Il padre, sbigottito, prestò fede a tanta dimostrazione di smisurato dolore; temè che la veemenza del pianto convulso lo soffocasse; corse per confortarlo, chiamò i servi, lo fece mettere a letto, e lo pose nelle mani del medico. Indi riflettendo più maturamente alle cose viste ed udite, credè vera la supposta malizia di Silvio, e lui solo incolpò del male che avevano cagionato le sue incaute rampogne. I circostanti o non sapevano il vero o non si arrischiavano a palesarlo; il maestro fece di tutto per distruggere l'accusa di parzialità, ma non si curò di prendere le difese del povero Silvio, contentandosi d'attribuire a disgrazia piuttostochè alla ignoranza di Dionisio, il cattivo esito dell'esame.
Lo sciagurato giovinetto si sentì poi lacerare l'anima dai rimorsi; ma non ebbe la forza di confessar subito il suo fallo. Studiandosi di celare agli occhi di tutti la propria vergogna, sfuggi d'allora in poi l'incontro di Silvio; e poco dopo fu mandato a studiare all'università, con un visibilio di raccomandazioni alle famiglie più ragguardevoli, e d'attestati di buoni studi e di buona morale.
2. L'Impiego.
Passarono parecchi anni prima che Dionisio diventasse dottore, perchè la poca voglia di studiare gli fece perdere più tempo degli altri; e simulando malattie od impedimenti impensati, mascherò l'incapacità di sostenere gli esami. Il padre credeva e spendeva. Tornando a casa nel tempo delle vacanze, Dionisio qualche volta rivide Silvio, perchè non era possibile sfuggirlo sempre, nè far dimenticare l'amicizia che nell'infanzia gli aveva uniti. Soprattutto la caccia in compagnia degli altri giovani del paese, dava loro occasione di passare insieme qualche giornata; ma da solo a solo non si parlavano mai. Silvio nulla sapendo dell'iniqua azione che Dionisio aveva commesso contro di lui, attribuiva quella freddezza ad altre cagioni.
— Egli è ricco — diceva tra sè; — ora è avvezzo a praticare i signori; chi sa quante belle cose impara per diventare un dottore! E un giorno dovrà fare la prima figura nel paese... Io sono povero provinciale, sto sempre coi contadini, non so più nulla di quello che abbiamo studiato insieme alla scuola, e tutta la mia speranza consiste nel succedere al babbo nel suo piccolo impiego. — Nondimeno gli dispiaceva di vedersi sfuggito da Dionisio, e quella parola insieme gli faceva sempre mandare un sospiro.
Finalmente ecco Dionisio col diploma e col titolo di dottore; eccolo col giuramento sull'anima di sostenere le leggi del giusto e dell'onesto, di proteggere gl'innocenti e gli oppressi, di farsi campione della verità, della virtù, della patria. Bisognava recarsi alla capitale per farvi le pratiche di questi sacri doveri, per imparare dai vecchi dottori ad anteporre il comun bene all'utile proprio, a spendere il tempo, l'ingegno, la vita se occorresse, pel trionfo del vero, per la tutela degl'infelici, pel decoro della nazione.
Intanto il padre di Silvio, essendo già vecchio e indebolito dalle fatiche durate per sostenere la sua numerosa famiglia, s'era ammalato, e con poca speranza di guarigione. Il figliuolo l'aiutava da lungo tempo, e si poteva dire che facesse affatto le sue veci. Ognuno aveva da lodarsi della loro puntualità nel servizio del Comune. Dovendo conferire ad altri quell'impiego, non v'era dubbio nella scelta. A nessuno cadeva in animo di contenderlo a quell'onesto giovine di Silvio, lasciando stare che lo stipendio era il solo rifugio per campare dalla povertà la sua famiglia.
E Silvio chiese il posto che suo padre fu obbligato a rinunziare, vedendo che la malattia andava in lungo. Toccava al genitore di Dionisio ed ai suoi colleghi giudicare a chi dovesse esser conferito; fugli detto che aspettasse, e aspettò, senza darsi briga di cercar raccomandazioni o favori da chicchessia.
Dionisio era già in carrozza sulla via della capitale, e stavano a cassetta due dei minori possidenti del suo paese, i quali parlando tra loro del più e del meno, vennero finalmente a queste parole:
«E avete saputo la disgrazia di Silvio?»