— Un quattrin di brace, ed è pochina bene. A mala pena mi potrò scaldare il letto, col vento che tira stasera. —

Mentre la Brigida, con la bambina in collo, mette il fuoco nel veggio della vecchia: — Ecco fatto! — esclama — il fuoco s’attacca alla paletta. Ci mancava ora che venisse questa strega a farmi restare al bujo. Era meglio che la fosse andata a ballare co’ diavoli sotto il noce, se la voleva scaldarsi bene. Vien vien, bambina, andiamo a portarglielo subito questo benedetto veggio: il lume l’accenderò dopo; non mi par vero di levarmela di torno. Ma sentite che peso! Scommetto io che in questo veggiaccio vi sono tutti i denti della Versiera! — Prima di scendere mette la granata alla finestra, e poi va all’uscio, e non vede più la povera vecchia. — L’ho detto io? Era venuta a stregarmi la figliuola! Vecchia perfidiosa! Ho messo la granata, e se l’è battuta. Va’ via anche tu! — E scaraventato il veggio nel mezzo di strada, fa un’usciata che ne tremano i vetri delle finestre, e torna su con la bambina tramortita dalla paura.

La vecchierella, per timore d’esser buttata in terra da certi scioperati che berciando e barcollando pigliavano tutta la strada e non le avevano dato tempo di rifugiarsi nell’uscio, erasi rintanata nel vicino chiassuolo per lasciarli passare. Poi studiato un ringraziamento umile e cortese, perchè sapeva d’aver che fare con una donna bislacca e piena d’ubbìe, esciva dal suo nascondiglio, quando udì lo scoppio del veggio e il tonfo dell’uscio, e vide i cocci e la brace per terra. Povera Liberata! quella sera le toccò a tremare dal freddo, e a piangere il suo veggio che le costava molto, perchè era di quelli impiombati.

La notte s’inoltra; comincia a piovere e a tirar vento. Quando il fuoco s’attacca alla paletta, perchè il ferro tira l’umido, è segno di pioggia.

Torna a casa il marito della Brigida; ha le traveggole e sta male in gambe per essere andato anch’egli alla bettola a vuotare un fiasco ad onore della Befana. Inciampa ne’ cocci del veggio, perde l’equilibrio, stramazza per terra, e si spacca la testa. Il male non è grave, ma lo strepito e gli urli e le disperazioni della Brigida mettono a soqquadro la strada. Poi un litigio tra lei e il marito, e un rimescolamento maggiore nella bambina. Allora la madre è più che mai persuasa che la Liberata sia una strega, che abbia preso a perseguitarla, ed anche prima di fasciare la testa al marito che grondava sangue, si confonde a cercare nella cassa il ramo d’abeto per metterlo sulla soglia dell’uscio.

Alle due dopo mezzanotte si sente gridare: — Al fuoco! al fuoco! Brucia la bottega di Cencio rivenditore. — O ch’egli nella furia di chiuderla avesse spento male il lume o lasciato il veggio col fuoco sempre acceso accanto a’ suoi cenci, o che taluno avesse smorzato una torcia alle bande mezzo imporrate, fatto è che la bottega bruciava davvero. Il merciajo andando a letto tardi, perchè aveva voluto mettere in pari la sua scrittura, sentì il puzzo del fumo e scoperse il fuoco. Avvisò Cencio ed il vicinato, corse a chiamare le guardie del fuoco, dette mano a spengere, vigilò ogni cosa perchè Cencio era sbalordito dal vino e dalla paura; e presto cessò il pericolo, sebbene fosse grande, a motivo del vento che trasportava le faville per tutto.

Il giorno dopo, un visibilio di congetture sulla cagione del bruciamento; ma nessuno ne incolpò gli scompigli e le follìe originate dal baccano della Befana.

La Brigida cominciò a mettere in campo la vecchia Liberata, sospettando che essa sola fosse cagione di tutte queste disgrazie; e già tra parecchie altre donnicciuole si bucinava non so che di fattucchierìe e di stregature. Indi la figliuolina di quella sciagurata madre, per le paure sofferte, per un’indigestione di fave, di confetti e di panforte, s’ammalò, dette addietro in pochi giorni, e morì prima che fosse chiamato il medico a visitarla, e dopo aver preso qualche sciagurato intruglio di donnicciuole o di ciarlatani.

Allora ribollirono i sospetti contro la Liberata; le chiacchiere si moltiplicarono; il vicinato incominciò a vedere di mal occhio, a mortificare, a maltrattare la misera vecchierella, e la faccenda finì al Commissario con piati e precetti e carcerazioni e spese e discordie. Sicchè alla fine la Liberata, sebbene fosse stata difesa e assistita da Gigi merciajo, vedendo che quella non era più aria per lei, con santa rassegnazione lasciò la sua cameruccia e andò a ricoverarsi nell’ospizio dei poveri; ma il merciajo non lasciò di andare a visitarla tutte le domeniche, recandole quando una cosa quando l’altra per conforto della sua tribolata vecchiaja.

Questo medesimo uomo caritatevole e savio, trovato nel suo bilancio del mese un guadagno maggiore del solito, cancellò un debito stantìo del rivenditore che era rimasto brullo[245] pel bruciamento, e gli donò una cinquantina di lire per sostentare la famiglia finchè non si fosse riavuto. Cencio lo ringraziava di tanta carità; ma il merciajo: — Non voglio ringraziamenti — gli disse. — Tu mi devi soltanto promettere di badar meglio a’ fatti tuoi, e soprattutto nella vigilia di Befanìa. —