VI. — Il giorno di Berlingaccio.

— Animo! per oggi facciamo festa. I’ non ne vo’ sapere più nulla della lima; è Berlingaccio, — diceva maestro Simone magnano al suo fattorino di bottega. — È meglio andare sotto gli Ufizj[246] a vedere le maschere. O tu, maestro Carlo — al magnano di faccia, — che cosa fai che non serri ancora la tua bottega?

— Che è festa di precetto?[247]

— No, ma un po’ di svago ci vuole per tutti.

— Questa non la ’ntendo. Dello svago ce ne pigliamo abbastanza le domeniche; e poi mi preme di rimettere il lavoro quando l’ho promesso; e sinchè ho da fare, non smetto io.

— E non vorrai nè anche vedere du’ maschere?

— Non mi par vero che di qui non ne passino. Sono scioccherie che mi fanno rivoltare lo stomaco. Gli uomini ho piacere di vederli in viso io, anche quando si spassano.

— O badate ora che uomo savio, che sputasentenze! Qualche anno fa, quando s’era garzoni assieme, tu non la pensavi così, fratello.

— È meglio metter giudizio una volta che mai. E quando s’ha moglie e figliuoli, mi parrebb’ora di far l’uomo posato.

— Che forse la fo mancare di qualche cosa la me’ famiglia?[248]