Riguccio, coll'andar dell'età, imparava sempre più a valutare i tanti pregi di questa sorella, e ne parlava al maestro con trasporto. Questi volentieri lo ascoltava, e ogni giorno più si sentiva disposto ad amarlo, non solamente perchè riusciva benissimo nell'arte, ma più perchè lo consolava co' suoi teneri sentimenti, gli dimostrava per ogni verso una gratitudine affettuosissima, e teneva poi nello studio una condotta esemplare. Divenuto, si può dir quasi, il favorito di Michelangiolo, nessuno degli altri scolari ne dimostrava gelosia, perchè tutti vedevano bene che egli lo meritava, anzi l'avevano caro; ed essi stessi lo amavano come un fratellino, ed anche lo aiutavano quando poteva aver bisogno di loro. Egli aveva per quelli maggiori a lui d'età e di sapere lo stesso rispetto di un sottoposto pei suoi superiori: nè gl'intravvenne mai di credersi qualche cosa di più degli scolari venuti dopo, e meno abili.
Questa fu la vita di Riguccio per qualche anno; la vita di un ragazzo buono, d'ingegno; piena di quelle contentezze e di quella pace che abbelliscono tanto le umili case dei braccianti. Ma io non la posso, neppur volendo, descrivere per filo e per segno. E poi, si può dire che la conosciate, perchè a voi la provvidenza ha dato i beni della fortuna e le migliori doti dell'anima. Avete una mamma....
Sig. Elena. Milla ti prego di tornare a Riguccio.
Mil. Sì, sì, perchè il volto e gli occhi delle sue figlie dicono molto più delle mie povere parole. — Sicchè, per tornare al racconto, e accostarmi per oggi alla fine, salterò quattro o cinque anni, e arriverò a una mattina del 1525. Codesta mattina Michelangiolo entra pensieroso nello studio; aveva in mano una lettera, e rileggendola ora qua ora là, dava delle occhiate ai suoi lavori e a Riguccio; gli altri scolari non erano ancora giunti. Dopo un poco fece l'atto di chi ha preso una risoluzione, e disse a Riguccio: — Clemente[20] mi chiama a Roma; ho stabilito d'andarvi; vuoi tu venir meco?
— Io a Roma? con voi? a vedere il vostro Mosè[21]? le vostre pitture del Vaticano?...
— Dunque vuoi tu venir meco? risoluzione!
— E potreste voi dubitarne?
— Domani partiremo.
Riguccio era fuori dì sè dalla gioja. Nel rimanente di quella giornata non gli riesciva di lavorare; la smania di veder Roma, quella famosa città piena delle maraviglie delle belle arti, lo avea inebriato. In quel tempo in ispecie Roma era frequentata dai più famosi artisti dell'Italia i quali eseguivano a gara quelle opere che la fanno eterna maestra delle altre nazioni. Quando sarete più grandi, ragazzi miei, conoscerete queste cose un po' meglio; e vi sarà qualche altra persona, come per esempio il vostro amico Don Vittorino, che ve ne saprà ragionare.
Io penso ora a quella povera Marta, che è alla vigilia di vedere il fratello allontanarsi da lei. Anche Riguccio, passati i primi istanti della sua gioia, vi pensò, e sentì stringersi il cuore. Egli era appunto sulla via per tornarsene a casa; guardava da lontano il campanile di Fiesole, e gli pareva di vederlo per l'ultima volta; sentiva la campana dell'Ave Maria, e si figurava Marta pregare Iddio per non essere mai separata dal suo Riguccio. Come farà egli a darle a un tratto una nuova così dolorosa? Da una parte non gli parea vero di veder Roma, e affrettava il passo; dall'altra non sapeva risolversi a lasciar Marta, e lo rallentava; e una volta ritornò un pezzo indietro per andare a scusarsi con Michelangiolo, perchè aveva promesso troppo presto, e dubitava di non poterlo seguire a motivo della sorella. Ma finalmente l'amore dell'arte la vinse; Riguccio tornò a casa, e trovò la sorella che appunto stava in pensiero per lui che aveva fatto più tardi del solito. Si accorse che egli era agitato da qualche cosa di serio, ma aspettò l'ora di cena per conoscer la causa di quell'agitazione, perchè sapeva che il fratello non le nascondeva mai nulla.