— Ma.... e poi ma.... — E a forza di ma il petulante venne fuori con tanti casimisdei,[42] che maestro Cecco non potendo raccapezzarsi dove e’ volesse andar a finire colla cantata, si sentì un certo bruscolo nell’occhio da inferirne assai male. Nondimeno la cosa giungeva tanto improvvisa, che per paura d’offenderlo con cattivi giudizi, non volle stringergli i panni addosso con qualche domanda più concludente, senza prima scandagliare l’animo della fanciulla. Sicchè Cintio, vedendo che non gli riusciva di far breccia, pensò meglio d’andarsene, sebbene con le trombe nel sacco, ma deliberato ormai di buttar giù buffa[43] senza tanti riguardi.

Infatti fece vacanza anche per quella sera; e maestro Cecco, passata che fu l’ora senza vederlo capitare, guardò in viso alla figliuola, e conobbe bene che la si sforzava di addimostrare tranquillità e indifferenza.

— Cattivo segno! — disse tra sè; — qui c’è del buio. Dio voglia ch’i’ non l’abbia indovinata. — Poi volgendole la parola: — E Cintio? Ma quanto durano le sfuriate del lavoro? Che siano arrivati molti forestieri? Che c’è appartamento?[44] Non ti disse nulla? Non mi rispondi?

— No, non mi disse nulla.

— E’ par giusto giusto ch’e’ non te n’importi.

— Se gli ha da lavorare, mi farò una ragione.

— Figliuola mia, ha’ tu nulla da confidare al tuo babbo? Ecco qui, no’ siam soli. Discorriamo un po’ tra di noi.

— Volentieri, babbo.

— Dimmi; che c’è stato qualche cosa? Che siete un po’ grossi? Io, sì.... lo confesso, i’ son piuttosto severo su questo punto. Ma via! se Cintio avesse il torto.... gli dirò il fatto mio: debbo farlo; ma poi so anche compatire; non aver paura.

— Che gli perdonereste, puta caso, un’impertinenza?