Egli fu buon padre di famiglia, morigerato e amorevole, e potè con savj portamenti indirizzarla al bene, nello stesso tempo che la moderazione nei desiderj, i risparmj e il coraggio, gli diedero modo di liberarla anche nei giorni calamitosi dalle strettezze del bisogno che suole essere cagione di tanti guai.

Contento sempre del suo umile mestiere, cercò di renderlo anche più onorato esercitandolo onestamente, e lo fece diventare più lucroso con l’assiduità del lavoro. Indi recavasi a vanto d’essere battilano, perchè sapeva quanta parte il lanificio avesse avuto nella potenza e nella celebrità degli antichi Fiorentini. Intorno alla qual cosa inoltre soleva dire che il popolo fiorentino potè edificare la maravigliosa cupola del Duomo quando erano più rispettati i grembiuli e quando facevano meno schifo il puzzo e l’untume della lana. Siccome poi in nessuna cosa volle mai costrignere l’animo altrui, così concesse che il suo stesso figliuolo, non inclinando a questo suo favorito mestiere del battilano, si tirasse su piuttosto per quello del calzolajo.

Ebbe nome Michele; e anche di ciò era lieto per memoria di quel raro uomo di Michele di Lando scardassiere, che nella sollevazione dei Ciompi seppe con senno e prodezza por freno alle angherie dei grandi, governare la plebe tumultuante, rendendo tuttavia ai popolani il potere che era stato loro usurpato, riformare insomma gli ordinamenti della Repubblica, e riprendere poi con modestia lo scamàto[276] e il grembiule del suo mestiere, dopo aver sostenuto gloriosamente il gonfalone della suprema magistratura.

Essendo inoltre il nostro vecchio molto affezionato alla sua patria, soleva raccomandare ai compagni che ciascuno venerasse la bella Firenze coi monumenti della passata grandezza, con le opere dei celebri artefici che la resero gloriosa, con le memorie del senno, del valore e dell’amor di patria del buon popolo antico. Senza andare alle scuole, era venuto a capo, domandando a questo e quello, e leggicchiando a tempo avanzato, d’imparare a conoscere i più notabili avvenimenti della storia fiorentina; ma non si reputava un dottore, e soprattutto diceva di non sapere le date, sebbene intorno ad alcune delle più importanti e’ non sgarrasse[277] nemmeno di un giorno.

Essendo anche molto religioso, gustava la sublime dolcezza delle verità e della carità del Vangelo, e studiandosi di esercitare le virtù cristiane, osservava puntualmente i doveri della sua fede. Talora s’affliggeva, considerando che molti nelle sacre solennità agognavano e pregiavano solamente l’apparenza e lo sfarzo delle cose mondane, e che le frequenti feste e festicciuole divenivano per parecchi oggetto di passatempo, pretesto ad oziare, e occasione ad abbandonarsi all’intemperanza.

Intorno alla qual cosa giovi riferire ciò ch’egli fece un anno per la festa di San Rocco.

I Camaldolesi che tengono in molta venerazione questo santo, sogliono la sera della sua vigilia far luminarie nelle loro strade ai tabernacoli ed alle case, ed imbandire liete cene sull’uscio, facendo strage di maccheroni, e talora chiudendo la veglia con qualche rissa cagionata dai vapori del vino. Due giorni prima che si dovesse apparecchiare questa pia gozzoviglia, morì, per esser caduto di sulla fabbrica dov’ei lavorava, un falegname del vicinato di Michele, giovine onesto e benaffetto a ciascuno, e lasciò desolata e povera la moglie con quattro figliuoli. Michele, deplorando la repentina disgrazia di quella famiglia, — Io, per me, — diceva ad alcuni compagni, — lasciamo stare che le cene non hanno nulla che fare con la divozione a San Rocco, ma non potrò vedere tanta baldoria e tanta allegria, pensando che quei tribolati non hanno più chi li campi. Si fa egli una cosa, fratelli? Ci accordiamo noi a mettere assieme quel tanto che si spenderebbe nei lumi alle finestre e nella cena, per poi donarlo alla vedova? Io non ricuso di pagare la mia tassa pe’ lumi al tabernacolo; ma ogni rimanente a quella povera donna.

— Tu pensi bene — risposero ad una voce i compagni. — Ci stiamo anche noi! — Detto fatto; ne parlarono con le loro mogli che furono tosto del medesimo sentimento; e il partito[278] girando di bocca in bocca andò a genio a tutte le savie famiglie del vicinato, le quali deputarono Michele a raccogliere le caritatevoli offerte per consegnarle alla vedova. Così in quella strada non si videro illuminazioni alle case nè tavole apparecchiate sull’uscio, nè si udirono suoni o canti o schiamazzi di gente allegra. I lumi erano accesi solamente alla immagine del tabernacolo parata con bell’assetto; e le donne e i fanciullini vi recitavano il rosario con divozione consolata e tranquilla. Intanto la povera vedova del falegname, benedicendo con le sue creaturine la buona ispirazione di Michele, sopportava con più coraggio lo spasimo d’aver perduto il marito, e si confortava nel vedere assicurato per molti giorni il campamento della famiglia.

Michele non apparteneva ad altre confraternite fuorchè a quella dei Battilani, nella quale si onora sempre la memoria di Michele di Lando, e dove, tra gli statuti delle antiche corporazioni d’arti e mestieri, si mantengono in vigore soltanto quelli che si riferiscono alla scambievole assistenza dei mestieranti malati e impoveriti. Del resto, e’ non approvava che tra fratelli e fratelli si vedessero introdotte quasi in nome della religione certe distinzioni contrarie all’eguaglianza evangelica, e suscitare ambizioni e promovere spese e dissidj per cagioni tutte mondane.

I suoi compagni lo chiamavano per soprannome lo Sveglia, perchè avendo egli avuto fino da giovinetto una particolare avversione al soverchio dormire, non solamente era sempre il primo a svegliarsi nel vicinato ed a comparire a bottega, ma faceva anche da svegliatore agli amici, che desideravano d’imitare la sua sollecitudine: quasi ogni giorno, prima d’essere in sul lavoro, aveva già destato per via sette o otto artigiani, proferendo ad alta voce il suo favorito proverbio: «Chi dorme non piglia pesci!» Talora biasimando il troppo dormire, toccava anche alcuni altri difetti che ne dipendono o che lo fomentano, e ribadiva i suoi avvertimenti con molti esempj, quando gli pareva ch’e’ quadrassero bene. Alla poltronaggine attribuiva, non senza ragione, un visibilio di guai. — Dal mangiare o dal bere con intemperanza — diceva egli — nasce di necessità il bisogno di dormire un po’ troppo e il pericolo d’ammalarsi; ed ecco una cagione di spese gravose e di disastri, perchè l’intemperanza divora tutto il salario, il dormire accorcia il tempo del lavorare e diminuisce la voglia, e una malattia può essere la rovina delle nostre famiglie. E poi, chi più dorme più vorrebbe dormire, e fa la testa grossa, e si trova indebolite tutte le membra; e l’uomo sonnolento o sbalordito guasta spesso i fatti suoi, e trova chi gli dà ad intendere o gli fa fare tutto quel male che vuole. E badate, dove molti dormono c’è sempre qualcheduno che veglia: uno che vegli con buone intenzioni può giovare a sè ed agli altri; ma vi potrebbe anch’essere chi vegliasse per nuocere ai dormiglioni. Oh se sapeste quanti rimasero mortificati, o perdettero una buona ventura, o si ritrovarono senza letto, per aver troppo dormito! — E qui narrava delle sconfitte toccate di nottetempo ai Filistei dopo la gozzoviglia, del Campidoglio romano che sarebbe caduto nelle mani dei Galli se le oche non ne avessero svegliate le guardie; di Pisa che era per essere saccheggiata e arsa nel sonno dai Saracini, se non fossero state le grida e il valore di Cinzica de’ Sismondi.... aggiungendo che non per tutto vi sono le oche pronte a sventare con lo schiamazzo le insidie dei nemici, e che una Cinzica de’ Sismondi sarebbe cosa troppo rara al dì d’oggi. I sogni poi che si affacciano tanto spesso a turbare il sonno dell’intemperante e dell’infingardo, o a sedurre la fantasia del giocatore, non sono le più volte cagione di grandi mali?...