Il processo era già incominciato. In quel tempo non andavano per le lunghe; e inoltre lo sdegno dei Borbonesi contro il preteso sacrilego era tanto furioso, che una folla di sfaccendati assediava sempre la carcere, e ne chiedeva il supplizio.
Carlo udiva di quando in quando le loro grida, conosceva purtroppo a quale orribile destino serbato fosse. Nondimeno tacque sempre. Lo stesso carceriere a cui fu dato in consegna era uomo crudele, scelto a bello studio per tormentarlo, per atterrirlo, per sottoporlo a una continua tortura di strapazzi, d’ingiurie, di minacce, assai più tormentose dello strazio della persona. Nondimeno Carlo resisteva imperterrito a tutto: le insidie e le atrocità del carceriere riuscirono così vane, che in breve quel brutale uomo si stancò ed ebbe a darsi per vinto. Un altro venne dopo di lui. Questi era compassionevole: rispettava il silenzio austero dell’imputato, gli offeriva quei servigi che poteva fargli senza mancare al proprio dovere; e gli mostrò sincera afflizione di averlo trovato in un carcere così fetido e così freddo, che pareva impossibile potervi sopravvivere un’intera giornata. — Ah! — disse quell’uomo, dopo averlo tradotto in un carcere meno orribile, — quanto avrete sofferto! Povero giovine! Alle mani di colui non c’è misericordia, lo so! Ora, se avete bisogno di qualche cosa, e che io possa, dite pure. E non crediate che io lo faccia per interesse o per iscalzarvi, cercando di scoprire con le buone maniere quel segreto che gli strapazzi brutali e il terrore non vi hanno potuto strappare. Io fo il carceriere e non il processante, e non cerco altro che di fare stare meno male i disgraziati che capitano in questo luogo! E non mi par vero di mutar mestiero. Ho moglie e figliuoli, e per ora mi convien mangiare di questo pane; ma presto spero di aver trovato un guadagno più cristiano. — Carlo, dopo aver mostrato riconoscenza delle buone e sincere intenzioni del nuovo carceriere, a queste parole rispose: — Oh! se tu sei così umano, sarà meglio che tu seguiti a fare il carceriere. Qui appunto v’è bisogno di chi abbia buon cuore. Tu vedi quanto bene tu puoi fare ai disgraziati che saranno posti sotto la tua custodia, col trattarli umanamente; e così tu acquisterai merito appresso Dio! —
Recandosi il sacerdote a uno dei Giudici criminali, udì che l’imputato si ostinava a non voler confessare il delitto, ma che le prove erano così convincenti, da non poterlo sottrarre alla pena capitale. Inoltre soggiungeva il giudice con piglio severo: — Voi non potete ignorare che questo giovine dovè lasciare il suo paese per forti indizi di segreta cospirazione, e che altri quattro suoi amici, non meno sospetti di lui, lo accompagnarono. Costoro, dopo aver vissuto qualche giorno qui in ozio, non si sa con quali assegnamenti, andarono a Parigi; e per le mie indagini ho avuto notizia (ecco qui la lettera) che sono stati arrestati per Chouans.[292] Voi vedete dunque come sia dubbia la loro condotta! essi che facevano da repubblicani! Chi non li giudicherebbe birbanti che cercano di trarre partito da tutti i partiti? E per costoro non vi può essere compassione! —
L’afflitto prete impallidì, rabbrividì a queste parole. Una folla di gravi obiezioni al discorso del giudice gli era venuta alla mente; ma per allora si contentò di chiedere il permesso di visitare il carcerato. — Oh! finchè il processo non è finito non si può. — Io ve lo chiedo in grazia; sono il suo confessore. — Scusate, ma per ora non si può. Io debbo essere inflessibile. — Il sacerdote s’accòrse purtroppo che ogni insistenza sarebbe stata vana: andò via più sconfortato che mai; ma nell’uscire da quelle stanze incontrò un magistrato di sua conoscenza. Era mesto: lo salutò, gli parlò di Carlo: — Ah! — rispose questi, — io dubito che la giustizia non sappia il vero, e che la condanna sia precipitata! Ma temo d’esser solo a pensare così!...
— Anche voi dunque siete uno dei suoi giudici?
— Per mia disgrazia!
— Dite per fortuna di Carlo; perchè, chi sa? io spero molto che vi riesca di scoprire la verità, d’impedire una sentenza troppo sollecita....
Il giudice non ardiva di confermare queste speranze nell’animo del pietoso; ma potè almeno fargli ottenere il permesso di visitar subito il carcerato.
Appena che il sacerdote fu entrato nella prigione, Carlo mandò un grido di gioia, e si mosse per abbracciarlo; ma poi frenandosi a un tratto si ritrasse, e riprese la sua solita impassibilità, dicendo con rispettosa pacatezza: — Voi siete un Angiolo tutelare, mandatomi dal Cielo; ma le mie mani non possono stringervi a questo seno, perchè a giudizio degli uomini io sono infame. Nondimeno maggior conforto io non poteva sperare di quello di vedervi, fosse anco di soltanto vedervi! Ma sarò ben più lieto se voi mi concederete la vostra benedizione. Padre, non ne sono indegno! Questo vi basti; perchè, non vi offendete, non mi accusate d’ingratitudine pel bene che mi avete fatto; no, chè questo sarebbe per me il maggiore di qualunque martirio; ma!... Iddio solo, Iddio solo, può sapere il vero! — E tacque piegando un ginocchio, e giungendo le mani con tanta serenità di volto, che il sacerdote tra il dolore e la maraviglia rimase alcun tempo attonito, senza poter proferire alcuna parola.
Poi non lasciò nulla intentato, nè preghiere, nè scongiuri, nè le affettuose lacrime dell’amico, nè l’autorità di direttore spirituale, nè il ricordo di una madre infelice, per indurlo a svelare l’arcano, a dire perchè mai quegli oggetti rubati fossero venuti nelle sue mani, a difendersi dalle accuse di cospiratore, di complice. La sola risposta che ne potè ottenere fu sempre questa: — Io sono innocente; ho sempre amato la patria, e non ho fatto altro che quello che un buon Francese dee fare. — E in ultimo, quasi sentisse il bisogno d’invocare una forza maggiore di quella che aveva in sè stesso per sostenersi contro le commoventi esortazioni del sacerdote, aggiunse con voce sommessa, ma ferma, e percotendosi il petto con la destra: — Onore al merito! —