— Picchiano, mamma! — esclama la bambina tutta spaurita, acciuffandola per la sottana.

— Animo! Che geate[243] son queste? Va’ a vedere chi è.

— Non mi lasciate al bujo! — e piangeva.

— Di che ha’ tu paura? della gatta ignuda? Chétati, o ti sculaccio. Se ti sente la Befana! non ti porta nulla, o t’empie la calza di carboni presi dal fondo dell’Inferno. Animo! vien meco. E ora? lo vedi? per pigliarti in collo mi s’è spento il lume!

— E’ picchiano daccapo, sentite?

— Andiamo ad aprire.

— Al bujo?

— Oh, non sarà il Lupo mannaro,[244] nè lo Smisurato, nè l’Orco che vengano a portarti via! —

La madre scende le scale con la bambina che trema come una foglia; apre, ed è la vecchia Liberata che le chiede il piacere di un po’ di fuoco pel veggio, dicendole: — Fatemela voi questa carità. Tutte le botteghe sono chiuse, con questa miseria delle befane!

— Qua il veggio. Aspettatemi costì. Uh, questo veggio pesa che gli spiomba! Che diascolo ci avete vo’ messo, maestrina?