Mentre in casa della signora Elena tutti aspettavano con impazienza il ritorno di Vittorino, quasi ogni sera parlavano di lui, e la Milla ne raccontava, come a dire la vita. Una volta tra le altre ella narrò questi fatti: «Io entrai a servizio del signor Dottore, padre di Vittorino, due mesi dopo la morte della sua moglie. Vittorino aveva allora poco più di sette anni, e si era ammalato per dolore d'aver perduto la madre. Suo padre mi si raccomandò caldamente che lo assistessi, e che non pensassi che a lui. Quando mi accostai per la prima volta al letto di quel caro fanciullo, e' mi guardò fisso fisso, poi gli venne da piangere, e voltò il capo dall'altra parte. Vedeva una donna accanto a lui, ma non era quella che avrebbe voluto. Poi voltandosi meno afflitto, e con una specie di rammarico d'avermi accolto in quel modo, mi disse: «Oh sì! ti vorrò bene. Milla, ti vorrò bene, di molto; il babbo mi ha detto che tu sei tanto buona! Ma tu mi parlerai sempre di mia madre, non è vero?» — «Io l'ho conosciuta poco (risposi), ma so quanto era buona, e.... sì signore, le ripeterò tutto quel bene che ho udito dire dagli altri.» — «Eh! bisognerebbe che tu l'avessi conosciuta in casa e di molto!... Faremo così: io ti racconterò tutto quello che ella faceva per me e pei poveri malati che venivano da mio padre; e tu di mano in mano mi ripeterai queste cose, perchè non sto meglio altro che quando parlo di lei.» E subito cominciò a descrivermi la sua vita, le sue carità, e sto per dire, tutta l'educazione ch'essa gli dava. Mi fece sapere che in casa vi erano quattro letti per quei ragazzi poveri che arrivavano malati dalla campagna, e che, secondo il signor Dottore, non era bene che fossero messi tra gli uomini allo spedale; e mi disse che sua madre faceva loro da infermiera. Io, benchè queste cose le sapessi, lo lasciai dire un pezzo, perchè mi accorsi che era proprio il suo bene; e poi gli risposi in questo modo: «Se mi riescisse di fare qualcheduna di quelle cose che faceva sua madre buon'anima, me ne ingegnerei. Ma a forza di sentirlo dire imparerò, e mi proverò.» — «Davvero? esclamò egli tutto allegro. Brava Milla! oh! bella cosa! lo dirò al babbo, che appunto era afflitto per non poter più fare assistere quei poveri ragazzi. Come si fa? egli è costretto a star tutto il giorno fuori di casa; io ancora non son buono a nulla; e poi mi sono ammalato. Ma tu ci rimedierai, e almeno per quei poveri figliuoli, la morte della mamma non sarà una disgrazia tanto grande come è stata per me.» — «Ma io (risposi) avrò bisogno d'essere istruita di tutto punto.» — «T'insegnerò io quel che potrò, non dubitare.» — «Dunque guarisca presto per potermi fare questo servizio.» — «Eh! se non mi sentissi tanto debole!... Ma ora, quest'idea che t'è venuta mi dà coraggio. Guarisco più presto.»
Bisogna dire che la fosse proprio così, perchè in pochi giorni potè levarsi. Allora concertammo con suo padre l'assistenza de' ragazzi malati ch'egli accoglieva in casa, e Vittorino m'istruì di tutto veramente bene.
Così dopo che ebbi preso pratica di tutte le faccende, il signor Dottore ricominciò ad accogliere in casa qualche povero figliuolo che avesse avuto bisogno della sua assistenza. A volte ce ne erano due, a volte tre; chi si tratteneva 15 giorni, chi un mese e più; nell'inverno specialmente i letti erano quasi sempre tutti e quattro occupati. Allora si faceva venire un'altra donna per ajutarci. Vittorino poi, tornato da scuola e finite le sue lezioni, si metteva meco attorno a quei piccoli malati, e sfaccendava continuamente, in specie quando cominciò a studiare la medicina.
Suo padre poi era infaticabile. La mattina si levava all'alba, e se non aveva malati in casa o da far subito qualche visita fuori, si metteva a studiare, anche da vecchio. E ogni giorno venivano tanti a consultarlo, che spesso spesso n'era piena la sala. Il resto della giornata sempre fuori, e rade erano quelle volte che non mangiasse alla peggio un boccone in qualche bottega, o che non aspettasse a desinare la sera per mancanza di tempo. Prima d'andare a letto, se non era passata la mezza notte, studiava; e quasi mai lo lasciavano riposare in pace, perchè non venivano meno di due o tre chiamate per notte. Sempre sano, sempre robusto, sempre di buon umore, non vi fu un momento della sua vita nel quale stasse senza fare o senza pensare al bene del prossimo. Mai divertimenti, mai ozio; le sue conversazioni erano al letto dei malati o nello studio di Vittorino. «Benissimo» diceva egli quando ve lo trovava innanzi di lui; «procura di renderti presto abile a qualche cosa, giacchè la capacità d'imparare non ti manca. Io non ho risparmiato nè risparmierò spese per farti istruire. Invece di mettere assieme ricchezze, ti preparerò il patrimonio della scienza, che non è sottoposto a disgrazie. Lo vedi? io guadagno molto perchè la società ricompensa bene le mie fatiche; ma tolte le spese del nostro campamento e della tua istruzione, il rimanente voglio restituirlo alla società con ajutar gl'infelici. Ora che ho da pensare a te, mi convien negare a molti il mio debole ajuto; ma quando avrai imparato la tua professione, io non avrò più il rammarico di queste negative. Quindi rammentati che se arrivo alla vecchiaia dovrai assistermi: oppure potrei morir presto, e saresti costretto innanzi il tempo a provvedere da te medesimo ai tuoi bisogni.» Ma Vittorino non aveva d'uopo di quegli stimoli. Studiava, studiava tanto, che, io avevo paura non gli dovesse far male. Ma si vede che lo studio spontaneo, e fatto in regola, non guasta la salute. Vittorino non ha mai più avuto un dolor di capo, ed è stato sempre bianco e rosso come una rosa. Oh! qualche volta impallidiva, sì, poverino! ma quando si parlava di sua madre; e se ne parlava spesso!
Talora esortava suo padre a non si strapazzare poi tanto, specialmente in certe giornate piovose, umide e fredde dell'inverno: ed egli soleva rispondergli: «Figliuol mio, la vita sarebbe nojosa ed inutile se non vivessimo più per gli altri che per noi stessi. Stando in mezzo agli uomini, e trovandoci sani, ben vestiti e nutriti, mentre vi son tanti che tribolano per le malattie o che patiscono il freddo e la fame, ti darebbe il cuore di godere dei tuoi comodi senza aver prima diminuito i mali del prossimo? E che ti varrebbe l'aver campato tanti anni, se poi morendo non ti consolasse l'idea di aver potuto rasciugare le lacrime altrui anche a costo di qualunque tua privazione, di aver lasciato buona fama di te nella patria, non per vanagloria, ma per esempio dei tuoi figliuoli? I veri piaceri dell'uomo son questi. Ti rammenti tu della vita di Vittorino da Feltre che io ti ho fatto leggere tante volte? Vedesti come ogni suo pensiero, ogni sua azione furon sempre rivolti al bene degli uomini, educando e istruendo i fanciulli? Ti ho pur messo quel nome così venerato perchè tu ne segua l'esempio, perchè tu abbia sempre presente la memoria delle sue virtù, perchè t'infonda la gagliardìa del suo animo.» E poi, e poi.... io gli ho udito dire tante altre cose bellissime, che se fossi capace di ripeterle, vi sarebbe da scrivere un libro.
Così in quella casa era una vita sempre laboriosa pel bene del prossimo; e anch'io mi sentii tanto infiammata nella carità, che mi diventò un bisogno di secondare come io potevo i padroni. V'erano poi le più belle soddisfazioni, allorchè quei meschini accolti nei nostri letti ne uscivano risanati. A volte una povera madre aveva recato il suo figliuolino senza speranza di rimedio, e poi che tenerezza quando lo ripigliava guarito! E spesso una dolce paternale invece della ricetta, toglieva le cause di malattie derivanti dalle sregolatezze, e faceva ritornare la pace e l'ordine nelle famiglie. Insomma tutti benedicevano nel nome di Dio quella casa ed i suoi padroni.
Erano già passati dieci anni che io facevo codesta vita, quando sopraggiunse al padrone una terribile disgrazia. Ogni volta che mi rammento di quella notte mi vengono i brividi, e mi sgomenta solamente il pensiero di doverla ridire.
Spesso accadeva che il padrone prevedesse di dover tornare a casa dopo la mezza notte, e ordinava allora che Vittorino andasse pure a letto senza aspettarlo. Io sola mi trattenevo levata, perchè non mi riusciva di dormire tranquilla finchè non lo avessi udito tornare. Una volta d'inverno, la mezza notte era già passata d'un pezzo, e il padrone era sempre fuori. Avevamo in casa un ragazzo malato piuttosto gravemente, e che avrebbe avuto bisogno di lui; e mi faceva specie che non tornasse. Aspetta, aspetta, principiai a stare in pensiero; e Vittorino che era levato per custodire l'infermo, mi dava di quando in quando certe occhiate come per domandarmi del padre. Mi affacciai alla finestra: solitudine per tutto. Il cielo era più qua e più là ricoperto di nuvoli neri neri; la luna illuminava a pezzi alcune case, e lasciava l'altre coperte da cupe tenebre. Di tratto in tratto si scatenava un vento da far paura; e portando seco il fragore del fiume che aveva la piena, somigliava alla romba del terremoto. Mi levai di lì, perchè quel cielo nero e quel vento strapazzone proprio mi sgomentavano. Passò un'altra mezz'ora, e nessuno comparve. Tornai alla finestra: il tempo s'era fatto più tetro che mai, e cominciava a fioccare il nevischio con un freddo pungente. Alla fine odo un rumore di passi lontani; ma era gente che correva in altra parte; poi a un tratto comincia uno scampanìo insolito e così sgangherato, che io non mi sapevo raccapezzare; e il vento lo straportava qua e là, sicchè non c'era verso di capire d'onde venisse. Fui assalita da una farragine d'idee così tetre, che appena mi accorsi di uno che passava a gambe di sotto casa. Allora mi feci animo, e gli domandai che diavoleto ci fosse: «Brucia nel borgo!» rispose, e via come un lampo. A quella nuova mi sentii subito gelare sangue: il padrone aveva dei malati nel borgo.... Ero per uscire dalla finestra, quando Vittorino risolutamente mi dice: «Milla, custodisci il malato; io vo a cercare del babbo.» — «Dio l'assista!» esclamai. Egli era già fuori e correva.
Pensate come rimasi? Le gambe mi si ripiegarono sotto, e in quel momento non sarei stata più buona a nulla, se non mi avesse scosso il pensiero di dover assistere quel malato. Ah! Quanto furon crudeli quei momenti d'incertezza! Poi ecco uno strepito sordo che via via cresceva tanto da scuotere tutta la casa e da far tremare i cristalli. Erano i pompieri con le loro macchine. Dunque il bruciamento è grosso dissi tra me.... Dio mio! cosa sarà dei miei padroni? Intanto il ragazzo si lamentava perchè doveva esser medicato, ed io da me sola non potevo farlo. Nondimeno lo confortai alla meglio, e lo feci chetare. Stando sempre in orecchi, mi parve d'udire nuovamente un calpestìo. Corsi alla finestra, e vidi uno sparirmi proprio di sotto gli occhi. «Che fosse entrato in casa?» Vo all'uscio di scala; nessuno saliva; piglio il lume, apro con impazienza, nessuno; mi soffermo, neanche uno zitto; scendo, e allora scorgo una persona appoggiata nel canto del terreno. Chi va là? gridai risoluta prima di accostarmi. La persona si mosse e a voce bassa esclamò: «Per amor del cielo, lasciatemi ripigliar fiato; vengo dal bruciamento; non ho potuto più reggere.... Ora v'è tanta gente che io posso andare a riposarmi. Oh! se mi faceste la carità di un bicchier d'acqua!» — «Magari, diss'io, venite su: vi darò un po' di vino, vi rasciugherete.» Era un povero manifattore conciato in modo da far compassione; aveva le mani e il viso affumicati, e le vesti fradice mézze. Gli detti da bere, gli feci mutare il vestito, e lo condussi alla stufa; e quando si fu un poco riavuto, mi pareva mill'anni d'interrogarlo. Egli mi diceva: «Benedetta la vostra carità!...» Ma udendo in quel mentre i lamenti del malato nella stanza accanto, si rattenne e poi esclamò: «Per tutto miserie! non badate più a me; tanto vo via....»
Ma io lo pregai ad aspettare un poco: corsi a confortare il malato, e tornata a lui: «Oh! che rovina! (mi disse) io non ne potevo più a portar acqua: non avrei lasciato il mio posto.... ma come si fa? Dopo aver lavorato tutto il giorno, stasera mi mancava la forza.» — «Ma ditemi se nessuno è in pericolo.... Io sto in pena.» — «Poco prima che uscissi ho visto calare dalle finestre un malato....» — «È vicino l'incendio?» interruppe allora, con voce da farmi scoppiare il cuore, il ragazzo che aveva udito queste parole. — «È distante, è distante (dicemmo subito tutti e due), non abbiate paura. E poi (aggiungeva il manifattore) il vento è diminuito; comincia a piover più forte; non c'è alcun pericolo.» Indi seguitò a voce bassa, perchè il povero ragazzo non l'udisse: «Dunque hanno calato uno o una che era in fine, per quanto dicevano; e poi sono scesi i pompieri. Appena levate le scale, il palco già sprofondava (mi si rizzano i capelli a pensarvi).... e sono venute alcune grida di mezzo alle fiamme. V'era sempre gente, e i pompieri non lo sapevano! In quell'istante di terrore è comparso un giovine urlando: Mio padre, mio padre! Passa tra i pompieri, afferra una scala, e sale senza paura del tetto che veniva giù a pezzi. Dietro a lui si slanciano coraggiosamente i pompieri; arrivano alla finestra; il giovine vi salta sopra cavalcioni, e grida soccorso! I pompieri l'aiutano a tirar su per le braccia uno rimasto aggrappato al parapetto senza aver più pavimento sotto i piedi. Come Dio vuole, quasi per miracolo, riesce loro di calarlo: era vivo; ma in uno stato da far pietà. A un coraggio come questo ci è venuto da piangere a tutti e abbiamo dato in uno scoppio d'applausi. Ora non so altro.» Potete figurarvi come rimanessi a questo racconto! Il povero malato piangeva, quantunque non avesse bene udito tutte le parole del manifattore; e poi dall'indugio del padrone si accorgeva di qualche guaio, e i suoi dolori crescevano. Ma poveretto! non pensava più a sè; il crepacuore lo aveva per gli altri. Io, sgomentata ma non avvilita, mi raccomandai al manifattore che picchiasse alla vicina casa d'un medico, e lo mandasse subito da me, che v'era bisogno di lui. Quel buon uomo non si fece pregare. Almeno, avevo io pensato, solleviamo quest'infelice; e facciamo che vi sia un medico in casa per il padrone e per Vittorino, se ne avessero bisogno. Il racconto del manifattore mi faceva pur troppo immaginare che avesse parlato di loro. Intanto mi posi a cercar fila, fasce ed ogni altro occorrente per medicare le bruciature.