— E ancora nemmeno una parola?
— Nemmeno. Gli è proprio curioso; ma una sera se lo trovo sveglio....
— Pretendereste di farlo discorrere? Non vi riesce.
— Voglio provarmi. — Ed anche questa curiosità era cagione di tenerlo fermo qualche altro po’ di tempo nel proposito d’aspettare pazientemente l’esito delle premure della Clarice. Infatti ella tentò di nuovo l’ombrellajo, ma sempre invano; cercò altrove, ma senza costrutto. Erano già passati cinque o sei giorni; le dispiaceva di vedere il giovinetto così ozioso, e a lui cominciava a passare la voglia d’aspettare, e s’infastidiva; e se vagolando per la città si fosse imbattuto in quei compagni dell’osteria, avrebbe certamente dato ascolto ai loro inviti. In quel mentre morì all’improvviso un povero vecchio, che conduceva il baroccino d’un fruttajuolo pigionale della Clarice, quando questi andava per la città a vendere le perecotte. Appena che la Clarice lo seppe, domandò al fruttajuolo se avesse voluto approfittarsi di quel povero giovine per tirare il baroccino; ed egli:
— Senza difficoltà finchè durano le perecotte; buona canna[199] per bociare, ma pochi quattrini; io, vo’ lo sapete....
— Eh! nello stremo[200] d’ogni cosa tutto fa. Dunque, Giuseppe, tocca a voi; accettate?
— Perchè no? Gli è ch’io vorrei potervi ricompensare....
— Oh! che discorsi! Pigliate quel che viene; e da cosa nasce cosa. —
Giuseppe andò così a vendere per la città le perecotte che in quella stagione erano in voga; e intanto il fruttajuolo ebbe da comandargli altre faccende; e bazzicando il mercato, capitava spesso l’occasione di fare il facchino per quello e per quell’altro. I po’ di soldi ch’egli andava raccapezzando,[201] erano da lui consegnati alla Clarice per rimborso delle spese di vitto. Avrebbe voluto lasciar libero Nicodemo e andare a dormire su qualche locanduccia; ma quegli non volle, finchè non seppe che il suo guadagno fosse cresciuto. E crebbe, allorchè essendo finito il tempo di vendere le perecotte, gli riuscì di mettersi a salario per facchino con un grosso salumajo del mercato. Nè il salumajo ebbe a lagnarsene, perchè Giuseppe faceva il suo dovere, durava volentieri molta fatica, e pareva fidato. Il buon esempio delle persone che questo giovane aveva incontrate a caso, nel suo primo ritrovarsi libero di sè stesso, bastava a premunirlo dagli errori e dai delitti ai quali per le passate scioperatezze pareva serbato.
Lo stato suo in pochi mesi divenne discreto. Le sommerelle che di mano in mano aveva consegnato alla Clarice furono da essa tenute in serbo per lui, e la generosa donna volle a ogni costo restituirgliele. Ei potè dunque rimpannucciarsi, prendere a pigione una stanzetta che era rimasta vuota nel casamento, e considerare assicurata la sua sussistenza. Allora s’affezionò alla fatica e al risparmio; e se mai il rigoroso risparmio d’un povero si potesse chiamare avarizia, Giuseppe dava a divedere che quando una volta si fosse ritrovato in qualche agiatezza, stato sarebbe più facilmente avaro che prodigo. Seguitando a frequentare la Clarice, s’innamorò d’una ragazza che era stata a scuola da lei, e che andava spesso a farle visita. La Carolina gli dette retta: guadagnava già una buona giornata col suo mestiere; aveva un po’ d’assegnamento raccapezzato con alcune di quelle doti che toccano in sorte per lasciti pii alle fanciulle povere; sua madre era vedova, ma godeva d’una pensioncella lasciatale da una sua padrona; Giuseppe sembrava ormai giovine di proposito; la Clarice fu interrogata dalla madre della fanciulla, e non trovò ragioni valevoli da opporre contro questo matrimonio, se non che la consigliava a chieder prima un parere anche al principale di Giuseppe; e il principale continuava a lodarsi di lui; sicchè il matrimonio fu concluso.