fin allora non fossero stati da' suoi predecessori conosciuti i mali, e che non avessero proccurato di darvi rimedio: conobbe che le loro ordinazioni non potevano essere più savie e prudenti, e s'avvide che i più saggi facitor delle leggi, dopo i Romani, fossero gli Spagnuoli. Ma nell'istesso tempo considerava, che la troppa facilità praticata in dispensarle, e la molta indulgenza usata nell'esecuzione delle pene prescritte, avea corrotta la disciplina, e posto in disordine lo Stato. Vide aver sì bene i suoi predecessori posto ogni studio per darvi rimedio; ma nell'elezione de' mezzi essere stati, o ingannati o trascurati. Per ciò avendosi fisso nel pensiere di regolar la sua condotta con una costante e ferma deliberazione di seguitar rigorosamente le norme d'una incorrotta, ed inflessibile giustizia, cominciò a far valere (perchè non rimanessero inutili) le leggi, e le ordinazioni già stabilite; e perchè si conoscesse la premura, ch'egli avea, acciocchè con effetto fossero osservate, aggiunse egli nuove, e più rigorose pene.

Conobbe nel principio del suo governo la frequenza de' delitti, così nella città, come nel Regno, principalmente derivare dell'asportazione dell'armi da fuoco, e da tante altre sorte d'armi offensive inventate, delle quali, come per usanza, ciascuno era fornito e cinto. Vi erano molte leggi, che severamente ne proibivano l'asportazione; ma la facilità che s'usava in concederne licenza, non pur dal Vicerè, ma da altri magistrati, li quali s'arrogavano tal potestà e l'indulgenza usata nell'esecuzione delle pene, rendevan inutili le proibizioni. A questo fine in febbrajo di quest'anno ne' principj del suo governo, promulgò severa Prammatica[59], per la quale, oltre di rinovar l'antiche, tolse a tutti la facoltà di dar licenza per la loro asportazione, e stabilì severe pene agli trasgressori, le quali erano irremissibilmente fatte eseguire. Conoscendo parimente, che non meno dall'asportazione delle armi, che dalla moltitudine e copia delle persone oziose, vagabonde e disutili, delle quali eran ripiene Napoli e l'altre città e terre del Regno, procedevano i tanti furti, omicidj, assassinamenti, ed altri delitti; la sua vigilanza fu, non solo di rinovar le antiche e nuove leggi ordinanti, che tutti sgombrassero del Regno, ma aggiungendo nuovi rigori, faceva eseguir la Legge, imponendone a' magistrati con molta premura l'adempimento e l'esecuzione[60]. Tal che in breve tempo si videro nella città e nel Regno tolte due principalissime cagioni di tanti delitti e disordini.

Vide la frode e l'inganno aver preso gran piede in tutte le arti, ed in quelle particolarmente dove era molto più dannosa e pregiudiziale, cioè negli Orafi, ed Argentieri, e ne' Tessitori di drappo d'oro e di seta. Pose perciò egli tutta la sua vigilanza in estirparla; ed a tal fine fece pubblicare più ordinanze, prescritte dal Re Carlo II per toglier le loro frodi, le quali volle che inviolabilmente s'osservassero[61], e tassò egli li prezzi de' drappi di seta[62]; e contro gli Orafi, ed Argentieri diede egli varj provvedimenti[63] per ovviare alle loro frodi, ed inganni. Scorgendo, che non meno la città, che il Regno languivano nelle miserie, per li perniziosi abusi introdotti nella ricchezza delle vesti, nel numero de' servidori, e negli altri lussi, con severa legge[64] proibì l'eccessivo numero dei servidori, le vesti ricamate, e i drappi d'oro e d'argento: vietando parimente, che questo metallo non si consumasse nelle sedie da mano, nelle carrozze, nei calessi, insino nelle selle di cavalli.

Attese non meno alla riforma de' nostri Tribunali, e con somma vigilanza proccurò estirparne gli abusi, e le corruttele. Avendo il visitator Carati dopo la visita de' nostri Tribunali, fatta una piena rappresentazione al Re de' molti abusi introdotti in quelli, e particolarmente nel Consiglio di S. Chiara, de' quali ne fece un lungo catalogo: il Re dandovi sopra ciascheduno dovuta provvidenza con sua regal carta spedita in Madrid a' 18 di settembre del 1684, incaricò al Marchese, che ponesse ogni studio in fargli abolire; ond'egli a' 19 d'aprile del seguente anno 1685, ne comandò una precisa esecuzione[65] e nell'istesso tempo tolse anche i molti abusi introdotti nella Corte della Bagliva di Napoli, prescrivendole molti regolamenti per sua miglior riforma[66].

Ma ciò, che presso di noi rese degno d'immortal gloria questo savio Ministro, fu d'aver data la total quiete al Regno per due azioni veramente illustri, di aver abolita la vecchia, e formata la nuova Moneta; e d'aver affatto sterminati gli sbanditi dalle nostre province. Dalli precedenti libri si è veduto quanto in ciò si fossero travagliati in vano i suoi predecessori, perchè non seppero mai trovar i mezzi più proprj ed efficaci per ridurre a glorioso fine imprese sì dure e malagevoli. Considerando egli perciò la loro arduità, ed all'incontro quanto non men a se gloria, che allo Stato indicibile bene e tranquillità sarebbe per apportare, dirizzò tutti i suoi talenti a trovar mezzi convenevoli per ridurle a fine.

Formò pertanto una nuova Giunta di prudenti, e ben esperti Ministri, dove doveano esaminarsi con la maggior vigilanza, ed accorgimento tutti i più proporzionati mezzi per la fabbrica d'una nuova Moneta, che fosse di bontà e di peso, e che restituisse il giusto prezzo alle merci, il sollievo a' Cittadini, ed a' Negozianti forastieri l'antica opinione e stima della moneta del Regno. Non faceva mestieri pensare all'abolizione dell'antica, se non si cominciasse a pensar sopra gli espedienti per la fabbrica della nuova; ma perchè ciò era un affare di somma importanza, e che per maturamente risolversi richiedeva tempo e molto scrutinio: perciò, affinchè in tanto che si pensava al rimedio, il male non s'avanzasse, con rigorosi editti pubblicati a' 29 di maggio 1683, primo anno del suo governo, rinovò l'antiche Prammatiche contro coloro, che introducevano nel Regno monete false, contro gli orafi, argentieri, ed altre persone, che ardissero di fondere qualsisia sorta di moneta, aggiungendo alle già stabilite pene, altre più gravi, e severe[67]. Da poi, considerandosi, che per supplire al danno, che per necessità dovea cagionare l'abolizione della vecchia, e la formazione della nuova moneta fosse altrettanto indispensabile doversi pensare donde tal danno dovesse supplirsi; dopo varj scrutinj e rigorosi esaminamenti fatti in più sessioni avute nella giunta, riflettendosi, che per ottener la tranquillità d'un sì florido Regno, fosse perdita molto leggiera di venire all'imposizione di qualche peso, o picciolo gravame a' sudditi: fu pertanto risoluto, che s'imponessero in perpetuo grana quindici per ogni tomolo di sale più del prezzo, che a que' tempi si vendeva, da pagarsi da tutti e qualsivoglia persone, senz'eccezione alcuna ed anche un'annata di tutte le rendite, tanto de' forastieri, quanto de' Napoletani e regnicoli abitanti fuori del Regno con casa e famiglia, senz'eccezione di persona, di stato, o grado, da esigersi però in tre anni. Tutte le Piazze così Nobili, come quella del Popolo, concorsero di buon animo a questa deliberazione, e dal Regio Collateral Consiglio nel mese di luglio ne fu Interposto solenne e pubblico decreto. Ciò che dal Tribunal della Regia Camera fu tosto mandato in esecuzione con ispedire per la città e province del Regno gli opportuni ordini per la distribuzione e riscuotimento[68].

Fu da poi immantinente posta mano alla fabbrica della nuova moneta, e fur prescritti dal Vicerè molti regolamenti intorno alle fonderie, agli artefici, agli affinatori, a' tiratori d'oro, a' mercanti, agli orefici, argentieri e bancherotti; e dati vari provvedimenti[69], perchè le frodi e gl'inganni, in opera che per se richiedeva tutta la buona fede, non vi avesser parte alcuna. Furono dal 1683 insino all'ultimo anno del suo governo, fabbricate quattro sorte di monete nuove di argento, tutte d'una stessa bontà intrinseca. La I chiamata ducatone, (alla quale si era dato valore di grana cento) avea da una parte impressa l'effigie del Re, e dall'altra uno scettro coronato e due globi col motto: Unus non sufficit. La II detta mezzo ducatone, il cui valore era di grana cinquanta, avea pure da una parte l'effigie del Re, e dall'altra la figura della Vittoria sopra un globo, tenendo in una mano lo scudo con le arme regali d'Aragona e di Sicilia, e nell'altra una palma. La III il cui valore era di grana venti, da una parte avea lo scudo dell'armi regali, e dalla altra un globo, in cui è descritto il sito geografico del Regno di Napoli, ornato da due cornocopj indicanti la giustizia e l'abbondanza. La IV il cui valore ascrittole era di grana diece, da una parte ha l'effigie del Re, e dall'altra un lione sedente col motto: majestate securus.

(Queste quattro monete nella maniera qui descritta furono impresse dal Vergara tra le monete del Regno di Napoli Tav 54.)