Un valente e facoltoso gentiluomo, dopo aver viaggiato per parecchi anni i più culti paesi dell'Europa, ritornò alla sua patria; ma invece di scegliersi a dimora il palazzo che aveva nella città, volle prima recarsi a una sua villa da questa molto distante, forse perchè la quieta solitudine gli parve più opportuna a riflettere riposatamente sulle cose vedute fuori via. E i primi giorni gli piacque di visitare le terre di sua pertinenza intorno alla villa, dubitando che per esser tanto tempo rimaste senza la vigilanza del padrone, fosservi molti guai da scoprire e da riparare. Inoltre egli aveva osservato, e studiato viaggiando, i perfezionamenti fatti nell'arte agraria dai popoli più industriosi, e seco stesso si proponeva di ricavarne qualche costrutto a pro dei suoi poderi. Non è a dirsi ora la piacevole sorpresa del nostro gentiluomo, quando s'accorse che le sue terre comparivano meglio tenute e più ubertose di quando n'era partito, e che anzi vincevano il paragone delle più belle culture ammirate nei suoi viaggi; che i contadini erano meno rozzi nei modi, più diligenti nelle campestri faccende, e maggiormente amorevoli e concordi tra loro, e che parecchi di essi, adulti e fanciulli, già sapevano leggere e scrivere e far di conto. E ogni volta ch'ei domandava come e da chi fossero state immaginate e condotte le utili novità, che di mano in mano gli cadevan sott'occhio, venivagli sempre nominato il vecchio Marco.

E chi era egli mai quest'uomo del quale tutti parlavano con giubbilo e con rispetto? Null'altro che un contadino, il quale era capitato alla fattoria poco dopo la partenza del padrone, e aveva chiesto lavoro, e fu preso a opra per potare le viti, giacchè quella era stata l'abilità nella quale potè far subito buona prova. Il vecchio Marco, datosi presto a conoscere per agricoltore abile, per uomo onestissimo, serviziato e indefesso lavoratore, aveva ottenuto la fiducia e la stima di tutte le famiglie coloniche dei contorni. Era sua cura speciale il coltivar l'orto della fattoria e una vigna staccata dagli altri poderi; e abitava soletto in una casipola o piuttosto in una capanna accanto alla vigna.

Il vecchio Marco adunque aveva consigliato e dimostrato con l'esempio i miglioramenti più sostanziali in varie culture, quei miglioramenti che proprio persuadevano tutti, anche i più restii, perchè si vedeva bene che derivavano dall'accurata osservazione e dalla lunga esperienza; il vecchio Marco, facendosi benvolere pei modi amorevoli, sinceri e piacevoli, e acquistandosi credito con la illibatezza dei costumi, con l'abilità, con la modestia, era divenuto amico dei capocci, aveva ottenuto la venerazione e l'affetto dei giovani e dei fanciulli; e i suoi consigli, le sue esortazioni, i suoi pareri valevano a mantenere la moralità, la benevolenza e la prosperità in ogni luogo; il vecchio Marco raccoglieva in una stanza terrena della fattoria quando i giovani e quando i fanciulli, e in ore e giorni diversi secondo le stagioni e le faccende, insegnava loro molte cose, utili all'onesto vivere di ciascheduno, e gli ammaestrava nel leggere, nello scrivere e nell'abbaco fino a quel tanto che poteva ad essi giovare a regola dell'età e della condizione; e spesso nelle lunghe sere d'inverno, faceva il medesimo in alcune case dove si radunavano più madri e più fanciullette desiderose anch'esse d'approfittarsi dei suoi utili e graditi ammaestramenti. Quando il gentiluomo ebbe saputo tutte queste cose, volle andar subito a visitare il vecchio Marco, e lo trovò appunto che lavorava attorno alle viti. Il contadino salutò con rispetto il possidente; e questi onorò la sua canizie, gli manifestò alla presenza de' circostanti la contentezza d'aver saputo e visto i buoni effetti della sua virtù operosa, e gli chiese dipoi un abboccamento da solo a solo.

Entrati nella capanna, il gentiluomo ebbe subito a fare attenzione alla polizia e al buon ordine che vi si vedeva. Pochi attrezzi semplici e ordinari, ma quanti potessero bastare ai discreti bisogni d'un contadino; il letticciuolo consistente in un pagliericcio, separato dal focolare con un tramezzo di legno; qua bene assestati gl'istromenti dell'ortolano e del vignajolo, colà un tavolino con sopra il libro del Vangelo e parecchi libercoletti che il vecchio adoperava per ammaestrare i molti suoi alunni. Marco poi aveva una fisonomia austera, ma nel tempo stesso piacevole e affettuosa; era piuttosto magro, con le carni abbronzite pel sole, e alquanto curvo dalle fatiche e dagli anni; ma sempre vegeto e franco e robusto. Vestiva pulitamente, ma nè più nè meno come gli altri campagnoli, ed era pieno di garbatezza, senz'ombra di servilità o d'affettazione. Tutti godevano infatti di conversare seco lui, benchè nessuno si rammentasse d'averlo visto ridere o d'aver udito dal suo labbro racconti burleschi o triviali barzellette. Anzi alcuni avevano osservato che imbattendosi egli in un giovinetto, pareva improvvisamente assalito da una profonda malinconia, benchè si studiasse di dissiparla o di nasconderla.

Postisi a sedere l'uno in faccia dell'altro, il gentiluomo incominciò: «Una buona ventura è stata per me e per questa campagna il vostro arrivo tra noi, o rispettabile vecchio. Voi avete saputo in pochi anni migliorare l'industria, e quello che più importa, i costumi di questo luogo. Per tutto io ritrovo uomini e donne più lieti e contenti del loro stato e di se medesimi, fanciulli bene avviati, persone che benedicono il vostro nome; son divenute ubertose le terre che io lasciai sterili e inculte; vedo meglio custodite quelle che già davano qualche frutto; le raccolte dei grani e dei fieni sono andate ogni anno crescendo, la vite e l'ulivo mostrano gli effetti d'un intelligente cultura; e il buon andamento, la pace, l'amorevolezza delle famiglie fanno sì che questo sia divenuto un soggiorno propriamente beato.... Tutto ciò è opera vostra. Così è. Mentre io viaggiava per ricavare dagli altri popoli istruzioni ed esempi, un semplice agricoltore, seguendo gli ammaestramenti del buon senso e della natura, faceva qui, contro ogni mia aspettazione, più di quello che io mi figurava di poter conseguire con molti anni di fatiche. Amico mio (permettete che così vi chiami col labbro, mentre il cuore vorrebbe darvi piuttosto il nome di padre), amico mio, se noi fossimo ai tempi del gentilesimo, io crederei che una divinità fosse scesa dall'Olimpo sotto codeste umili spoglie per farsi protettrice de' miei campi; ma i modi che avete scelti per ottenere tutto questo bene, lo so, non hanno nulla di favoloso nè di soprannaturale. Alla virtù operosa e costante riesce tutto, e la voce fraterna e autorevole d'un uomo esperimentato val più dei comandi un principale, o della scienza di chi studia sui libri. Nondimeno, se io non vi chiedo troppo, e se l'immaginazione m'inganna, ditemi di grazia: Siete voi propriamente quello che le vesti rozze e le mani callose e la faccia bronzina addimostrano? piuttosto, quantunque nato e educato altre opere e ad altri studj, vi piacque mutare spoglie e costumi, e segregarvi tra gli onesti montanari, per fuggir forse il doloroso spettacolo della depravazione che predomina nelle città?

Marco rispose: «Signore, voi siete il possessore della terra ch'io lavoro, e che da qualche anno mi dà il campamento; gli è giusto dunque che abbiate contezza dell'esser mio. Ecco qui, come voi mi vedete i' son nato contadino, e sono stato sempre contadino; con questo di differenza ch'io lavoravo sul mio; e se gli è vero ch'io ne sappia un po' più di qualchedun altro, posso ringraziare mio padre e gli anni che ho sulla schiena. Dovete anche sapere che il nostro campo era prossimo alla città in una collina molto fertile, e che noialtri abbiamo potuto sperimentare di mano in mano le migliorìe suggerite da chi s'intendeva d'agricoltura. E benchè, lasciatemelo dire, la conclusione di molte novità e d'un visibilio di prove fosse quella d'attenersi per la più sicura a' semplici ricordi de' nostri vecchi, nientedimeno quelle lezioni ci aiutavano a levarci dal capo molti pregiudizi e a conoscere il perchè di molte cose per essere più sicuri del fatto nostro. Dunque non vi state a maravigliare di quel po' di bene che voi vedete ora su' vostri poderi; e se anche fosse dipeso tutto da me, persuadetevi ch'io non avrei ragione di farmene bello. Gli è che quando il contadino è diligente e sta al sizio; quando sa scegliere il tempo per le faccende, senza pretendere dalla terra più di quello che la può dare; e quand'ei segue i buoni consigli, non di mala voglia o alla cieca, ma perchè è docile e intelligente, oh! allora è naturale ch'ei vada sempre di bene in meglio. Del resto, ho fatto quello che l'esperienza m'aveva insegnato per farne il mio pro, senza tener segreto nulla a nessuno. Coloro che hanno visto e che hanno conosciuto ch'io facevo meglio di loro, a poco per volta son rimasti persuasi: m'hanno fatto delle dimande, ed io ho risposto; e siccome una cosa tira l'altra, ho preso allora occasione di ragionare anche su quelle di cui non mi domandavano. Chi ha saputo darmi retta se n'è trovato bene; e poi voi sapete che nessuno ha gusto d'esser da meno degli altri. E così, se v'è qualche merito, tutti n'hanno la loro parte. Ora poi, vi dirò la disgrazia che mi fece perdere quel campo dove i miei vecchi, di generazione in generazione, avevan mangiato il pane del proprio sudore. La guerra che anni sono messe a soqquadro tanti paesi, come voi sapete meglio di me, fu uno sperpero d'uomini, e massime di gioventù, da ricordarcene per un pezzo. Io, di tanti che s'era in famiglia, restai solamente con due figliuoli; l'età, le malattie, le afflizioni avevano mandato al cimitero i vecchi e le donne; un fratello scapolo mi morì nella prima campagna d'Italia. Quando Napoleone volle andare a perdersi in Russia, anche il mio maggiore fu coscritto; quell'altro era sciupato dalla rachitide, gracile e quasi ebete; ma Lorenzo, oh! Lorenzo era bello, era robusto, era alto della persona, coraggioso come un leone. Se si fosse trattato di mandarlo proprio alla guerra pel nostro paese, figuratevi! anch'io, benchè vecchio, avrei preso il fucile; ma Bonaparte, dicevano, non pensa più all'Italia; s'è lasciato avvilire da una bassa ambizione: corre a precipitare ogni cosa; e que' poveri giovani dovranno spendere il proprio sangue per gli altri, in luoghi tanto lontani, e senza utilità per quello dove son nati. Allora mi venne voglia di far di tutto per serbarmi Lorenzo; ma non bastò che vedessero l'infelicità di Niccola, che invece di darmi un ajuto nella vecchiaja aveva bisogno della mia assistenza! Mi fu fatto sperimentare se per quattrini.... e io a vendere inclusive il nostro podere.... Ma quei quattrini andarono senza costrutto nelle mani rapaci di chi si faceva pagare le promesse con animo deliberato di non le mantenere!... insomma il mio povero Lorenzo dovè partire, e io rimasi a custodia di quell'altro che senza di me sarebbe morto di stento. Allora industriandomi alla meglio coll'andare a opra dai contadini del vicinato aspettai un pezzo il ritorno di Lorenzo; e in quel frattempo mi s'ammalò Niccola, e non fu possibile di salvarlo.... Povero ragazzo! è vero che con quella struttura non avrebbe potuto campar di molto, e che a essergli padre non v'era da consolarsene; ma nientedimeno io gli voleva un gran bene, e forse più che s'ei fosse stato appariscente e rigoglioso come quell'altro. Non vi starò a dire se l'afflizione mi messe in terra; e, senza la speranza che Lorenzo tornasse, a quest'ora.... Ma che? Lorenzo non tornerà più! E io son sempre vivo. Iddio non ha voluto che questi dolori m'uccidessero! Sia fatta la sua volontà!...»

«E come potete voi esser certo di non rivederlo? Alcuni altri che si credevano perduti in tanta vastità e in tanta lontananza di paesi, ritornarono inaspettatamente in seno delle loro famiglie.»

«Giacchè voi avete la bontà d'ascoltarmi, sentite il rimanente. Questa è la prima volta ch'io paleso ad altri la storia dolorosa delle mie disgrazie. Non vi faccia specie di vedermi le ciglia asciutte, perchè alla mia età le lagrime, se me ne fossero rimaste, mi leverebbero il fiato. Gli è un gran pezzo ch'io so piangere qui dentro! Gli è anche un gran martirio, lo so; ma piuttosto questo che lasciarsi indebolire fino al punto di perder l'uso della ragione. Dopo ch'io ebbi sotterrato Niccola, cominciai a non aver più lettere di Lorenzo: poi vennero le notizie dei gran rovesci di Bonaparte! Io, come potete figurarvi, rimasi sgomento; ma piuttosto che starmene a spasimare in casa, mi volli mettere in cammino pellegrinando per tutti quei luoghi di dove Lorenzo mi aveva scritto. Girai tutti gli spedali; ne domandai a quanti potevano essere stati del suo reggimento; scrissi lettere; mi trattenni dove un barlume di speranza mi s'affacciava; e alla fine, senza più denari, spossato, scoraggito, mi vidi costretto a tornare indietro. Un giorno io attraversavo, pensate voi con che cuore, una di quelle terre dove si vedevano ancora i segni della guerra, e mi ritrovai sopra un campo dove morirono tante migliaja, che l'ossa non erano ancora tutte sepolte. Più qua e più là si scorgevano alcune croci; una era caduta. Io mi chinai per rialzarla sul monticello dov'era stata confitta, e vidi una larga lastra di pietra con sopra parecchi versi di scritto scolpito malamente, forse dalla punta d'una bajonetta. E quei versi dicevano: «Qui sessanta prodi, tutti Italiani, combatterono valorosamente per due ore di seguito contro cinquecento nemici, e vollero piuttosto morire che arrendersi. Le loro ossa posano sotto questa pietra, confuse con quelle dei molti nemici che caddero in questa lotta tremenda. Ora la pace dell'eternità li congiunga fratelli nel cielo. Conduceva questo drappello il capitano....» Ma qui la pietra era spezzata, e allora anche tra' versi riconobbi i colpi che v'erano stati scagliati, come per ridurla tutta in frantumi, anche prima che il tempo la consumasse. Ma io smanioso di raccapezzare il resto dello scritto, andai brancolando tra quelle macerie e mi posi a guardare con attenzione tutti i sassi che mi venivano alle mani. E infine alcuni ne ritrovai, dove potei leggere un nome, e tra quei nomi.... Ah! io avevo detto di non poter più piangere! Queste lacrime sono per lui!... Allora mi sparì il lume dagli occhi, mi sentii scoppiare il cuore, e mi lasciai cascar come morto. Il resto non lo posso raccontare, perchè non so dopo quanto tempo, riavutomi un poco, mi vidi disteso sul letto d'uno spedale. Quegli che venne lì per assistermi non intendeva la mia lingua, nè io la sua; e nessuno vi fu che potesse intendere il mio dolore! In capo a quindici giorni mi ritornò la forza per reggermi in piedi, e fui subito condotto dinanzi a una specie di commissario. Costì in cattivo italiano mi sentii dire che le carte trovatemi addosso non erano in regola; e mi fu fatto poi un visibilio di domande, alle quali si vede bene che tra l'imbarazzo di non intenderci e lo sbalordimento del mio dolore e della febbre sofferta, io non seppi rispondere a garbo, perchè la conclusione fu che mi vidi rinchiudere in un carcere. Ma come Dio volle, un mese dopo ne fui liberato, a patto peraltro che uscissi subito da quel paese e non avessi più l'ardire di ritornarvi. Anzi, per meglio assicurarsi de' fatti miei, mi fecero scortare sino ai confini da due soldati. Ora considerate voi quant'io dovessi patire nel mio viaggio! L'acqua, il freddo, la fame, e, le più volte, appena un cantuccio di stalla per ricoverarmi la notte! Ogni poco mi sentiva spossato da non poter andare più innanzi; ogni poco, invece di mettermi a mendicare un altro soccorso, mi veniva la voglia di lasciarmi piuttosto finire dallo stento sul cimitero d'una chiesa. Ma poi la speranza di rivedere, almeno di sulla vetta dell'Alpe, il mio paese, mi faceva animo; e più che mi accostava, più mi pareva di ritrovarmi gagliardo. Oh, sì: quando fui su que' monti di dove si principia a scorger l'Italia, mi parve a poco a poco d'essere un altro; l'aria, l'azzurro del cielo, la bellezza della terra mi fecero quasi dimenticare per un momento le mie disgrazie, e scesi a passi più franchi, e guardai con occhi bramosi.... E davvero questo è il paese più bello di quanti n'ho veduti nel mio doloroso pellegrinaggio!.... Ma nessun v'era che mi chiamasse padre o fratello! Degli amici ch'io aveva lasciato, i migliori erano tra que' più; e io mi sentii crescere il crepacuore a ritrovarmi solo tra tanta gente. Ecco perchè mi venne desiderio di finir la vecchiaia in questi luoghi più solitari; e qui, per la buona accoglienza che subito mi fu fatta, mi sentii rinascere un po' d'amore alla vita. E poi desiderai di mostrarmi buono a qualche cosa, non foss'altro per gratitudine a chi m'aveva levato di sulla strada. Ma io, povero vecchio, con che cosa potevo contraccambiare questo benefizio? Col lavoro e con l'esperienza di chi ha fatto il contadino sotto le porte[14] d'una città. E se v'è stato da ricavarne qualche costrutto per utile di questa buona gente, mi consolo d'avere in parte pagato così il mio debito.»

Il gentiluomo, commosso al racconto di Marco, gli prese la destra, se la strinse al petto, e non aveva parole per esprimere i sentimenti d'amore, di cordoglio, di venerazione che lo agitavano in folla. Dopo averglieli dimostrati come meglio poteva, rispose: