Così l’orologiaro, seguendo il consiglio del venerando vecchio, andò quasi inosservato a Bourbon, dove altre volte recato si era o d’ordine del suo principale a riportare qualche lavoro, od anche di sua volontà, per le proprie faccende. Dispiacevagli all’estremo di dover fare quel passo; ma riconobbe che in tutti i modi era il miglior partito a cui potesse appigliarsi in tal frangente; e ne ebbe presto chiara riprova per le notizie che gli pervennero intorno ai giudizi che di lui erano stati formati. La strana risoluzione di sua madre gli fece por mente a cose delle quali prima sdegnava affatto prendersi alcun pensiero; e allora conobbe purtroppo che molti per effetto di opinioni l’odiavano, e che il minimo risentimento ch’egli avesse dimostrato sarebbe stato cagione di uno di quelli scandali, di uno di quei pericoli, contro i quali anche la più accurata prudenza, anche il maggior possibile coraggio, di rado hanno schermo.
Intanto il sacerdote, andato subito in cerca di sua madre, parlandole con tenerezza in nome dell’afflitto figliuolo, in nome della religione che deve riunire non separare le creature di Dio, fossero anche colpevoli di quelli errori a cui la fragilità umana è soggetta, tanto più poi quando la opinione di tali errori può essere falsa o almeno precipitata, le toccò il cuore; e tanta era appo tutti la di lui autorità di virtuosi costumi e di cristiana sapienza, che ella si lasciò indurre a tornare a casa e ad accettare dal sacerdote il bisognevole pel proprio campamento; usando egli peraltro la cautela di non le dire subito di dove provenisse, per timore che lo scrupolo malaugurato si risvegliasse, e non la spingesse a ricusare quell’offerta che era in sostanza la più accettabile e doverosa.
Carlo s’era rivolto in Bourbon a un ricco orologiaro che ben conosceva la sua abilità e la sua onestà, e ottenne facilmente lavoro; e preferì di farlo a casa in una stanzuccia terrena presa a dozzina per dormirvi, volendo così sfuggire di dar nell’occhio, e più che altro bramando la libertà di sfogare inosservato la sua afflizione.
Quando egli ebbe preso la risoluzione di ritirarsi per qualche tempo da Fontenay, alcuni suoi amici, che erano caduti in sospetto pressochè come lui, vedendosi soprastare non meno gravi pericoli e avendo in molta estimazione il suo senno, risolsero di seguirlo; ma non incontrarono subito egual fortuna, poichè mancò lavoro per essi, e doverono qualche po’ di tempo vivere a spese di lui. Il che non potendo, per giusto sentimento della propria dignità, sopportare, gli proposero di andare tutti insieme alla capitale, dove, a parer loro, doveva esser facile trovare da allogarsi tutti in qualche officina, e dove si figuravano che sarebbero stati più sicuri: perchè, dicevano, a Parigi la rivoluzione trionfa, e non può essere a meno che si sostenga, dacchè è nata per cagione del governo medesimo, il quale non ha mantenuto quello che aveva promesso; e il governo sleale è già caduto, nè si vede che ormai i suoi fautori abbiano più forza di ristorarlo. Noi dunque staremo con la parte che ha più ragione.... Ma Carlo, che per onesti riguardi era alieno dall’abbandonare senza assoluto bisogno il suo paese, e che giudicava poter servire per tutto la patria nel caso che essa chiamasse anche lui, ricusava d’unirsi a loro; e udendoli ragionare di parti ne mostrò dispetto, e persistè più che mai nel rifiuto, troncando ogni loro insistenza con queste parole: — Io amo la patria, e non farò altro che quello che un buon Francese dee fare. — Nientedimeno essi presero in mala parte la negativa e queste parole, e la loro scontentezza giunse a tal segno, che, dimenticata la stima avuta per lui fino allora, la fiducia ch’ei meritava e il soccorso ricevutone, convertirono l’amicizia in odio, e se ne andarono, dicendogli: — Ah! ti abbiamo conosciuto; anche tu sei un realista. Ci pareva una cosa.... ma t’è caduta la maschera. Resta, resta pure a Bourbon-Vendée, che è proprio paese fatto pe’ pari tuoi. —
Egli compassionando la cecità degli sconsigliati, continuò tranquillamente il suo lavoro; e già era passato parecchio tempo che accudendovi con indefessa fatica era pervenuto a guadagnare assai bene, da poter assistere anche con maggior larghezza di prima sua madre.
Ma questa era soddisfazione troppo leggiera a confronto del dolore di vedersene separato; e quando, per le premure del confessore, era, forse più ch’egli non si aspettasse, vicino il giorno in cui o a Bourbon od anche a Fontenay se le sarebbe potuto riunire, il forte patema d’animo, covato per tanto tempo, gli cagionò una malattia pericolosa.
Il suo confessore vedendosi mancare per molto tempo le notizie che soleva regolarmente riceverne, dubitò di quello che veramente era, e corse a trovarlo. Il povero giovine con la speranza di guarir presto, non gli aveva in sul principio fatto saper nulla, per non metterlo in pensiero. Quando avrebbe voluto avvisarlo, non poteva a cagione del male aumentato a dismisura. La vecchia portinaia di quella casa lo assisteva con amore, ma i doveri del suo impiego e la vecchiaja impedivano che l’assistenza fosse quale il bisogno chiedeva. Il sacerdote giunse in tempo per provvedervi; chè se il malato gli parve grave, pur nonostante, per la esperienza che di tali cose aveva fatta, giudicò che potesse guarire, e che fosse per essere più efficace la cura del morale che quella del fisico. La sola sua presenza, quando Carlo lo riconobbe, lo aveva fatto alquanto riavere da un abbattimento che a primo aspetto sarebbesi creduto letargo mortale; e viepiù lo rianimò col palesargli di mano in mano le buone disposizioni della madre, con usare, nell’esortarlo a farsi coraggio, quei modi così pietosi, così soavi e persuasivi, nei quali non era chi lo agguagliasse.
Indi, per buona sorte, abitava il primo piano di quella casa, una vedova, donna ragguardevole pei suoi egregi costumi, e tenuta in grande estimazione da tutti pei meriti del suo defunto marito, che aveva reso segnalati servigi alla Francia. Era anche facoltosa, benchè non fosse più ricca come per l’innanzi a motivo dei dissesti economici del suo unico figliuolo, il quale era dominato dalla passione sciagurata del giuoco. Ella viveva appunto da lungo tempo in quel remoto paese e nella massima ritiratezza, non solo pel dolore della vedovanza e per la diminuzione degli averi, ma più che altro ad oggetto di tener lontano dalla capitale e dalle occasioni di nuovi disordini quel figliuolo colpevole.
Il confessore di Carlo la conosceva bene, e n’era tenuto in quella venerazione ch’egli si meritava. Ei dunque, non potendo trattenersi a Bourbon senza trascurare i doveri del suo ministero a Fontenay, lasciò Carlo raccomandato a questa signora, la quale non è a dire se lo assistesse con tenerezza e con generosità, non risparmiando nè cure nè spese per fargli recuperare la salute.
Appena che il giovine orologiaro fu guarito, non solo il sentimento di un dovere, ma quello di sincera e affettuosa gratitudine lo mosse a ringraziare la sua benefattrice. I savi portamenti da lui tenuti sempre a Bourbon, il buon concetto in che lo aveva quel sant’uomo del suo confessore, e i modi gentili benchè riservatissimi, gli procacciarono benevolenza nell’animo della dama e del suo figliuolo. Avrebbero anche voluto averlo a veglia sovente, e non meno spesso alla loro tavola; ma se egli qualche volta passava volentieri la serata con loro, di rado accettava l’invito del pranzo, e solo per non parere scortese; adducendo per ragion del rifiuto che il lasciare troppe volte le proprie assuefazioni gli avrebbe forse diminuito l’amore del lavoro, del quale aveva tanto bisogno.