Ma tutti questi preparativi io li facevo con una specie di disperazione. Come sarà andata a finire? pensavo. Nessuno veniva a dir nulla.... Che momenti, figliuole mie, che momenti furon quelli! Arrivato il dottore, visitò subito il ragazzo, e lo medicò. Quando era per andarsene me gli raccomandai che restasse ad aspettare il padrone, ed egli guardandomi con aria afflitta, mi disse: «Poveretto! non gli mancano assistenti; ma rimango volentieri per saper come sta. Io credo d'essermi svenuta a quelle parole, perchè poi fui come improvvisamente riscossa da molte voci; e vidi la stanza piena di gente. Mi feci innanzi, scorsi il padrone che appena dava segni di vita, i medici che lo assistevano e Vittorino che piangendo gli aiutava. Allora mi diedi anch'io a fare quel che potevo; ed il padrone fu posto a letto. Bisognava veder con che prontezza, con che animo Vittorino dava mano a tutti per medicarlo! Era bruciato nelle gambe e nelle spalle, e aveva una ferita grave dietro la testa. Oh! che spettacolo da straziare il cuore! Più volte avevamo scongiurato il figliuolo a ritirarsi da quella vista, a pensare alle sue bruciature; anch'egli n'aveva molte; ma no! finchè il padre non fu assicurato, finchè non udì pronunziare che non v'era pericolo di morte, non gli si volle staccare dal fianco. Alla fine mi riesci di strapparlo di lì, e chiamato il chirurgo che aveva finito d'assistere il padrone, lo condussi in camera sua. Povero giovine! fino allora s'era sostenuto con la forza dell'animo; alla fine si buttò sul letto, perchè la forza del corpo lo aveva già abbandonato. Per buona sorte le bruciature erano superficiali, e le ferite poco gravi. Io restai a custodir Vittorino, e il chirurgo dopo che m'ebbe istruita sul modo di assisterlo, ritornò a vegliare al capezzale del mio padrone. Dopo qualche tempo credei che Vittorino si fosse addormentato; ma era una specie d'assopimento; poi cominciò a delirare. A un tratto si alzò sul letto; io durai fatica a tenerlo. Ei gridava: «Qua.... c'è uno, qua.... salvate questo.... questo.... Oh Dio! è lui! è mio padre!... aiuto!» Io mi studiai di calmarlo, di dirgli che suo padre era salvo.... E come Dio volle, tornando in sè a poco a poco, spalancando gli occhi spauriti cominciò a guardarmi fissa, a fregarsi la fronte come per rimettere in ordine le idee, e a un tratto esclamò: «Milla mia!» e gettandomi al collo le braccia, proruppe in un pianto dirotto. Io mi sentivo una serratura alla gola, e tribolavo dimolto senza potermi sfogare. Poi venne da piangere anche a me, e stetti meglio. Allora Vittorino: «Mi son riposato (disse); sto bene: voglio far nottata al babbo da me: lasciami un momento solo, ch'io mi vesta, anzi va' a dormire; riposati anche tu.» Io mi studiai di dissuaderlo; andai a vedere il padrone; gli dissi che anch'egli stava meglio, che il chirurgo non lo lasciava un istante; ma fu inutile; volle vestirsi, e andare in camera di suo padre. Già era l'alba; tuttavia mi obbligò a buttarmi sul mio letto; ed egli assisteva ora il padre, ora il ragazzo malato.

Non passarono molti giorni, che il padrone cominciò a migliorare, e, bisogna che lo dica, i medici ed i chirurghi suoi amici gli fecero sempre una grande assistenza Di Vittorino non se ne discorre. Volle fargli tutte le nottate da sè; e furono diciassette di seguito; il giorno dormiva forse un'ora; io non so come potesse reggere a tanto strapazzo senza ammalarsi. Alla fine, dopo due mesi di medicature e di letto, il padrone guarì e cominciò a muoversi, ma col bastone in una mano e con l'altro braccio sulle spalle di Vittorino. Facevano tenerezza a vedergli girare in quel modo per casa, e parlare amorevolmente; ed il padre ringraziava il figliuolo d'avergli salvata la vita. Questi non voleva udire ringraziamenti e diceva di non aver fatto altro che il suo dovere. La convalescenza durò più d'un mese. Presto ricominciarono a venire i malati; il padrone a andar fuori. Vittorino praticava nello spedale e tutti ripresero la solita via, senza che avvenissero dipoi cose straordinarie.» — Qui la Milla tacque.

Anche nella famiglia della signora Elena nulla avvenne di nuovo fino al ritorno di Vittorino. Di quanta consolazione fosse per tutti rivederlo sano e salvo lo potete facilmente immaginare. Egli non si separò più da quella famiglia. La buona vecchia se ne separò, e per sempre, con immenso dolore di tutti; ma quel dolore fu consolato dall'aspetto sereno ed angelico di colei che faceva la morte del giusto.

X. L'amico sin dall'infanzia.

1. La Gelosia.

In una piccola città di provincia erano alla medesima scuola due giovinetti quasi coetanei, amici sin dall'infanzia, ma di condizione e d'indole differenti. Silvio, figliuolo d'un onest'uomo che aveva molta famiglia e viveva strettamente con le poche entrate d'un campicello e col piccolo stipendio di un impieguccio; Dionisio primogenito del più ricco signore del paese che vi teneva la suprema magistratura: quegli studioso, mansueto, riflessivo, pieno di fermezza e d'ingegno; questi svogliato, indocile, capriccioso, leggiero. Nondimeno erano stati insieme a imparare la crocesanta, insieme sempre a ruzzare; e il padre di Silvio usava spesso, a cagione del suo impiego, in casa di quello di Dionisio; perciò i figliuoli si trattavano da amici, e pareva si volessero bene. In provincia poi i giovani, sebbene di condizione diversa, s'affiatano anche più facilmente che altrove. Poveri o ricchi, sono pochi e quasi tutti parenti, almeno alla lontana. Chi volesse passare per uomo di un'altra sfera, gli converrebbe star solo: ivi un titolo di nobiltà non sempre fa credere che sia alterata l'eguaglianza della natura.

Silvio studiava volentieri, ed imparava presto; e suo padre si sarebbe contentato di fargli ottenere a suo tempo il proprio impiego: Dionisio doveva andare all'università per uscirne dottore a tutti i costi; ma era negligente ed avverso ad ogni sorta d'occupazione. Vero è che l'ammaestramento sostanziale di quella scuola era il latino; studio lungo ed uggioso per garzoncelli che non sapevano dire due parole con garbo nel proprio linguaggio, e fatto alle mani d'un maestro di poca levatura e in fondo più svogliato degli scolari; ma Silvio sapendo che bisognava passare quella trafila per ottenere l'impieguccio di suo padre e mantenere nella famiglia il piccolo guadagno di esso, con tutto cuore si torceva il cervello, e s'affaticava dì e notte per imparare. Mentre Dionisio vedendo l'abbondanza per casa, e approfittandosi della indulgente predilezione del maestro (che spesso accolto alla mensa del padre, faceva alla peggio le sue lezioni), strapazzava i libri per dare a credere di adoprarli, e tassava di buaggine i condiscepoli per esser tenuto da più di loro, nulla curandosi del futuro.

Questi due amici erano per compiere il così detto corso di studj in quella scuola, quando capitò all'improvviso nel paese un Ispettore della pubblica istruzione. Allora il maestro si propose di cimentare i suoi discepoli in un esame alla presenza dell'Ispettore; e bisognò subitamente avacciarlo, perchè questi non aveva agio di trattenersi. Incominciato l'esame, Silvio manifestò molto sapere e una bella prontezza d'ingegno, talchè l'Ispettore ne fece quasi le maraviglie: ma Dionisio, quantunque venisse fuori con molta baldanza e il maestro di soppiatto lo spalleggiasse, presto pericolando si perse d'animo, e finalmente ne uscì scorbacchiato. Il padre, uomo di parole rotonde, mestatore ed avvezzo a ber grosso, tenendosi d'avere in quel primo rampollo un'arca di scienza da spopolare, e propostosi allora di farsene merito, quand'ebbe visto ciò, ne fu addolorato nell'anima; e senz'altro, la sera stessa, mentre appunto conversava con le seconde cime del luogo, fatto venire a sè il garzoncello, così gli disse tutto cruccioso: «Signor Dionisio! io mi sono fuor di modo scandalizzato della meschinissima figura ch'ella ha fatto all'esame! Oggi che s'offeriva l'occasione di segnalarsi, di prepararsi la strada a qualche nobilissima carica nella capitale, per l'appunto oggi vosignoria è stata presa, Dio mi perdoni, per un somaro. Già tutti lo sanno! Ecco qui; si dirà nel paese che un ragazzuccio, che il figliuolo d'un povero impiegatucolo di provincia, ha superato il mio primogenito in un esame, e al cospetto di un Ispettore! Poteva ella fare uno sfregio più grande a sè, a me stesso, all'onore della famiglia! Dov'è andata dunque la sua dottrina? È questa la riprova delle belle cose che mi si dicevano? Si prepara ella così per andare agli studi dell'università? Ah dunque sono stato ingannato! Ecco deluse le mie speranze!... Eh via! si vergogni di essere stato soverchiato da Silvio, di dover quasi imparare da lui come si fa a farsi onore coi superiori! E non mi comparisca davanti se prima la non si mostra più degno di portare il nome illustre dei suoi antenati!...» Dionisio non aveva mai visto il padre acceso di tanto sdegno; non aveva mai considerato con tanta importanza quella faccenda dello studiare e del farsi distinguere sopra gli altri; non s'era mai sognato di dover competere di dottrina o d'ingegno coi poveri ragazzucci del vicinato; credeva che gli bastasse indossare vesti più belle, ed avere qualche denaro in tasca ed il braccio del maestro, per soverchiarli in tutto.

Confuso, costernato, inasprito dalle insolite rampogne, e poi alla presenza di quelle persone! fu preso da subita gelosia; e dato ascolto ai pungoli acuti di quel nuovo e fatalissimo sentimento: «Sì,» rispose col volto infiammato «sì, mi sarò fatto scorgere; ma voi non sapete che Silvio ha avuto dalla sua il maestro; ch'egli sapeva su che cosa l'avrebbero interrogato.... M'imbrogliava lui col suggerirmi a rovescio.... Se mi può fare del male, sempre se n'ingegna.... È un astioso, un monello....» e varie altre menzogne e calunnie vituperose, proferite con ira, con impeto da forsennato. E poi con la voce rotta dai singulti, con gli occhi grondanti di lacrime, si lasciò cadere disperatamente sopra una sedia.