«Ma siccome l’uomo non è perfetto, così egli non può godere di una felicità senza limiti. L’uomo ha bisogno di occuparsi, di migliorare sempre sè stesso e le cose sue, e di superare i pericoli ai quali è esposto. Se si ritrovasse ad essere felice senza niuna fatica, correrebbe rischio di diventare fiacco, vile, egoista ed avaro; ma nel compiere costantemente il proprio dovere, l’anima si nobilita e ringagliardisce. Il pretendere d’essere felici come gli Angeli, è una pazzia; nello stesso modo che sarebbe delitto ridurci a vivere come bruti. Restiamo volentieri nella condizione d’uomini, e in essa troveremo la felicità che ci spetta. Quindi non ci affliggiamo d’esser privi di quelle cose che non possiamo avere. Alla fine, del bene ve n’è per tutti. Un povero pastore non ha idea delle comodità dei ricchi; ma e’ possiede le sue proprie, delle quali i ricchi non goderanno giammai. Lasciamo stare se sia meglio esser nato pastore che uomo ricco, giacchè ambedue possono esser felici a modo loro; ma intanto è cosa certa che il pastore potrà arrivare alla felicità più presto del ricco, e che l’uno è meno esposto ai gravi pericoli e agli strani precipizj dell’altro. Siccome Iddio non ha voluto che la felicità sia solamente privilegio di pochi, perciò per esser felici non è necessario possedere le ricchezze e nascere in alto stato. Il bene non consiste in queste cose. Anch’esse possono procacciarlo, ma ad una condizione rigorosa; ed è quella di non lasciarsi sedurre dall’oro o dal potere; di saperne fare buon uso, e di moderare i desiderj: cosa difficile, perchè la ricchezza e il potere hanno attrattive molto pericolose sugli uomini, e diventano tribolazione e miseria per chi li vuole acquistare con modi poco onesti, per chi si crede di doverli possedere a preferenza degli altri, o per chi non se ne sa approfittare a vantaggio del prossimo. Si pena poco a voler troppo, a scordarsi degli altri, a incorrere nelle disgrazie dalle quali è salvo chi vive nella mediocrità, chi nasce oscuro, chi non si lascia rodere l’anima dall’invidia; e le cadute dei grandi sono più micidiali perchè sono fatte dall’alto.»
— Vero, verissimo! — esclamò Santi. — Mi ricordo io d’aver fatto gli scarpini da Corte ad uno che ora ha un dicatti di scantonare i chiassuoli. E allora faceva il gallo[287] con tutti; aveva sotto di sè un visibilio di gente, e comandava a bacchetta; e guai a chi avesse avuto che dire con lui! e’ ne fece anche a me di quelle.... Basta, se ora m’intoppa, fa il viso rosso.
— E tu voltati; o soccorrilo se ti chiede misericordia, — interruppe Michele, — o compiangilo; e fa’ ch’ei non s’accorga d’essere riconosciuto da chi può farlo arrossire: se è reo, lascia che lo giudichi Iddio; e pensa che se tu fossi stato nei suoi piedi, potresti aver fatto anche peggio. Ringrazia piuttosto il Cielo che non corri pericolo di patire umiliazioni così dolorose.
— Avete ragione, — riprese Santi tutto commosso; — fece compassione anche a me, quando lo vidi la prima volta. Mi pentii d’averlo guardato dall’alto in basso; non avevo mai avuto una giornata così malinconica come quella.
— E tu a che cosa pensi? — scuotendo Andrea che se ne stava a capo basso, e pareva immerso in profondi pensieri.
— Io, — disse Andrea, — io mi lambicco il cervello per trovare cosa vi vuole ad esser felici.
— Dimmi, Andrea, — soggiunse Michele, — quando sei proprio contento di te stesso, ti par egli allora d’esser felice?
— Sì; ma che si può esser sempre contento? E poi, chi sa quali sono per l’appunto le cose che ci possono fare stare più contenti?
Michele. Quando hai fatto il tuo dovere, per esempio, sei tu contento?
Andrea. Sì; ma non ci potrebbe essere qualche cosa che mi rendesse più contento che mai?