Della Fortuna.
(Ode medesima)
Quando, sul finire del secolo, le dottrine repubblicane ripresero vigore in Italia dopo la rivoluzione di Francia, il Fantoni le accolse e le professò con generoso intendimento; scrisse parecchie poesie per diffonderle; e in Milano e in Modena predicò popolarmente la libertà.
Stoltezza, perfidia e ambizione fecero prevaricare la maggior parte dei sostenitori di quelle dottrine, e per colpa tanto dei mediocri quanto del più grande tra gli uomini che ebbero influenza e potere nelle vicende di quel tempo, la repubblica e in Francia e in Italia parve un errore, e la libertà democratica si convertì in licenza. Ai pochi che le virtù del governo popolare conoscevano e praticavano, a quelli che nelle speranze rimasero illusi e nei mutamenti si serbarono incontaminati e costanti, toccò la prigionia e l'esilio. Tra questi fu Giovanni Fantoni.
Nel 1800, ritornato dalla Francia, ebbe nell'università di Pisa la cattedra di letteratura italiana; ma l'anno dopo gli fu ritolta. Si ricondusse allora nella patria, dove fu fatto Segretario dell'Accademia di Ferrara, e dove poi morì nel 1807.
Pare che taluni tra i suoi encomiatori vogliano togliere affatto il merito dell'originalità alle sue poesie, sforzandosi di farlo passare per un pretto imitatore d'Orazio. L'imitar bene un gran maestro non è servilità, e tutti sanno quanta distanza passi dalla giudiziosa imitazione alla copia. E forse cotali improvvidi panegiristi non hanno posto mente alle qualità dell'uomo; poichè i sentimenti magnanimi e il culto della morale e del vero hanno ben altra faccia nella poesia d'un cittadino onesto e nemico d'ogni bassezza cortigianesca, che in quella d'un impudente adulatore della tirannide d'Augusto.
Sebbene, com'egli scrive, l'esser nato di famiglia patrizia non lo portasse a far mostra di quell'orgoglio che è tanto biasimevole in tutti gli uomini, pure negli anni più fervidi, mentre militava in Sardegna, o trattovi da inconsiderato impeto giovanile, o spinto dall'esempio dei suoi compagni, anche il Fantoni s'accostò alquanto ai fare di quegli scapestrati che si gloriavano d'essere audaci con le donne, intemperanti negli svaghi e nelle spese, malcreati e presuntuosi, quasichè il titolo di cavaliere o di conte fosse un privilegio per insolentire con tutti e per tutto. In questo breve intervallo pertanto egli ebbe a pentirsi spesso dell'inconsideratezza dei suoi portamenti, e si ritrovò inoltre angustiato dai debiti.
In Alessandria poi gli accadde di doversi sfidare al duello con un uffiziale superiore. La cagione di questa sfida, per quanto rilevasi dalle sue lettere, non era disonorante, ma gli stava contro il fatto per se stesso biasimevole, e più che altro la mala voce di giovane traviato; e coloro che lo avevano spinto ad errare col malesempio e con le lusinghe del vizio e che indegnamente si vantavano suoi amici, quando lo videro in quel cimento lo abbandonarono secondo il solito con viltà e con dispregio. Il duello non ebbe effetto; e per sottrarsi a ogni altra briga gli convenne rinunziare al posto che aveva nella milizia. Ma appena ottenuta questa licenza, i suoi creditori lo fecero imprigionare per paura ch'egli volesse partirsi dalla città e dallo Stato senza pagare i suoi debiti. Nè la mediazione dei signori Sappa, famiglia ragguardevole d'Alessandria, nè la nobiltà della sua casa, valsero a risparmiare quest'umiliazione allo sdegnato giovine, il quale più che mai sfuggito dai codardi compagni de' suoi stravizi, dovè star chiuso alcuni giorni nelle pubbliche carceri dei debitori, finchè il padre non ebbe risposto alle sue lettere con la spedizione del denaro pel pagamento de' debiti.
Nello stesso giorno che in pena della sua imprudenza, deposte le assise dei difensori della patria, e frenato a stento lo sdegno che lo accendeva, si ritrovò sotto la stretta custodia di un carceriere, capitò alla porta della sua prigione il calzolaio che lo serviva da un mese. Era questi un uomo d'età avanzata, di modi risoluti e cortesi, padre di famiglia, lavoratore onesto e assiduo. «Che cosa volete voi dal contino?» gli diceva con malgarbo il custode. «Vi par egli tempo e luogo da far visita a un debitore? non dubitate, se i denari verranno ce ne sarà anche per voi.» — «Io ho avuto licenza di passar da lui» riprese tranquillamente l'artigiano: «voi fate il vostro dovere e non pensate ad altro.» — «Ci vuole un bel coraggio! Venite pure, ma debbo avvertirvi che solamente a vederlo voi spiriterete dalla paura. Questo Rodomonte in erba schizza fuoco dagli occhi, non vuol parlare, non vuol mangiare; e v'assicuro io, che fino all'arrivo del sacchetto non avrà occasione di far consumo di scarpe. Questi giovani presuntuosi e malaccorti pretenderebbero di scialacquare a spese degli altri; e se non trovano la gente balorda che si rassegni ad essere gabbata se l'hanno a male. Io se fossi babbo di queste buone lane, vorrei ch'e' marcissero in catorbia[29] almeno almeno un par d'anni, per insegnar loro a farla da grandi quando non possono, a negar la mercede agli operai che per loro cagione stentano con la famiglia, a ridersi sotto i baffi di chi si è affidato alle promesse!» — «Voi gli mettete tutti in un mazzo! Molti meriteranno questi rimproveri e un gastigo severo, ma il conte Fantoni è un giovine onorato, molto rispettabile e pieno di buon cuore; e voi farete bene a parlarne con stima e a trattarlo con umanità.» — «Miracolo! È la prima volta che sento un creditore parlar bene del suo debitore. Ma bravo! Anche questa è accortezza. Così avrete meno paura di non esser pagato fino ad un picciolo.» Il calzolaio guardandolo con espressione d'autorevole rimprovero, senza degnarsi di rispondergli, pose nelle sue mani una moneta, e gli accennò silenzio col dito sulle labbra. Erano all'uscio del prigioniero. Il custode strettasi la moneta negli artigli, spalancati gli occhi e messo il capo nelle spalle, tirò il catenaccio, e introdusse il calzolaio nella prigione, mentre borbottava tra sè e sè: — Corbezzole! e' son dunque d'accordo! Allora poi gli è un altro par di maniche. Oh poveri creditori! vo' state freschi! Le volpi si consigliano.... Chi ha avuto ha avuto; e tutti lesti! —