A chi serena io miro,
Chiaro è di notte il cielo;
Torna per lui nel gelo
La terra a germogliar.

Ma se a taluno io giro
Torbido il guardo e fosco,
Fronde gli niega il bosco,
Onde non trova in mar.

SCI.
E a sì enorme possanza
Chi si opponga non v'è?

COS.
Sì, la Costanza.
Io, Scipio, io sol prescrivo
Limiti e leggi al suo temuto impero.
Dove son io non giunge
L'instabile a regnar: chè in faccia mia
Non han luce i suoi doni,
Nè orror le sue minacce. È ver che oltraggio
Soffron talor da lei
Il valor, la virtù; ma le bell'opre,
Vindice de' miei torti, il tempo scopre.
Son io, non è costei,
Che conservò gl'imperi; e gli avi tuoi,
La tua Roma lo sa. Crolla ristretta
Da Brenno, è ver, la libertà Latina
Nell'angusto Tarpeo, ma non ruina.
Dell'Aufido alle sponde
Si vede, è ver, miseramente intorno
Tutta perir la gioventù guerriera
Il Console Romano, ma non dispera.
Annibale s'affretta
Di Roma ad ottener l'ultimo vanto,
E co' vessilli suoi quasi l'adombra;
Ma trova in Roma intanto
Prezzo il terren che il vincitore ingombra.
Son mie prove sì belle; e a queste prove
Non resiste Fortuna. Ella si stanca;
E al fin cangiando aspetto,
Mia suddita diventa a suo dispetto.

Biancheggia in mar lo scoglio,
Par che vacilli e pare
Che lo sommerga il mare
Fatto maggior di sè.

Ma dura a tanto orgoglio
Quel combattuto sasso;
E 'l mar tranquillo e basso
Poi gli lambisce il piè.

SCI.
Non più: bella Costanza,
Guidami dove vuoi. D'altri non curo:
Eccomi tuo seguace.

FOR.
E i doni miei?

SCI.
Non bramo e non ricuso.

FOR.
E il mio furore?