Sebbene i suoi ragionamenti su questo e sugli altri difetti ch’egli prendeva di mira, fossero in sostanza molto rozzi e comuni, tuttavia e’ li faceva con tanta vivacità e amorevolezza, che ai suoi uditori andavano molto a genio, e producevano spesso qualche buono effetto. Inoltre, ponendosi a tassare le azioni degli uomini, egli sfuggiva sempre di mordere questo o quello, e non portava mai sè medesimo per esempio; laonde non veniva in fastidio a nessuno: e soprattutto quando era fuori di casa sua, bisognava proprio levargli le parole di bocca; altrimenti non avrebbe osato di far la predica a chicchessia. E queste e le cose che seguono sono state narrate con tenera riconoscenza da coloro a cui giovò molto l’averle udite proprio dalla sua bocca.
Tra i buoni costumi ch’egli massimamente raccomandava ai Camaldolesi era la nettezza della casa e della persona. — Perchè siete poveri, — diceva loro, — vo’ credete di non potere stare puliti? Ma questo è uno sbaglio grosso: anzi la pulizia che sta bene in tutti, è necessaria quanto il pane per noi; starei per dire che l’è la nostra ricchezza. Non crediate che per farsi vedere puliti vi sia bisogno della giubba di panno fine e del fazzoletto di seta; ma la camicia, chi è quello che non la può mettere spesso in bucato? E l’acqua per lavare non manca mai. È meglio andare in maniche di camicia ed averla anche rattoppata ma linda, che nascondere con un fronzolo le vesti sudice e strambellate. Tutti vi diranno che la pulizia giova molto a mantenerci sani; e tutti abbiamo potuto vedere che le malattie contagiose hanno sperperato più gente dove i poveri si cibavano male e stavano sudici, che dove erano frugali e puliti. Vo’ mi dite che ai poveri manca il tempo di ripulirsi: ed io vedo che per l’appunto i più sudici sono quelli che stanno più in ozio; e posso dirvi che anzi la pulizia è un risparmio di tempo. Una buona tessitora ebbe da incannare per cinque o sei mesi di séguito, e intanto il telajo rimase fermo. Il suo marito le diceva spesso; dagli una spolverata a quel telajo; riguardalo di quando in quando. — Oh! — rispondeva la moglie, — ho altro tempo da perdere! Mi preme d’incannare.... — e via discorrendo. Venne il giorno d’andare a tessere: era un lavoro di soggezione e di furia. Prima d’avere spolverato il telajo ci vollero molte ore; e qui mancava una cosa, e là un’altra; i licci e il pettine erano sciupati, e bisognò che spendesse per far rifare alcuni pezzi; e la tela veniva disunita ed a stento. Il marito rimproverò la malaccorta: nacque un litigio; ed ecco turbata la pace di casa, un’arrabbiatura da ammalarsi, e un lavoro da scomparire e da perdere la buona riputazione, che aveva, di tessitora abile e diligente. V’è chi dice che la biancheria si logori troppo a lavarla spesso: ed io vi farei vedere che il sudiciume mangia la roba più che il ranno o il sapone; mangia perfino la pelle, perchè quante sono le malattie cutanee cagionate o alimentate dal sudiciume, e che spesso deformano il corpo di chi le ha sofferte! E poi un povero che almeno faccia di tutto per mantenersi pulito, trova più compatimento e più fiducia nelle persone caritatevoli che possono assisterlo, dandogli del lavoro o adoperandolo in qualche servigio.
Sebbene non fosse ricco, Michele si trovava spesso a fare qualche elemosina, ma segretamente, ed elemosine da suo pari: un pane comperato con quei po’ di soldi che avrebbero dovuto servire pel suo companatico: un vestito usato; un pajo di giornate di lavoro per un padre di famiglia malato, affinchè il principale che aveva le furie non avesse a prendere un altro lavorante invece di quello; qualche povero senza tetto ricoverato per varj giorni in casa sua; e via discorrendo.
Una volta gli fu chiesta in prestito da un amico una sommerella per pagare la pigione: altrimenti il padrone di casa, usurajo matricolato, lo minacciava di cacciarlo fuori o di sequestrargli i letti; e la povera madre di quest’amico era inferma! Michele che appunto aveva messo in serbo certi denari per portarli nella Cassa di risparmio, glieli prestò subito; e l’amico fu puntuale a restituirgli il giorno fissato. Ma considerando il buon vecchio la povertà di colui per la grave malattia della madre, volle dargli altro tempo e più lungo per la restituzione: e quei denari furono una manna, perchè il figliuolo non ebbe il dolore di mandare allo spedale colei che gli aveva dato la vita.
Ad un altro fece lo stesso; ma siccome sapeva che in casa sua non v’erano disgrazie di malattie, e che sarebbe stata a proposito un po’ più di regola nello spendere, con molta delicatezza fece cadere il discorso sopra il risparmio.
— Vo’ dite bene — rispondeva l’amico; — ma che cosa dobbiamo risparmiare noialtri poveri, che non abbiamo nulla, e quando il guadagno appena ci basta per levarci la fame? — E Michele soggiungeva:
— Pensaci bene, e vedrai che alcune spese sono inutili, o che si potrebbero fare con più giudizio, e che talora si sciupa il tempo, e questa è l’uscita più rovinosa. Chi ci obbliga, per esempio, a spendere le craziuole in certe golaggini, che costano più del pane, che non sfamano come quello, e che spesso riescono dannose alla salute? Così dei liquori, così dei ninnoli che ci si mettono attorno per fare spocchia, così dei divertimenti che costano e che fanno sempre venire nuove tentazioni; e quanti vi sono che non lavorano il lunedì, che per ogni festicciuola si danno buon tempo all’osteria e poi fanno stentare il pane alla famiglia per tentar la fortuna, sperando di poter rimediare alla loro miseria con una vincita che non viene mai, o se viene, è quasi sempre cagione di un precipizio maggiore! — L’amico gli diede retta; incominciò a serbare una parte del denaro donatogli da Michele, e le cose gli andarono meglio di prima. Nello stesso modo che una voglia tira l’altra, così il resistere alla prima tentazione ci dà la forza di scacciare anche la seconda.
Un’altra volta rintoppò[279] un suo parente tutto sgomento: il suo figliuolo cadendo si era spaccato la testa, ed egli dopo la paura aveva dovuto spendere per farlo medicare.
— Me ne dispiace davvero! — rispose Michele — povero ragazzo! O come mai gli è seguita questa disgrazia?
— Che cosa volete? — riprese l’altro — è un monello; e’ le caverebbe di mano a un santo: i’ lo rincorrevo per picchiarlo, e fuggendo ha inciampato in una seggiola.... Dio mio! credevo che fosse rimasto sul tiro. —