— Ma bene! — esclamava la Maria. — Chi poteva mai figurarsi che dopo tanto s’avesse a essere pigionali? Almeno si starà allegre insieme! S’ha a stare allegre, sai?
— Eh! me ne ricordo sì, con te non vi sono malinconie. Anche troppo brio qualche volta! Ma ora non siamo più bambine.
— Io poi, vedi tu? son sempre la stessa; sempre di buon umore. L’uggia non mi va a sangue. Povera, ma contenta; che vuo’ tu ch’i’ ci faccia? Gli è naturale.
— Meglio così, quando non vi son pensieri che affliggano.
— A dire! I pensieri? tu mi parli di pensieri? Me ne sono un po’ accorta, sì, appena che t’ho visto. Che c’è egli?
— Eh! tu puoi considerare! Di donne in casa son rimasta sola....
— A proposito! Tu hai ragione! Che disgrazia! — E intravvenuta da pochi mesi a questa parte! — Abbi pazienza! Sia fatta la volontà di Dio. Ci vuole rassegnazione! O io? Tre anni fa! Il mio povero babbo! Figurati che sebbene tu mi ritrovi allegra come alla scuola, i’ lo piansi, sai? I’ lo piansi giorno e notte. Ma poi.... Che ci si rimedia col piangere? Bisogna farsi una ragione: e per amor della mamma, che, poverina, il dolore la rodeva senza darle pace, i’ feci tanto di smettere. E allora, si sa, il naturale riprese il sopravvento. —
Questa ragazza leggiadra, briosa e faceta, pareva fatta a bella posta per sollevar l’animo di chi l’avesse angustiato da una disgrazia, di chi fosse un pochetto proclive alla mestizia. La conobbero anche maestro Cecco e Michele; fecero presto amicizia da buoni vicini con l’Elisabetta e con lei; e soprattutto al giovine piacquero così alla prima le grazie ingenue della fanciulla.
Il giorno dopo, entrando in discorsi più lieti, la Maria domandò all’Anna:
— Hai tu il damo?