«Prendine il possesso, lavora e prospera. Spero che oggi non mi risponderai come un anno fa.» — «No, uomo generoso, riprese egli baciandogli la mano con un trasporto di riconoscenza, io non ricuso i vostri benefizi; avete secondato la mia inclinazione; saprò approfittarmi degli aiuti che mi porgete, ma permettete che io gli accetti come imprestito, e non come dono. Questo edifizio, questi oggetti, il capitale, ogni cosa sia vostra per ora; io voglio acquistare tutto ciò coi miei guadagni. E se un giorno potrò dire, come spero, che tutto è frutto dei miei sudori, allora il vostro sarà vero benefizio, allora io mi compiacerò d'averlo meritato. Se non mi accordaste questa grazia, io sarei costretto a ricusare di nuovo le vostre offerte generose.» — «Ebbene, rispose Don Alonzo, sia fatto come tu vuoi. Io ti ammiro sempre più, e non mi vergogno a confessare che sei più savio di me. Rispetto l'indipendenza dell'ingegno, e convengo che è meglio che tu ti adoperi con le tue proprie forze a venire in miglior condizione. Hai ragione, i ricchi non debbono donare, ma somministrare al povero i modi perchè lavori, e così acquisti prospero stato con la propria industria. È vero tuttavia che io non aveva intenzione di soverchiarti, ma solamente mi muoveva ad operare così il molto desiderio che ho di farti conoscere la mia gratitudine, e di rendere giustizia alla tua virtù.» — «E a me parrebbe di essere troppo ingrato se non riconoscessi queste buone intenzioni. Perdonatemi: io mi son sentito costretto a parlare in quel modo da un interno sentimento che non saprei come spiegare.» Tanto Don Alonzo che il principale convennero di nuovo che Diego aveva ragione, e che andava lasciato libero di fare in quella maniera.

Carlo non intese alla prima la ragionevolezza di quelle riflessioni; trasportato con ardore dal suo affetto per Diego, avrebbe voluto dargli tutto se stesso, avrebbe barattato condizione; ma poi si avvide che appunto questo suo desiderio di trovarsi nella condizione di Diego piuttosto che nella sua, veniva anche dal vederlo incamminato ad una professione conforme alle sue inclinazioni e alla sua capacità, e dal conoscerlo tanto pieno di saviezza per sapersi regolare nelle diverse occorrenze. Voleva esser Diego, perchè Diego ne' suoi diciotto anni era già uomo fatto per abilità e per senno.

Qui fermiamoci, e godiamo nell'immaginare come Carlo sapesse usar bene della sua fortuna, e come Diego divenisse abilissimo e facoltoso principale di fabbrica, e potesse adoperare l'ingegno per il bene della patria.

VII. Il Dottor Paolo.

Era d'inverno, un sabato sera alle 9; la nebbia sollevatasi dalla neve, perchè il tempo era dolce, ricopriva la campagna. Una buona e povera vedova, dopo essere stata in città a riportare il lavoro fatto e a cercarne dell'altro per la settimana, tornava al suo villaggio distante circa due miglia.

Il lampione del tabernacolo mandava in mezzo ai fitti vapori una luce fosca e sanguigna che non illuminava la via, e faceva all'occhio parer più cupe le tenebre. Ad ogni passo i piedi della Maddalena entravano in una pozza d'acqua mescolata alla neve, che più qua e più là ne impediva lo scolo. Povera donna! per aspettare in città la sua mercede e il lavoro nuovo le era convenuto far tardi, pigliarsi tutto quell'umido, e quel che è peggio pagare il pedaggio della porta e del ponte. Ma era tanto paziente che per la strada non le uscì di bocca nè anche un lamento; e arrivata al tabernacolo del suo villaggio, vi si inginocchiò, secondo il solito, a ringraziare il Signore d'averle accordato il campamento per un'altra settimana. Nell'inginocchiarsi andò per posare il fagotto del lavoro sul muricciolo; ma sentì che v'era roba, e udì un gemito sommesso. Da prima ebbe ribrezzo e paura; ma poi fattasi animo, perchè si accorse che quello era il gemito d'una creatura, tastò lemme lemme, e sotto le mani si trovò il viso e il corpicciuolo d'un fanciullino involto alla peggio in pochi stracci. Non pensando ad altro, se lo raccolse pietosamente in grembo, entrò in casa senza aver trovato un'anima per istrada, lo adagiò al buio sul letto e accese subito il lume per guardarlo. Ohimè! che lacrimevole spettacolo era quello! Figuratevi un bambino di tre anni, smunto, rattrappito dalla rachitide, aggranchiato dal freddo, con la testa e il corpo tutto ricoperto di croste e di bolle dalle quali gemeva una marcia fetente, gli occhi serrati da una cispa grossa e risecchita come la colla, le sopracciglia aggrinzite pel continuo dolore, e appena visibili, la bocca bollosa e ancora in atto di piangere. A quella vista la Maddalena giunse le mani guardando il cielo, ed esclamando: Maria Vergine! Poi le caddero le braccia come in segno di scoraggimento, e restò immobile a considerare quella creatura sì meschina. Ma quanto più le apparve tribolata e schifosa, tanto più le crebbe la compassione e l'affetto, e si fece cuore; poi s'inchinò sopra lui per sentire il debole respiro che mandava; gli tastò il polso, e assicuratasi che era vivo, accese il fuoco per riscaldare dell'acqua, perchè pensò che avrebbe fatto bene a lavarlo, e che l'acqua calda lo avrebbe meglio liberato dal freddo. Quindi gli preparò una pappina, mise il fuoco nel letto, e cercò fra le sue robicciole di che ricoprirlo un po' meglio. Dopo che lo ebbe nutricato con qualche boccone di pappa, di che egli aveva gran bisogno, lo mise a letto, e gli si pose accanto a far delle fila per medicarlo. Si provò allora a domandargli qualche cosa; ma il fanciullo non rispondeva. Solamente al nome di mamma o di babbo dava segno di piangere; ma quel pianto che non poteva essere sfogato, che non trovava libera uscita dagli occhi, lo faceva diventare paonazzo in que' pochi posti del viso dove la carne rimaneva scoperta dalle croste. La Maddalena allora stette zitta: le scoppiava il cuore; ma non lasciava di affaccendarsegli intorno per custodirlo. Finalmente le parve che si addormentasse, e se ne consolò. Ma a lei non venne neppur l'idea di dormire. Tutta quella notte la passò vegliando accanto al malato e continuando a preparargli ogni sorta di aiuti. Appena fatto giorno, mentre il bambino ancora dormiva, la Maddalena andò a chiamare il medico, ed avvertire il parroco di aver trovato quel fanciullo. Le malattie cutanee[13] prodotte in esso dallo stento e dal sudiciume, erano parecchie, e avevano preso tanto piede che il medico si sgomentò. Eppure egli era un brav'uomo; ma in quel paese mancavano i mezzi di studiare quelle malattie, ed egli non sapeva dove si metter le mani. Tuttavia ordinò una ricetta, e lasciò la Maddalena in gran dubbio sulla vita del disgraziato bambino. Il solo spediente che potesse dare qualche speranza era quello di assisterlo continuamente, di tenerlo con pulitezza scrupolosa, e di nettarlo ogni momento dalle marcie. Insomma ci voleva una persona che non avesse altro che fare. In quanto al parroco egli non potè, nè per congetture nè per ricerche fatte, ritrovare i genitori o i parenti di quella misera creatura. Che poteva ella fare la Maddalena povera, sola, e nella necessità di lavorare indefessamente per guadagnarsi il pane? Ma non le dava il cuore di abbandonare quel povero piccino in uno spedale, come le era stato consigliato di fare, perchè sapeva pur troppo che sarebbe stato lo stesso che mandarlo alla sepoltura. Anch'essa era stata madre un giorno, e aveva conosciuto per prova quanto a un bambino siano necessarie le cure di una madre, o di qualcheduno che lo ami con un cuore di madre. Oh! la se lo rammentava sempre il suo Paolo.

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