Benché l'ajuto di questo fratello fosse stato sempre debole, nondimeno la sua mancanza volle dire qualche cosa per loro che dovevano fare a miccino di tutto. Eppure la Luisa seppe rimediarvi, aumentando il risparmio dove poteva, senza far mancare il necessario a nessuno; e sottoponendo solamente se stessa a privazioni e fatiche che nemmeno un uomo avrebbe potuto sostenere.
Intanto un altro colpo d'apoplessia minacciò daccapo i giorni del padre. Mancava allora il denaro tenuto in serbo dall'angiolo tutelare della famiglia, il fratello stentava a tirarsi innanzi con la moglie e due infelici creaturine... Oh! ma non era venuto meno l'animo della Luisa, che secondo il solito assistè il padre, provvide la famiglia sua, ajutò quella del fratello, e infondeva coraggio e rassegnazione in ciascuno. È vero che fu necessario vendere la cava di pietre per trarne denaro subito quanto occorresse al bisogno; ma anche questa volta ebbero la consolazione di veder guarire il capo di casa.
La povera Anna era quella che incominciava a dar da pensare di più; mentre che la Caterina, che è la maggiore, si sosteneva assai debolmente. Qui mi converrebbe narrare come la Luisa per più anni continuasse ad assistere sempre da sè sola e senza stancarsi mai, le sorelle, la madre, il padre di quando in quando soggetto a ricadute più o meno leggiere; come abbia sempre saputo con ajuti e consigli sottrarre il fratello dalle angustie della miseria; e con quanta industria trovasse anche il tempo di lavorare, conservando la sua presenza di spirito e di serenità di mente e di volto: ma questo che è tuttavia suo abito giornaliero, vorrebbe troppo lungo e troppo minuto discorso. Laonde, senza paura d'offendere la sua modestia, parlando cose già note al paese, dirò quello che più di straordinario m'è occorso vederle fare e patire, e che mi sembra più meritorio di quanto ho registrato finora.
Solamente al ricordarmi del travagliato corpo dell'Anna e delle sue tribolazioni di tanti anni il dolore mi vince sì che ne piango. Ormai nè arte nè scienza valevano; e dopo molti e inutili tentativi, la poverina rimase affatto raccomandata alla pietà della sorella. Ed essa, a non staccarsi più dal suo letticciuolo, a pensare, e provare espedienti per sollevarle il corpo infermo e lo spirito abbattuto. «Ecco qui,» diceva talvolta la malata rammaricandosi con un gemito che straziava il cuore, «pur troppo avrò peccati da scontare; ma se Iddio non ha compassione di me, alla fine perderò la pazienza...... morirò disperata.» E mescolava con isforzo doloroso i singulti all'affanno. «No, amor mio,» le rispondeva soavemente la Luisa, «non ti posso dire che tu abbia ragione a disperarti così, perchè tu sai che tutti dobbiamo soffrire... — Oh! non parlar più di disperazione; seguita ad aver pazienza... Quanto più soffrirai quaggiù, ma con santa rassegnazione, tanto più sarai felice nel cielo.» E l'affettuosa dolcezza delle parole e dei modi la racchetavano. Ma essa arrivò a far di più: dopo aver provato e riprovato ingegnosi espedienti per mitigare gli affannosi spasimi dell'asma, le riuscì d'ajutarla a rifiatare con meno difficoltà, comprimendola con un moto blando e uniforme sotto i polmoni; ed allora, specialmente di notte, continuava quelle pressioni anche per più ore di seguito, fintantoché l'inferma non giungesse ad ottenere un po' di sonno. Nonostante, il male andava per indole sua peggiorando ogni giorno, e la ridusse al punto di non si poter nutricare con altro che con pochi sorsi di liquido, e di non poter chiudere occhio nemmeno con l'ajuto delle pressioni. Il digiuno, l'inedia, lo sfinimento e poi la certezza di una morte sempre vicina ma sempre invano desiderata, la prostravano tanto che talvolta, uscita fuori di se medesima, sarebbe divenuta insopportabile a qualunque altra infermiera meno amorosa della Luisa. E in lei pareva anzi che il vigore crescesse, deliberata a non darsi per vinta, a non cedere ad altri quel penoso e difficile ufficio.
Già da lungo tempo si studiava la Luisa di procacciare alla paziente su quel suo letto di spine una positura più adattata alla mala conformazione delle membra; ma non bastando più nè guanciali nè altro, era impossibile tenerla cinque minuti a giacere nello stesso modo, ed ogni tramutare di capezzale o di materassa era cagione di nuovi tormenti. Una notte che l'Anna tribolava più del solito, venne fatto alla Luisa di sdraiarsi un poco sulla sponda del suo letto, piuttosto per meglio spiarne il respiro, che per cercarvi riposo. Lo scheletro della sorella s'appuntellava al suo corpo: «Fatti più in qua» sussurrò l'inferma: «appoggiandomi a te mi sento riavere:» e la Luisa subito le si accosta; tanto che l'una piegandosi un altro poco, e l'altra secondando tutti i suoi moti, alla fine accadde che l'Anna si ritrovò a giacere attraverso il corpo della Luisa; e siccome vi si sentì meglio collocata che in qualunque altro modo, così potè prendere un po' di sonno dopo tante notti vegliate nel dolore. «Sia ringraziato Dio!» diceva tra sè la Luisa, soffrendo, ma tutta contenta che almeno il suo corpo fosse capace di porgere alla sorella quel refrigerio che ormai non pareva più ottenibile per altra via. Intanto le acute vertebre della spina contorta le maculavano il petto; ma lei, intrepida a sopportare l'oppressura, il disagio, le trafitte. Se l'Anna svegliandosi aveva bisogno di mutar positura, la Luisa ne provava un'altra, e poi, qualunque si fosse lo scorcio, in quello durava. Potendo inoltre rimaner libera con le braccia non ismetteva di lavorare!... e così fece per quaranta notti di seguito!.. Quasi non credetti a me stesso la prima volta che vidi... Ma pur lo vidi e lo noto a conforto dei buoni.
La quarantesima di quelle notti angosciose per tutti, fu l'ultima per l'Anna. «Dio te ne renda merito» disse ella quando fu in agonia. «Addio, Luisa; tu hai patito tanto per me!... Dio te ne renda merito...» E poi guardando il Cielo spirò. La Luisa non potè staccarsi da quel cadavere, nè cessare di bagnarlo con le sue lacrime, se non quando le convenne farsi consolatrice degli altri.
Due sere dopo io rasentava il muro del Camposanto. Al lume della luna vidi una donna a sedere a piè del cancello. M'accostai, e conobbi che era la Luisa. «Che fai tu in questo luogo, a quest'ora?» le dissi. Ed ella, senza poter parlare, mi accennò la fossa dove la sorella era stata sepolta. Aveva un viso pallido pallido: le presi la mano; era gelata: la confortai a darsi pace, a pensare che la morte era stata vita per quella sventurata; ed ella: «Sì, lo so» mi rispose, «ma dopo essere stata insieme per tanto tempo, dopo averla vista patire in quel modo, non mi riesce di sopportare il dolore di questa separazione. Ho bisogno di sfogo, e son venuta qui.» — «Ma ora basta» soggiunsi alzandola di terra; «consolati, chè la tua sorella sarà già in paradiso a ricevere il guiderdone dei suoi patimenti; su via, ritorna a casa.» Allora mi accorsi che ella tremava, che il polso era febbrile; e dubitai della sua salute, e bisognò che la sostenessi per tutta la strada. «No» mi diceva con ansietà, «per amor del Cielo stia zitto; non è vero, io non ho male; non dica nulla in casa mia...» Il tremito cresceva, ed i passi erano sempre più vacillanti; tuttavia continuò a raccomandarmi il silenzio; poi le sue parole cominciarono ad essere mal connesse; e finalmente conobbi che delirava. La forza dell'animo aveva dovuto cedere alla fragilità del corpo; i lunghi strapazzi l'avevano finalmente infermata. Ricondottala a fatica in seno della famiglia, che già era sgomenta per l'insolita assenza; e cercando di mitigare il disperato dolore dei genitori quando la videro in quello stato, mandai tosto pel medico. Il pericolo infatti era grave; si trattava di un malacuto. Espedienti pronti, efficaci, furono subito messi in opera. Quei poveretti, malazzati anch'essi, in specie la Caterina, e impauriti di rimanere senza l'aiuto della Luisa, essa sola capace di provvedere a tutto, le stavano attorno pieni di smarrimento, come naufraghi che si veggono involare dalle onde furiose la sola tavola su cui sperassero scampo. Ma la Luisa, appena passato il delirio e riavuta un poco dai primi assalti del male, sorridendo diceva: «Non ho bisogno d'altro che di riposo: trappoco non è più nulla; mi sentirò bene, vedrete. Mi dispiace che non stiate bene voi, e che abbiate dovuto rimescolarvi per me. Ora il peggio è passato.» Poi si chiamava accanto la Caterina; le rammentava tutte le cure da usare per sè e per sua madre; ed ogni suo pensiero, benchè inchiodata nel letto, era per loro. Appena sentì di star meglio avrebbe voluto levarsi, e mettersi a trafficare per casa. Dovemmo insieme col medico raccomandarci molto perchè indugiasse e riflettesse che una ricaduta poteva riuscire più che mai pericolosa per lei e per la famiglia.
Erano cinque o sei giorni ch'io non la vedeva, quando una mattina, chiamato per assistere un povero orfanello moribondo, ci trovo la Luisa, venuta in ajuto della vecchia zia del fanciullo. «Luisa mia» le dissi: «mi consolo di vederti levata; ma non vorrei che fosse troppo rischio mettersi così subito a faticare.» — «Ma io sto bene» rispose con tutto il suo spirito. «Oh! la non creda che fosse un male serio: io aveva bisogno di riposo, e tutti lesti. Che vuol ella? la povera zia qui la fa quel che può; ma è sola, e tanto vecchia....» — «Bene via; ma ora basta. Ritorna a casa, e riguardati. Ora ci sto io.» — «Sì signore;» e obbedì, lasciando un bacio a quella creatura per la quale ormai ogni umana assistenza era inutile. Nell'accomiatarla la condussi in disparte sull'uscio, e le ripetei l'offerta di qualche soccorso, che dopo tante disgrazie io credeva più opportuno di prima; ed ella, secondo il solito: «La ringrazio di tutto cuore» rispose; «per ora la Provvidenza non manca; quando posso lavorare non ho paura. Queste» accennando la vecchierella «queste hanno bisogno di lei. Pensi a loro, e Dio le ne renda merito...»
La famiglia della Luisa non istette molto senza nuove calamità. Le intravenne anzi la maggiore di tutte; imperocchè il padre percosso fieramente da un altro colpo apoplettico, e già vecchio, non potè sostenerne la violenza; nè per quanto la Luisa si adoperasse, le fu possibile di salvarlo. In poco tempo dovè soccombere, e la desolazione di quelle sventurate fu estrema. Questa volta poi vidi la Luisa non malata (almeno lo seppe nascondere), ma quasi vinta dall'afflizione. È vero che lo strapazzo era stato più breve, perchè il padre morì quasi all'improvviso; ma gli affetti in un'anima come la sua hanno tanta forza, che ad ogni ora io temeva di vederla soggiacere alla nuova disgrazia.
Tuttavia in presenza della madre e della sorella, quanto lei desolate, sapeva reprimersi e confortarle anzi con tanta efficacia, che le poverette un poco si riebbero. «È vero, ci resti tu, ed è molto,» diceva la madre; «ma tu, povera Luisa, tu, che potresti farti uno stato e campar meglio, ti dovrai tu sempre arrapinare per noi?» — «No, che non potrei star meglio, se fossi fuori di casa; non lo dite davvero! Dio mi dà la salute per assistervi e per lavorare. Non desidero altro. Basta che non vi sgomentiate voialtre. Rassegnamoci ai voleri del Cielo, e andiamo avanti.»