Giuseppe, quand’era sempre ragazzo, fu da suo padre, calzolajo, rimasto vedovo, messo nella milizia a fare il tamburino; e chi s’è visto s’è visto. I tamburini, almeno secondo le usanze d’allora, dopo avere imparato a forza di slogature di braccia, di strapazzi, di nerbate, a suonare il tamburo, diventavano i peggio soggetti del reggimento. Ora indisciplinati e spesso in gastigo, ora protetti da qualche superiore e più indisciplinati che mai, a motivo del protettore, che spesso li salvava dall’arresto, dal digiuno e dal bastone; viziosi a dismisura e spesso con più mezzi degli altri per fomentare i loro vizi; quindi arroganza, avvilimento del corpo e dell’animo in tutte le turpitudini immaginabili, e ignoranza assoluta d’ogni diritto e d’ogni dovere di cittadino. Il suo tamburo, l’osteria, chi gli pagava da bere, chi gli chiedeva servigi più o meno riprovevoli con la promessa di parziali appoggi e di ricompense, queste erano le sorgenti dei pensieri e delle affezioni di Beppe. Una notte, per non so qual tresca, egli tentò di scendere senza scala dalle mura della fortezza; non era la prima volta che con audacia e agilità straordinarie gli era riuscito d’uscire e di rientrare in tal modo nella fortezza. Ma quella notte il tentativo andò male, e lo sciagurato, precipitando giù, si ruppe una gamba in due luoghi. Fu scoperto, condotto allo spedale, sottoposto a severo processo; ed allora i protettori palesi ed occulti, o non pensarono a lui o non poterono in alcun modo sottrarlo alla condanna del rigoroso codice militare.
Dopo la sua guarigione, e per giunta alla solita pena, gli convenne entrare per alcuni anni nel corpo dei coloniali, specie di servizio militare forzato per correzione o per gastigo. E quel servizio era abominevole: la compagnia si componeva quasi tutta dei più sciagurati e incorreggibili soggetti, espulsi dalla milizia e dalla società, perchè si faceva impossibile il ravvedimento dei traviati, i quali invece imparavano ad essere più viziosi e più malvagi; fatiche bestiali; trattamenti crudeli; gastighi d’estremo rigore; vituperosa fama; insomma una specie di galera, anzi peggio, perchè più volte intravveniva che alcuni dei coloniali commettessero a bella posta qualche delitto, per essere condannati a finire il rimanente della vita tra i galeotti. Raro che quegli che esciva dal corpo dei coloniali, per ritornare in società, non facesse poi pessima fine, tanto era falso ed opposto all’umanità, alla giustizia, alla morale quel modo di punire i colpevoli, i quali, quasi sempre divenivano viziosi per mancanza d’educazione, d’istruzione, di lavoro.
Parve che Giuseppe, sebbene nel suo lungo soggiorno tra i coloniali avesse, poco più poco meno, fatto birbanterie, sofferto gastighi e patito tribolazioni da quanto gli altri, pure fosse assistito dal caso, perchè lasciando quel tristo soggiorno non gli fu impedito d’andarne libero; e tra i primi pensieri, che gli vennero alla mente, vi fu quello di suo padre. Quest’uomo, è vero, aveva abbandonato affatto il figliuolo, e si poteva dire che fosse stato, benchè non volendo e per indolente ignoranza, la cagione principale dei suoi traviamenti; ma in sostanza era padre, e Giuseppe lo trovò quasi moribondo allo spedale. Un resto di tenerezza filiale lo aveva spinto a ricercare di lui; e questa tenerezza si accrebbe allorchè lo vide in quello stato, e s’accorse che il vecchio piangeva a ricordarsi che v’era pur tuttavia sulla terra una creatura delle sue viscere, a pensare che almeno il figliuolo veniva in tempo a serrargli gli occhi. Forse quelle lagrime erano spremute anco da un tormentoso rimorso che voleva dire: — Che cosa sarà di questo figliuolo che io stesso lasciai andare sulla via della perdizione? — L’agonia di quel vecchio fu veramente una cosa da stringere il cuore, finch’ei non perdè affatto i sentimenti; e spirò lasciando lì basìto[189] dal dolore e dalla confusione il figliuolo. Era forse la prima volta che questi si sentiva muovere a compassione, che il suo cuore, indurito dagli strapazzi, dalle scioperataggini, dal mal governo d’una spietata e capricciosa disciplina, s’inteneriva. Poi dalla tenerezza passò a un tratto a una disperazione furibonda; stranulava gli occhi, si torceva le mani, e un po’ con le imprecazioni, un po’ con i gemiti convulsi, pareva volesse richiamare in vita il cadavere. Allora alcuni di quei serventi, con la spietata indifferenza che i più sogliono avere per le umane tribolazioni, stando non per carità ma per mestiero attorno ai malati, lo cacciarono con mal garbo, gli dissero che non aveva più che fare in quel luogo, che andasse piuttosto a farsi chiudere nello spedale dei pazzi, e non gl’impacciasse nelle loro faccende. Egli o non capiva, o non voleva uscire.
— Io sono suo figliuolo! — esclamò finalmente.
— Giusto per questo, — risposero, — è bene che ve n’andiate; e ora lo spedale si chiude. Animo, animo! Non c’è altro luogo che questo per fare tante geate?[190] Era vecchio, doveva morire.... —
Giuseppe rattenendo a fatica la collera per non fare una scenata lì presso la spoglia del padre, e fra tanti poveretti che oppressi dal male gli giacevano attorno, se n’andò querelandosi sottovoce, a passo lento, e voltandosi più volte al letto del padre. Arrivò appunto al cancello, mentre il portinajo rimandava indietro una povera vecchia, che voleva passare con un tegame di minestra nel tovagliuolo. — Vi ripeto che non si passa più; avete fatto tardi; volete voi capirla? E poi, ah! ah! il numero 327?... Volete proprio portare cotesta roba al numero 327?...
— Di buona ragione![191] Che v’è egli da ridere?
— Ah! ah! i morti, donnina mia, non mangiano!
— Come? è morto? il ciabattino di via...?
— Morto, gnora sì; che i ciabattini non muojono?...