La domenica seguente il buon prete, dopo avere spiegato il Vangelo ai suoi parrocchiani, dopo averli commossi con parlare dell’amore del prossimo, stato alquanto sopra di sè, e pregatili a trattenersi un altro poco: — Il dovere del mio ministero, disse loro, m’impone di svelarvi qui, a piè dell’altare, a piè della croce del Redentore, l’innocenza d’un vostro fratello, che per una di quelle disgraziate combinazioni da imputarsi alla fragilità degli umani giudizi, morì condannato come colpevole di un grande misfatto. Io non intendo, nè voi potrete osare di farne rimprovero a chi si sia. La giustizia umana deve avere il suo corso, altrimenti la società perirebbe. A volte sciagurate apparenze la ingannano; ma chi può giudicarle propriamente apparenze quando una colpa è stata commessa, quando il reo s’è potuto celare, quando l’innocente accusato in sua vece non si difende? La giustizia divina soltanto può riparare gli errori della umana; e chi, perchè questa è soggetta ad errare, volesse rispettarla meno, e volesse punire negli uomini i falli involontarj, costui offenderebbe Dio col presumere di far le sue parti. Preghiamo che Egli illumini sempre i giudici, che li renda sempre incorruttibili; rispettiamo le leggi che devono essere rifugio dei deboli e degl’innocenti, e rimettiamo poi tutto nelle mani della Provvidenza divina. Ricordatevi, insomma, di quello che vi ho detto dianzi sull’amore del prossimo, e ascoltate. — Quindi raccontò tutto quello che era necessario a far conoscere evidentemente la innocenza di Carlo, la sua pietà religiosa, le sue virtù cittadine, la purezza del suo affetto per la patria; e li commosse fino alle lagrime.

E allora esclamò: — Popolo mio, fedeli cristiani, non dimenticate il precetto del vostro divino Maestro; amatevi, ve lo ripeto in nome di Lui che tanto patì per la nostra redenzione, amatevi tutti scambievolmente; non vi lasciate traviare dalla funesta passione di parte, non vi lasciate accecare dall’odio; e se avete bisogno di chi vi consigli nei gravi frangenti, ascoltate gli uomini virtuosi che amano lealmente la patria, siano essi chiamati o repubblicani o girondini, o conservatori. Non guardate al nome, ma ai fatti; perchè chi ama lealmente la patria non può ambire altro nome che quello di difensore della nazione, non può volere altro che la osservanza delle leggi e il bene universale. E coloro ai quali è affidato il grave peso di governare i popoli, siano costumati e illuminati da Dio per conservarsi sempre equi e imparziali, per preservarsi essi i primi dalla passione di parte, per operare con fatti, e non con parole soltanto, ciò che il bisogno della società richiede, per mantenere le cose promesse o per non lasciarsi indurre a promettere ciò che poi non avrebbero volontà di mantenere; e allora non si ritroveranno a dover contrastare con le fazioni, perchè esse alla viva luce del vero e della lealtà spariscono come le ombre e i vani fantasmi della notte all’apparire del sole; allora non avranno eglino stessi nè incerta, nè paurosa vita; non vedranno il mostro della discordia empire le carceri, separare le famiglie con gli odj o con gli esilj, insanguinare i patiboli, accendere disperate guerre tra nazioni e nazioni, fra quelle genti che sono fatte da Dio per amarsi come sue creature dilette; nè si udiranno rimproverare poi a loro stessi lo strazio della umanità che dovevano render felice; ma invece saranno chiamati suoi padri, suoi salvatori, e si meriteranno la benedizione delle moltitudini, come io benedico voi, miei cari figliuoli. — E mentre egli compartiva loro la benedizione, tutti genuflessi e singhiozzando esclamarono: — Uniti, e per sempre! la Patria e il Vangelo! —

IL MUGNAJO DI VALLECCHIA

Io mi diletto, voi lo sapete, di fare nell’ottobre qualche viaggetto a piedi, o andando solo o in compagnia d’un amico.

Sei o sette anni fa, essendo già in villeggiatura in un luogo lontano dalla capitale, mi posi in cammino una mattina, che il tempo era bellissimo; e mi era proposto una gita di tre o quattro giorni. Doveva venir meco un valente giovine, ma dopo che io l’ebbi alquanto aspettato, mi fece sapere che non so quale ragione glielo impediva.

Quando ebbi fatto un quindici o venti miglia per luoghi montuosi, verso un castelletto nel quale avrei voluto passare la notte, ecco che a due ore dopo il mezzodì un vento burrascoso incominciò all’improvviso a imperversare furiosamente; il cielo fu tosto coperto di nuvoloni neri neri e bassi, e poi giù a scroscio una pioggia rovinosa, che appena mi lasciò il tempo di prenderla tutta quanta ne veniva. Il settembre era stato piovoso oltremodo, e pareva lecito sperare che l’ottobre sarebbe andato asciutto: ma il cielo che non guarda ai nostri lunarj, che per dirlo con Dante, procede a suo talento «oltre la difension de’ senni umani,» volle quell’anno, e massime quella sera, farci ricordare un tantino i tempi del diluvio universale.

Le strade già guaste dalle piogge precedenti, si convertirono subito in fossi; l’acqua, di sopra, flagellava le schiene, e l’acqua di sotto correva come la piena nel letto di un torrente; e due o tre volte l’ebbi alta fin sopra il ginocchio. Nè una casa, nè una capanna mi riesciva scoprire per trovarvi un po’ di ricovero; e, com’è naturale in questi frangenti, mi pareva che il castello a cui erano volti i miei passi fosse anche più lontano, e tutta quella campagna un deserto. Ci voleva pazienza. La prima scossa non durò molto; ma in breve un’altra non meno copiosa le tenne dietro. Allora, girato un gomito della strada, sopra una pendice vicinissima scòrsi con mia grande consolazione un vasto casamento; e il giubbilo crebbe, allorchè, sbirciando ben bene il desiderato rifugio, vidi qualcuno affacciato a una finestra, che mi restava proprio di fronte. A tale scoperta feci un atto e un grido di allegrezza, come chi da lontano riconosce un amico, il quale accorra frettoloso per dargli un amplesso. La persona, e mi parve un uomo piuttosto vecchio, vide certamente il mio gesto, udì fors’anco il mio grido, capì che era una domanda di soccorso, e chiuse subito la finestra. Tanto più mi assicurai che il cortese abitatore di quella casa avesse la buona intenzione di proteggermi contro l’imperversare della procella; e mi aspettava di vederlo sulla porta spalancata, per accogliere il povero naufrago. Lasciai la strada, e a corsa feci la breve salita, che conduceva al limitare dell’ospizio. Ma ohimè! il portone era chiuso. Aspettai un poco, non vidi nessuno, non udii altro strepito che quello della pioggia e della grandine. Girai gli occhi attorno per vedere se vi fosse una qualche porticella.... del soccorso. Tutto chiuso; muri, cancelli, inferriate, per tutto: bussai, ribussai or qua or là; niuno si faceva vivo; nemmeno un cane che abbajasse! Ho io sognato? diceva tra me. Non ho pur veduto con questi occhi una persona alla finestra? E colui che l’ha chiusa dopo avermi scòrto? Che abbia ruzzolato le scale per la fretta di scendere? Poveretto! mi dispiacerebbe davvero! Ma non sarà solo!... Insomma, dopo altre inutili prove, ebbi a concludere che o la casa fosse disabitata, o che gli spietati padroni di quella non mi volessero dare asilo. Almeno vi fosse stato un tetto molto sporgente, un portico da potermivi rannicchiare! nulla! Pareva il recinto d’un camposanto, d’una fortezza, d’una prigione! Non posso negare che riscesi indispettito, brontolando contro.... contro nessuno; e molle fino alle ossa, ripresi la via, e in su quel primo bollore del crudele disinganno, non mi accòrsi nemmeno che dall’altura si dominava una vallecola sparsa di varie case, e che nelle colline dirimpetto sorgeva il castello, il sospirato termine del mio viaggio.

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