Ma Carlo, che aveva sempre il cuore a Fontenay, non vedeva l’ora di potervi tornare; e già le notizie che ne riceveva gli avvicinavano questo sospirato giorno, e perchè sua madre pareva ormai disposta a riceverlo e a vivere con lui come prima, avendo potuto superare gli scrupoli, e perchè gli avvenimenti politici erano tanto cresciuti d’importanza, chè sembrava le discordie stesse di un’intera provincia, non che i sospetti d’alcuni terrazzani contro un oscuro artigiano, dovessero affatto dileguarsi, a fronte d’una grande catastrofe che involveva tutta la nazione, e faceva sbigottire l’Europa.
E l’orologiaro aveva già dato alla signora qualche cenno della sua prossima partenza; la qual cosa veramente le dispiaceva, poichè (tanto è industrioso l’amor materno!) essa aveva fatto capitale sull’amicizia e sulla stima che il suo figliuolo dimostrava per un giovine così morigerato, e di carattere, comunque nato fosse in condizione inferiore, tanto nobile e tanto fermo, sperando che anche questo esempio potesse farlo vergognare di sè, ed aver forza, col tempo, di distoglierlo più facilmente dalla funesta passione del giuoco. S’era data perfino la combinazione che in quel frattempo Arturo aveva fatto più rade e più brevi tanto le sue improvvise scappate alla vicina città di Tours, quanto quelle, per lei più temibili, alla capitale, dove egli tornava a cadere nelle mani dei suoi iniqui seduttori, degli scellerati assassini delle sue sostanze. Povera illusa! essa non sapeva, o l’ardente speranza non le consentiva di riflettere, che la mancanza di denaro e la maggior difficoltà di trovarne anche dai più rapaci e temerari usuraj in quei tempi di universale trambusto, erano forse il solo freno allo sconsigliato; e che se in apparenza ei riveriva e lodava e teneva per amico Carlo così benaffetto a sua madre, segretamente peraltro si sentiva punto, umiliato, offeso dal confronto. Ah! quando il vizioso non ha più forza di combattere sè medesimo con sincero ravvedimento, allora la sua alleanza con la virtù, purtroppo è più spesso apparente che reale, suggerita da secondi fini, piena di pericoli e d’inganni, non foss’altro perchè allora il male che danneggia la società si occulta, non si guarisce, e serpendo così celatamente non fa che viepiù radicare e rendere scaltrita e inestirpabile la depravazione. E quando i grandi mutamenti sopraggiungono a scuotere le basi su cui l’umano consorzio riposa, e la discordia alza la sua face sanguigna a rischiarare il campo della scellerata lotta fraterna, allora i fragili legami dell’apparenza, dei privati interessi, della codarda ipocrisia, si strappano subito; e a vedere i creduti amici esser primi e più spietati a combattersi, e il santuario stesso della famiglia rimaner profanato dall’odio, l’umanità inorridita si sbigottisce, incredula quasi di tanta colpa, e quasi perdendo ogni fiducia nella virtù, ogni speranza nel perfezionamento sociale, nel miglioramento dei destini dei popoli.
Una mattina presto d’inverno, il giovine orologiaro s’era già involto nel suo mantello per andare, secondo il solito, in chiesa prima di porsi al lavoro; giacchè egli aveva per massima che tanto chi va in chiesa per farsi vedere quanto chi ostenta le sue virtù e le sue buone azioni, potrebbero non essere altro che ipocriti. Egli stava dunque per varcare la soglia, allorchè gli giunge all’orecchio un forte schiamazzo d’urla confuse, che s’avvicinavano a quella parte. Si sofferma, si pone in ascolto, e distingue alcune grida d’imprecazione contro i rivoluzionari, miste ad altre grida che urlavano: — Al ladro! al ladro! — Mandando allora un doloroso sospiro, egli esclama: — Forse qualche altra vittima del fanatismo! — e aspetta che la turba che sempre più si appressava fosse passata, per poter uscire di casa e andare tranquillamente pel fatto suo. Ma ecco spalancarsi all’improvviso la porta della sua stanza, e precipitarvisi dentro una persona imbacuccata nel ferrajolo. Ma il volto non era tutto celato; e gli sguardi atterriti, la pallidezza, il tremito delle membra rivelavano il terrore o un delitto. Era Arturo. Anzichè accostarsi a Carlo gli s’avventa, con voce interrotta e fioca gli dice: — Se vuoi salvarmi l’onore, nascondi questo fagotto! — e come un lampo sparisce, traversando il giardino e uscendo per una porticella segreta.
Carlo, senza curarsi di vedere che cosa fossevi nell’involto, si accinge subito a nascondere l’atto d’accusa contro l’onore del figliuolo della sua benefattrice; e per far più presto non si leva nemmeno il mantello. Ma in quel mentre una voce grida sotto la finestra: — Qua, qua! l’ho visto entrar qua, tutto inferrajolato! — E la turba irrompe nella casa, entra nella stanza: lo trovano intento a celare il fatale involto, gli saltano addosso, scoprono gli oggetti rubati, lo percotono fieramente, sebbene ei se ne stesse imperterrito senza fare contrasto nè con atti nè con parole, e lo conducono tra gli urli e gli strapazzi alla carcere, esclamando:
— L’abbiamo preso, questo ladro di repubblicano! Al lampione, al lampione!
— Che lampione! bruciatelo! Ha rubato in chiesa! È un sacrilego! È scomunicato.
E i gendarmi accorsi al tumulto durarono fatica a salvarlo da orribile strazio contro la furia della gente. Era appunto quella che Carlo aveva udito schiamazzare senza conoscerne la cagione; che correva in traccia del reo di un furto d’arredi sacri di molto valore, già da lungo tempo appesi in voto alla immagine, tenuta per miracolosa, di una chiesa remota. Una donna recatasi in quella chiesa alla prima messa, asseriva d’averne veduto uscire frettolosamente un uomo intabarrato, che aveva preso la dirittura di quella strada.
La sventurata madre d’Arturo che non era nemmeno andata a letto per l’ansia d’aspettare il figliuolo, che fino dal giorno innanzi mancava di casa e le aveva fatto pur troppo dubitare d’essere tornato a ingolfarsi nel giuoco, fu spettatrice del lacrimevole avvenimento. Afflitta e atterrita, non pensò più ad Arturo; e celandosi il volto con ambe le palme:
— Gran Dio! — esclamava alla portinaja, — chi l’avrebbe mai detto? Un giovine che pareva sì onesto, sì affezionato al lavoro! È egli possibile? non ardisco di credere a me stessa!