— Grazie; ma io non voglio levare questo guadagno a maestro Simone. È andato sotto gli Ufizj, posso mandare a cercarlo.

— Vi par egli? Il principale non può aspettare; domani parte. Animo! Una volta tanto non ci sarà male. Doveva stare a bottega il balordo! Ve lo chiedo proprio in piacere. E se non venite voi, cerco un altro.

— Quand’è così, eccomi a’ vostri comandi. Lavorerò per Simone.

— Va bene. Ma prendete de’ buoni arnesi; le son toppe indiavolate.

— Se vedrò di potervi contentare, starò all’impegno: sennò, vi servirete d’un altro.

— Così parlano i galantuomini; ma chi ha meno pretensione, dà più nel segno.

— Andiamo. Ragazzi, lavorate. Or ora torno. —

Maestro Carlo si comportò da suo pari; lavorò a bottega chiusa fin dopo la mezzanotte; e il banchiere fu tanto contento della sua abilità e della sua esattezza, che volle dargli un bello zecchino. L’avrebbe anche fissato per altri lavori invece di Simone, ed egli rispose: — La scusi, non mi dà l’animo; non voglio levare il pane a nessuno. Se oggi Simone ha avuto la disgrazia di non poterla servire, non sarà così da qui innanzi.

— Hai ragione; mi piace la tua onestà. Ma c’è un forestiero che mi richiede d’un buon magnano per dargli molto lavoro. Gli propongo subito te, perchè sono sicuro di farmene onore.

— Ed io lo servirò meglio che potrò. Grazie tante! —