Michele si recò a visitare il fanciullo, ed a confortare i suoi genitori; e quando quel ragazzo fu guarito, un giorno di domenica andò a spasso con suo padre. Allora, tornando sul fatto della caduta del figliuolo, si provò a fargli capire quanto stesse male percuotere i fanciulli, mostrandogli con evidenza che in quel modo invece di correggerli si va a rischio di farli diventare peggiori, di perdere il loro affetto, e d’indebolire l’autorità continua e tranquilla che un padre deve avere sopra di essi. Oggi e’ ricoprirà di baci il figliuolo, gli concederà tutto quello che vuole, lo condurrà seco Dio sa dove, e domani, se è di cattivo umore, o se il fanciullo s’imbizzarrisce per una cosa di poco, ecco in ballo le busse.

Il parente, il quale aveva da farsi molti rimproveri, dovè convenire che qualche volta i falli dei ragazzetti possono dipendere dai disordini e dalle imprudenze dei genitori, e che perciò il batterli sta tanto più male, in quanto che alla crudeltà s’unisce l’ingiustizia. In sostanza quel padre a poco a poco potè moderarsi, diventò più cauto nelle proprie azioni, e fu in tempo a rimettere sulla buona strada il figliuolo. Appunto in quei giorni si narrava di un giovinetto, che fuggendo dalla casa paterna per essere stato battuto dal genitore, s’era intruppato con alcuni discoli, e arrestato insieme con essi e creduto complice delle loro mariuolerie, gli era toccato a vedersi rinchiudere in una carcere e a soggiacere a un processo. Il padre pel rammarico e pel dolore fu còlto da una fiera malattia, e il figliuolo si perdette la bottega dov’era garzone. Così quello fu punito del modo bestiale di correggere il suo figliuolo, questi pagò anche troppo cara la pena di una colpevole disobbedienza. Chi lo sa? se avessero avuto per amico Michele, non si sarebbero ritrovati a quelle disgrazie.

Michele parlando ora con questa ora con quella camaldolese, aveva più volte biasimato l’usanza di correre senza ragionevole bisogno ad impegnare la loro robicciuola al Presto.[280] E’ lodava l’istituzione di questo Presto, perchè derivata dal desiderio di soccorrere i poveri nelle loro strettezze, ma siccome il cattivo uso o l’abuso delle cose buone è sempre nocivo, egli ammoniva gli amici a non far pegni per andar poi a gozzovigliare con quei po’ di soldi nelle osterie i giorni di festa; gli dispiaceva di vedere tanti poveri sconsigliati che impegnando mantelli, coltroni, materasse e perfino le camice per godersi un’ora di lauta mensa, andavano a rischio di tremare di freddo tutto un inverno, di guastarsi la salute, di perdere le cose impegnate e di spendere il doppio di quello che costavano per ricomprarle; deplorava i dissapori e le discordie che nascono in molte famiglie dopo il pentimento e dopo i rimproveri, rammentava che nella folla alla porta del Presto nascono spesso gravi inconvenienti e risse e inimicizie e scandali senza fine, e che tra l’andare a portare il pegno e a ricoglierlo, molte donne sciupano due o tre giornate di lavoro; mentrechè se invece le stessero a casa a telajo, potrebbero conservare la loro roba, e guadagnare nel tempo stesso quel tanto che ricevono in prestito sul piccolo valsente della roba impegnata. Ma questa e molte altre ragioni, menate buone in altri tempi, poco valevano alla vigilia d’una solennità. Una volta corse la voce in Camaldoli che per non so quale straordinaria occasione i piccoli pegni sarebbero stati resi senza riscatto. Allora sì, che in tutti venne voglia d’impegnare a ruba! Ma il nostro Michele che sapeva di buon luogo quella voce altro non essere spesse volte che una congettura poco fondata, non volle stare zitto, e uscì fuori, e parlò allora a voce alta a un buon numero di donne qua e là radunate e in procinto d’andare al Presto. Ma per quanto si affaticasse, poche furono quelle che gli dessero ascolto. La folla ai Monti di Pietà fu senza esempio; bisognò mettervi le sentinelle per tenerla a freno, e nonostante accaddero varie disgrazie, e furono fatti parecchi arresti. Una donna gravida, che più delle altre s’era fatto beffe dei buoni avvertimenti di Michele, caduta e calpestata nel tafferuglio, abortì, dovè patire una malattia lunga e dispendiosa, e poco mancò non morisse; e una madre di famiglia che s’era trattenuta al Presto tutta la giornata e aveva dato in custodia i suoi piccini a una donnicciuola dappoco, trovò che uno di essi era caduto boccone sul focolare, e s’era sciupato la faccia e gli occhi, in modo da far temere ch’ei ne perdesse la vista. E finalmente, secondo che Michele aveva preveduto, la speranza della restituzione gratuita dei pegni svanì per l’affatto. Allora in Camaldoli incominciarono a chiamarlo indovino e profeta; ed egli durò molta fatica a levar di capo agli sciocchi questo pregiudizio, studiandosi di far loro capire che molti avvenimenti si possono prevedere con l’ajuto della riflessione e con l’esperienza dei fatti che gli hanno preceduti.

Confortando un tale che era rimasto deluso in certe sue spallate speranze d’ottenere una gran fortuna per mezzo di protezione, diceva: — Così è, figliuol mio: noialtri poveri dobbiamo meno di tutti prestar fede alle seducenti promesse d’arricchire senza onesta fatica. Sta bene che si desiderino e che si accettino volentieri le assistenze e le carità delle quali possiamo aver bisogno; che si benedicano coloro che studiano il modo di migliorare il nostro stato; che ci rendiamo meritevoli di queste premure con la virtù e con la riconoscenza; ma intanto facciamo sempre dal canto nostro quel che è da noi per assicurarci il campamento con le fatiche moderate ed oneste. Finchè siamo sani e robusti facciamo capitale dei guadagni dell’onorata industria, e quando chi ha voglia e capacità di lavorare non può certamente morire di fame, contentiamoci di far la parte che ci tocca, e lasciamo che la carità degli altri soccorra chi non ha modo di vivere con le proprie braccia. Figliuolo mio, è meglio mangiare pane e cipolla a casa nostra, in santa pace, con la famiglia, dopo aver lavorato quanto permettono le nostre forze, che arrovellarci a correre dietro alle fallaci promesse della fortuna per poi vivere in ozio o nutrirci di cibi più delicati o coprire il nostro corpo di vesti più belle. Se potremo un giorno condurre vita più agiata mercè i nostri guadagni e i nostri risparmi, sta bene; se no, abbiamo noi bisogno di lavorare? lavoriamo volentieri, e Dio, che è imparziale con tutti, benedirà le nostre fatiche. Inoltre le fortune che vengono all’improvviso non sempre sono fatte per noi: di rado le giovano a coloro che hanno più confidenza con la ricchezza; noi poi che non ci siamo avvezzi, corriamo rischio di rimanerne imbarazzati e di perdere la pace dell’anima e l’illibatezza dei costumi. — E siccome talora oltre agli esempj e’ soleva uscir fuori con certe sue favole e paragoni, a somiglianza d’Esopo, così prese a dire all’amico:

— E’ si conta che il Leone, eletto signore degli animali volle avere numerosa comitiva di costoro intorno alla sua tana, e ne chiamò a sè da ogni parte, facendoli mettere su con molte belle promesse di gozzoviglie, di sollazzi e di ricompense. Infatti a’ primi che vi corsero in folla, parve quello il paese della cuccagna, perchè senza durare una fatica al mondo vi trovarono grasse pasture, abbondanti ricolte e la bellezza di ogni sorta di carnagione. Vi giunse anche la volpe ma accortasi la tristarella che messer lo Leone in tanta sopravvegnenza di convitati non aveva grande scrupolo ad imbandire le vivande coi loro medesimi quarti, avrebbe subito ripreso la via tra le gambe per tornarsene indietro, se non le fosse stato dato l’ufficio di tenere i conti al siniscalco, con un buon salvacondotto per la sua pelle. Intanto l’Asino, che presiedeva l’assemblea, fattane un dì la rassegna generale, vide che vi mancava il Castoro; e prima che il Leone s’avesse a sdegnare del suo indugio, andò subito ad invitarlo con larghe promesse e con squisite carezze, perchè gli era stato detto che qualche volta e’ faceva l’indiano e lo smorfioso. Infatti il Castoro che se ne stava tutto in faccende per certa fabbrica di una casa, in sulle prime non voleva dar retta a questa chiamata; ma finalmente mosso dai ragli eloquenti e dalle svenevoli moine dell’Asino, si risciacquò ben bene la coda, che era tutta imbrattata di mota, e venne alla tana del Leone. Quivi, imbrancato con le altre bestie, le quali tutto dì se ne stavano senza far nulla, vagolando qua e là, lisciandosi la pelle, spiattellando strambottoli, mormorando senza carità del prossimo e mangiando a ufo, presto quella vita gli venne a noia, e l’uggia l’avrebbe fatto morire tisico in poco d’ora, se non che, adocchiato un torrente vicino alla caverna, si trasse alla sponda di quello, e posesi addirittura a lavorare ai fondamenti di una casupola. A prima vista non raccapezzarono i compagni che cosa volesse fare, e si pensarono che quello fosse un nuovo trastullo, una buffonata di nuovo conio; ma quando l’Asino e gli altri conobbero ch’e’ faceva davvero, senza mettere tempo in mezzo corsero a rampognarlo, urlando non essere lecito ch’ei si sporcasse in quel lavoro triviale al cospetto del Leone e di tutta la bestiale assemblea. Il povero Castoro ebbe un bel dire ch’egli credeva anzi di fare onore a sè ed alla razza, mostrando la sua abilità, invece di sdarsi come gli altri dalla mattina alla sera, o di mettersi a dir corna dì questo e quello: allora non solamente gli convenne abbandonare l’incominciato lavoro, ma scorbacchiato in mezzo agl’insulti di tante bestie, perdè la vita sotto i calci dell’Asino, perchè aveva avuto la temerità di rispondergli ragionando. —

Figuratevi se Michele con questi sentimenti poteva compatire quelli sciagurati, che avrebbero sanità e robustezza per l’esercizio d’un mestiere, ma che invece di lavorare si buttano a far gli accattoni, senza esservi ridotti dalla disgrazia! Un giorno che tra’ suoi uditori v’era uno di costoro, dopo aver deplorato un difetto tanto biasimevole, recitò questa specie di parabola:

— Era di verno, e il freddo repente assiderava le membra. Tre accattoni che non erano nè ciechi, nè vecchi, nè storpiati, ma solamente per mancanza di voglia di lavorare non avevano arte nè parte, se ne stavano oziando in sulla porta di una chiesa, a battere i denti e a mormorare contro la Provvidenza, che negava loro un tetto per ricoverarsi dai rigori della stagione. Passa un carro di paglia: uno di essi lo adocchia, e ratto va dietro a sfilarne un covone ben grosso, e se lo porta via per goderselo da sè solo. Ma i compagni, garosi[281] di spartire la preda, gli corrono addosso, e uno di qua uno di là acciuffano il covone, e fanno a tira tira per carpirglielo. Era meschina cosa un covone di paglia; ma l’astio dei mascalzoni s’infiammò tanto, che convertitosi in aspra contesa vennero alle percosse. In questo mentre si levò un turbine di vento, e la paglia tritata da quelle mani rapaci fu dispersa in un attimo, e le mani rapaci restarono vuote. Allora, posto giù lo sdegno, il primo esclamò:

— O s’io l’avessi compra?

— Chi te l’avrebbe tocca? — disse il secondo: — la roba rubata non fa frutto, tu lo sai.

— Lo sappiamo tutti e tre — soggiunse l’altro con aria d’amaro rimprovero.