Il giorno dopo, all’aperta di bottega, maestro Carlo andò a trovare maestro Simone, che era sempre immelensito dal chiasso e dal sonno. — E com’è andata? Ti divertisti tu a tuo modo?
— Lasciami stare! non ho più fiato; e quel che è peggio, mi trovo rasciutta la tasca. Buon per me se jeri t’avessi dato retta! Me ne seguirono d’ogni razza! Che giornataccia! Il figliuolo m’ebbe a rimanere sotto una carrozza; si conciò tutto, e trema sempre dal rimescolamento; ho paura che mi s’ammali. La me’ donna si strappò il vestito nuovo. Io non trovo la via di rimettermi a lavorare. Sarei capace di andarmene a gironi[251] per passar la mattana.
— Vorresti pregiudicarti più che mai? Animo! a ogni cosa v’è il suo rimedio. Coraggio! Una buona settimana di lavoro ripara a tutto. E intanto, vien qua. Lo vedi questo zecchino? È tuo; lo guadagnai jersera per te, lavorando a un banchiere che aveva mandato a cercarti. E’ mi ha promesso il lavoro d’un forestiere, e ci combineremo per farlo a mezzo. —
Maestro Simone gli buttò le braccia al collo; non voleva lo zecchino, ma finalmente lo prese; fece proposito fermo di non mai più abbandonare il lavoro pei passatempi frivoli e dannosi, e fu puntuale con sè stesso.
V. — Un lunedì in Camaldoli.
Il Canarino.
Un lunedì mattina, levatomi presto, passeggiando bel bello, arrivai in Camaldoli. Appena entrato in una via delle più popolose, odo un frastuono di risate, d’urlacci, di batter di mani e di fischi; e vedo ragazzi col loro pezzo di pane sotto il braccio, uomini con gli arnesi del mestiere, donne scapigliate e in ciabatte accorrere ed affollarsi davanti una casa, e bambini e fanciulle alle finestre, e tutti fare un tafferuglio, uno schiamazzo da disgradarne la fiera dell’Impruneta;[252] e guardavano e accennavano un tetto che poteva essere dominato in parte anche dal mezzo della strada. Su quel tetto v’erano una donna e un fanciullo che parevano forsennati, ballonzolando la tarantella. A un tratto anch’io fui mosso alle risa; ma tosto me ne uscì la voglia, pensando al loro pericolo, ed accorgendomi che facevano la caccia ad un povero canarino scappato di gabbia. Le fischiate erano pei loro inutili tentativi di chiapparlo; gli evviva pei voli dell’innocente bestiolina, quasi fosse diventata il Pagliaccio di monsu Guerra,[253] allorchè ad ogni salto mortale,
Dell’attonita gente i magni spirti
Accendeva di bella emulazione,
Ed in mezzo agli applausi iva l’eroe