Nondimeno il mal capitato guardiano aveva per Giuseppe la stessa affezione che per gli altri; e dopo essersi stropicciato più volte al muro e allo spigolo del banco, fattosi animo, s’accostò alle gambe del padrone, incominciò a scodinzolare, a mugolare, a raspare.... Ahimè! il tempo era male scelto. Giuseppe non voleva feste, e con un calcio lo mandò a rotolarsi ed a guaire in un canto. Due artigiani che parlavano tra di loro lì presso alla bottega, e che ben conoscevano l’umor della bestia, si volsero compassionevoli verso il cane e s’allontanarono, ma non tanto frettolosi, che Giuseppe non potesse udire queste parole proferite da uno di essi: — Senza parzialità per nessuno; e’ tratta il cane come la moglie e il figliuolo. — Il banco si riscosse a tali detti? Nemmeno Giuseppe. Anzi spianò le rughe della faccia, e tentennando il capo fece apparire a fior di labbra un risolino di derisione maligna, e poi andò a raccattare tranquillamente la roba che il figliuolo aveva fatto cadere di sul banco, e a rimettere a sesto altri oggetti. Allora trovò in un ripostiglio dietro i vasi del tabacco ed i mazzi delle pipe tre o quattro libricciuoli laceri, di quelli che gli erano stati venduti coi fagotti di fogli per carta da involtare il tabacco. Quei libricciuoli appartenevano ad una raccolta di descrizioni di viaggi, e vi si trovavano alcune stampucce rappresentanti i paesi descritti nell’opera. Pippo che appena aveva imparato a compitare da sua madre, se li leggeva e rileggeva con infinito diletto, e sognava maravigliosi viaggi e ricopiava quelle stampucce, innamorandosi di così fatti lavori. Quando poi vedeva disegni, e in specie quelli di paese, nelle vetrine delle botteghe dei librai e dei negozianti di stampe, rimaneva lì estatico a contemplarli, e si sarebbe scordato di tutto, anco delle busse di suo padre. Il ritrovamento di quei libri così riposti riaccese l’insana collera di Giuseppe; ma si contentò questa volta di levare l’innocente trastullo al figliuolo, sciogliendo le pagine e mettendole alla rinfusa accanto alle bilance. Povero Pippo! come rimase addolorato quando non ritrovò più quei suoi cari compagni!

Pochi avventori venivano quel giorno dal tabaccajo, perchè una processione strepitosa richiamava gli sfaccendati nella parte di città opposta a quella dov’era la bottega di Giuseppe; sicchè dopo avere sciupato i libricciuoli di Pippo, si nojò ad aspettare chi non viene, serrò lo sportello un quarto d’ora prima del solito, e andò su in casa a sollecitare la minestra. Comparve dunque inaspettato alla moglie, mentr’ella si studiava di ricoprirsi con certo drappo carnicino[185] la ferita del sopracciglio, in modo che Giuseppe non la potesse scorgere. Ma prima anche di vederlo, ella udì la sua temuta voce che domandava: — Che cosa avete voi fatto! — La Carolina si riscosse, non seppe come rispondergli; ed era per balbettare forse una menzogna, quando Pippo che usciva dalla finestra e aveva udito l’interrogazione, ricoprì la sua voce dicendo con ingenua franchezza: — È stato lei signor padre; dianzi....

— Ho capito, ho capito! Ma per cagion tua, monello....

— No, — interruppe allora arditamente la Carolina, andando incontro con umili e affettuosi modi al marito, e facendo cenno di tacere al figliuolo. — No, caro Beppe, non ci pensare; è una cosa da nulla; è stata la mia sbadataggine....

— La mia balordaggine, avete a dire; la mia.... Ve lo rinfaccerò sempre; me ne pentirò finchè avrò vita, d’avervi dato retta a riprendere....

— Zitto, per carità! — e gli s’accostava con premura, e parlando piano perchè Pippo non sentisse. — Non dite queste cose in faccia a lui!...

— Se si fosse lasciato agl’Innocenti come quell’altro, ora queste scene non seguirebbero....

— Ormai, abbi pazienza, mi raccomando....

— Sì, sì, ormai bisogna tenerci questo bel mobile....

— È tuo figliuolo! — E seguiva il marito in cucina, e chiudeva l’uscio, raccomandandogli di tacere o di parlare sommessamente.