— Sono sua madre! Sono sua madre!
— No! tu menti, scellerata, i repubblicani non hanno madre!
E in ciò dire, i più vicini la trassero giù dalla carretta afferrandola per le vesti, e la fecero precipitare in terra. All’orrendo colpo l’infelice giovine perdette il senno e la vista: non vide lo strazio della madre che in pochi istanti fu cadavere; non vide il delitto esecrando d’un popolo traviato da scellerata passione; non vide il patibolo, su cui in aspetto d’infame finì una vita intemerata; non udì gridare con giubbilo infernale, con orrenda bestemmia, da quella misera moltitudine: — Viva la giustizia! —
La madre d’Arturo s’era ritirata in quei giorni in una casetta di campagna, presa a pigione distante alcune leghe da Bourbon-Vendée, perchè non aveva potuto sopportare la vicinanza al luogo del supplizio; ma non bastò questa cautela a risparmiarle il dolore della inaspettata tragedia, giacchè la fama ne corse per tutto. Allora scrisse al figliuolo, narrandogli i miserandi casi, e scongiurandolo a tornare, perchè tanta era la sua mestizia, da aver bisogno d’essere da lui confortata. Ma Iddio nemmeno ai più grandi scellerati ha tolto il rimorso; e Arturo fu così scosso da tale descrizione, che.... sua madre, infelice! lo aspettava; ma invece di riabbracciare il figliuolo, ricevè la notizia ch’ei s’era annegato nella Senna; e la misera donna non ebbe più pace fino all’ultimo giorno, che presto giunse, della sua vita.
Arturo, prima di togliersi con nuovo delitto la sua, ed abbreviare così quella della madre, scrisse al confessore dell’orologiaro, svelandogli il funesto segreto come per la necessità di pagare nelle ventiquattr’ore un debito di giuoco, che egli chiamava debito d’onore, e per la impossibilità di trovare il denaro ad imprestito, si fosse lasciato trascinare al furto sacrilego, e quindi per salvarsi con la fuga, allorchè si vide scoperto e inseguito, avesse voluto nascondere il corpo del delitto nella stanza di Carlo. — E dopo questa confessione, l’afflitto sacerdote ne riceveva un’altra.
Nel casamento abitato da Carlo a Fontenay viveva una fanciulla di sua conoscenza, e che più volte gli aveva assistito amorevolmente la madre in casi di malattia, mentre egli era costretto a stare in bottega per guadagnare. Ingenua, di costumi candidi, non bella, ma di sentimenti elevati, aveva posto il suo amore in quel giovine, e n’era riamata ardentemente.
In una di quelle malattie, a cagion della quale il buon giovine era stato in gran timore per la vita di sua madre, aveva trovato conforto alla sua afflizione nell’affetto purissimo di quell’angiolo di speranza, che così la chiamava; e le aveva promesso di farla sua compagna allorquando co’ propri risparmj avesse potuto mettere tanto da parte da assicurare onorata sussistenza alla famiglia; e fino da quel punto la pietosa fanciulla era divenuta custode del picciolo scrigno, che racchiudeva il danaro di mano in mano risparmiato, e che non doveva essere aperto se non che il giorno della loro felicità. Questo era il patto fra essi concluso nel palesarsi lo scambievole amore; e niun altro fuorchè Dio ed essi doveva conoscere il loro amore e quel patto, prima del giorno desiderato.
La sventurata fanciulla scriveva il mesto ricordo dal suo letticciuolo in cui la teneva confitta una febbre micidiale, la febbre del dolore d’aver perduto, e in che modo, il suo amante; e col ricordo mandava al confessore il grazioso scrignetto di squisito lavoro, tutto di mano di Carlo, con dentro alcune centinaja di lire e un orologio parimente lavorato da lui, e involto in una carta, dov’egli aveva scritto di proprio pugno: «Enrichetta, questo mio lavoro, al desiato tempo della nostra consolazione, segnerà l’ora in cui potremo esser felici!» Nella medesima carta la fanciulla aveva notato che alla somma dei danari da lei ricevuti in più volte mancavano due lire, le sole richiestele dal suo amante la stessa sera in cui dovè partire da Fontenay. Forse erano quelle ch’ei disse d’essersi fatte dare ad imprestito per la cena della povera madre, quand’ella volle fatalmente abbandonarlo. In ultimo aggiungeva la moribonda: «Poichè ambedue quest’infelici hanno lasciato la terra, se non hanno parenti, come credo, e se nella vostra saviezza, reverendo padre, voi l’approvate, chiedovi che questo denaro e il valore dello scrigno e dell’orologio, siano per mano vostra destinati parte a suffragio delle nostre anime, e parte a soccorso dei poveri.»
Il santo uomo, appena ricevuta la lettera e lo scrigno, andò per visitare la fanciulla. Ella era in fine, ma lo riconobbe, e mandò un sospiro di profondo dolore: — Confortati, — disse allora il sacerdote — il tuo Carlo era innocente; il vero colpevole è stato scoperto. — A tali parole la moribonda sorrise guardando il cielo, e con un grido di giubbilo spirò. Le lacrime dei dolori mondani rigavano le gote della vergine, ma il volto spirava la beata serenità della innocenza, che lietamente lasciando questa terra di guai ritorna nel seno di Dio.