I fatti lacrimevoli che qui troverai narrati, o lettore, avvennero a tempo della tremenda rivoluzione, che scosse la Francia e l’Europa sul cadere del secolo scorso; di quella rivoluzione così detta dell’89, terrore tanto dei despoti che dei popoli; segnalata da atrocità inaudite e da virtù e da prove di valore talvolta sublimi: lodata troppo e troppo biasimata tanto da coloro che nelle rivoluzioni altro non vedono che la occasione di soddisfare passioni sfrenate o malvage, quanto da coloro che le credono sempre ordite da cospiratori e da pochi faziosi, nè sanno persuadersi che per lo più i governi stessi coi loro errori le preparano, e le fanno essere inevitabili.

Perchè, tu dirai forse, avendo volontà di scrivere un racconto, perchè scegliere argomento così malinconico, e risvegliare memorie sì luttuose? Non basta che la storia registri le calamità di quel tempo? Che cosa occorre andar frugando nei remoti angoli d’una provincia per ricordare dolori e lacrime ormai ignorate da lungo tempo?

Io risponderò, cortese lettore, che la intenzione è manifesta nel titolo, e che io la credo buona, e perciò ho dato in luce lo scritto. Imperocchè le rivoluzioni essendo più o meno inevitabili in tutti i popoli fino a che ogni specie di dispotismo non sarà abolita sopra la terra, fino a che tra gli uomini sussisteranno diseguaglianze derivanti da ingiusti privilegi e da iniqua usurpazione; così la esperienza del passato è sempre utile pel presente e pel futuro; e appunto le lezioni della storia devono principalmente conferire a minorare, quant’è possibile, gli errori, i disordini, gli eccessi purtroppo inseparabili da qualunque violenta mutazione nel reggimento dei popoli. Quindi ciascuno può trovar da imparare qualche cosa, non solo nelle gesta luminose di un uomo grande, ma anche nelle avventure d’un oscuro e povero cittadino, il nome del quale non comparirà mai nella storia.


La Vandea,[291] come a tutti è noto, fu la provincia che nel tempo della rivoluzione fece i maggiori sforzi pel sostegno della monarchia borbonica. Ivi le passioni della fazione realista, spingendo gli uomini qualche volta all’eroismo e più spesso alla ferocia, giunsero a terribili eccessi, e fecero versare invano molte lacrime e molto sangue, invano oltraggiarono la natura, per difendere e conservare un ordine di cose divenuto impossibile per colpa di quei medesimi che presumevano di poterlo perpetuare.

In quel paese viveva a Fontenay una povera vedova in compagnia del suo unico figliuolo, onesto giovine e abile artigiano. Ambedue erano amati dai loro vicini, e godevano la stima dell’universale, non tanto pei loro buoni costumi e pel tenero affetto che si volevano, quanto perchè erano esemplari nella religione, vivendo da veri cristiani.

Il figliuolo si chiamava Carlo, ed era di natura sua molto riflessivo, taciturno, timido, poco proclive ad affiatarsi con gli altri, e quasi privo di quello spirito pronto e vivace che suole sovrabbondare nei Francesi. Questa singolarità di carattere, finchè si trattava di tempi ordinarj, non aveva dato nell’occhio. D’altronde egli non era mai comparso nè sgarbato, nè orgoglioso, nè di cattivo cuore; anzi i conoscenti lo avevano esperimentato d’animo cortese, generoso, modesto, pieno di carità del prossimo, non a parole ma a fatti. S’era egli dato il caso di qualche incendio? Carlo aveva esposto pel primo la sua vita in soccorso di quella degli altri; ma se volevate i particolari del fatto, e in specie delle prove di coraggio date da lui, inutilmente a lui stesso vi sareste rivolto.

In tempi nei quali le passioni faziose imperversano, la originalità, qualunque ella siasi, ancorchè tutta generativa di bene, fa spicco, e chi non la può volgere ai suoi fini, si trova tentato a interpretarla malignamente. Sicchè quando il paese incominciò ad essere sommosso dalla controrivoluzione, o, come ora si dice, dalla reazione, i compaesani di Carlo, scordando affatto le sue buone qualità e i suoi meriti, posero mente soltanto alla sua ritiratezza e alla taciturnità che fin quasi dalla nascita aveva mostrato; e parendo loro di vedervi non so che di misterioso, senz’altro lo giudicarono avverso alla parte colà prevalente, e lo fecero segno a strani e formidabili sospetti. Così la politica ha ed avrà sempre, come gli ebbe l’inquisizione, le sue torture e i suoi roghi, sì pei colpevoli che per gl’innocenti.

Quanto più la rivoluzione si stendeva, tanto più crescevano i sospetti dei paurosi contro le supposte intenzioni segrete di Carlo. E poichè da lui, come suol dirsi, non v’era da ricavare un numero, e niuno vi fu che osasse francamente domandargli com’ei la pensava; così i più zelanti si posero attorno a sua madre, sperando forse di conoscere per tal via l’animo del figliuolo. E tra questi fu il suo confessore, il quale stimò di non doverle nascondere le apprensioni del paese sul conto di Carlo; e con affettuosa premura la esortava ad usare la sua dolce autorità materna, dal buon giovine esemplarmente rispettata, per farlo ravvedere, come ei diceva, e per distoglierlo da qualche orrendo tentativo. — Nè ve ne accorgete? Carlo sta a sè anche più di prima: ora come ora tanta indifferenza può esser studiata affettazione; e se con qualcuno s’affiata, lo fa appunto con quei tre o quattro giovani che si sono manifestati partigiani della repubblica, e che il paese tiene per nemici della patria. Or si può dunque ragionevolmente dubitare ch’ei mediti qualche serio fatto, ch’ei si sia lasciato indurre a entrare in qualche iniqua cospirazione. Se fosse vero, esortatelo a ravvedersi: tocca a voi; ne va della vostra coscienza; ricordatevi che è vostro figliuolo. Io ve lo dico pel bene di tutti e due. —

Queste parole, queste paure cagionavano afflizione e sgomento alla tenera madre. Essa non aveva veduto la menoma variazione nel contegno del figliuolo, perchè infatti niuna variazione era avvenuta; ma a forza di udirne discorrere, e poi anche da persone autorevoli, incominciò a dubitare anch’essa che qualche cosa di vero vi dovesse essere, e mosse a Carlo alcune domande timide e incerte, e gli fece ammonizioni piene d’affettuosa trepidazione.