Giuseppe si accasò con la moglie; e pei primi mesi tutto andò pel suo verso; ma innanzi che la Carolina, già incinta divenisse madre, la vedova si ammalò gravemente. Era sempre malata quando la figliuola partorì un maschio. Come provvedere all’assistenza di tutt’e due, mentre per le sole spese della malattia non bastava la pensioncella della vedova?... In quel frangente[202] fu presa la risoluzione disperata di metter la creatura nel ricovero dei gettatelli; la stessa levatrice trovò subito una donnicciuola esperta per quei trafugamenti; la madre non avrebbe voluto a niun patto; era quasi fuori di sè dall’afflizione; ma Giuseppe aveva già incominciato a darsi a conoscere per uomo di voglie assolute e d’affetti languidi. Più tardi la vedova dovè soccombere alla sua infermità, e così mancò il soccorso della pensione; e la Carolina era stata qualche mese senza lavorare, avendo dovuto assistere la madre, e poi mettersi in letto pel puerperio che non fu nè prospero nè sollecito. Dunque le faccende di Giuseppe andavano molto male; il suo solo guadagno era scarso ai bisogni; e per l’appunto allorchè la necessità di risparmiare s’era fatta così maggiore, egli aveva incominciato a bazzicar qualche volta la bettola, a giochicchiare al lotto, a scordarsi dei buoni consigli e dei buoni esempi avuti in casa della Clarice. Spesso accade pur troppo che chi è tribolato e pusillanime a un tempo, quando si trova in procinto di peggiorare stato, affretta da sè medesimo la propria rovina. La moglie s’era accorta di qualche cosa; ma, poveretta, aveva già perduto ogni ascendente sul marito; non le serviva a nulla rimproverarlo; si sfogava a piangere in segreto di non vedersi più amata come prima, di essere anzi veramente soggetta ad una crudele tirannia. Di rado vedeva la Clarice, perchè Giuseppe non aveva più voluto condurvela; e non le dava l’animo di palesarle i suoi patimenti per paura che il marito se ne fosse potuto accorgere, e ne rimanesse pregiudicato nell’opinione.
Nondimeno la malcapitata moglie divenne incinta di nuovo; e vi potete immaginare che anche questo secondo figliuolo era già destinato all’ospizio dei gettatelli, a non conoscere i suoi genitori, a ritrovarsi nel mondo senza una famiglia sua propria. Giuseppe dopo aver commesso questo secondo atto di crudeltà paterna, sventuratamente ridottovi dall’estremo bisogno pei suoi cattivi portamenti, divenne più che mai burbero e fastidioso, disamorato anzi crudo verso la moglie, dedito maggiormente agli stravizj della bettola e del giuoco. La vita che la Carolina faceva era un continuo crepacuore. Dopo aver perduto in modo così crudele i figliuoli, vedersi quasi affatto abbandonata dal marito! A volte ei tornava a casa più tardi assai della mezzanotte, o non si faceva rivedere che il giorno dopo; e allora compariva sempre immerso in una cupa malinconia, pieno d’un’atrabile che metteva paura; sicchè la Carolina, dopo alcuni tentativi inutili, non si arrischiava ad insistere nelle dimande per sapere la cagione di quelle assenze notturne. Che veglie dolorose le toccava a passare! Che orribili pensieri le metteva in capo la paura! Che tormento di non poter più avere piena fiducia nella onestà del marito! La s’era accorta ch’ei bazzicava le bettole, ma non l’aveva mai visto tornare a casa ubriaco; e queste novità erano incominciate a poco per volta, dappoichè egli s’era messo a giuocare al lotto; e una mattina le intravvenne di trovare in camera due o tre polizze di lotto, che tutte insieme costavano più d’una mesata del suo salario. Eppure ei le lasciava i denari per le spese di casa!... E di dove cavava egli dunque i denari pel giuoco?
Una sera Giuseppe tornò a casa presto, appena che fu serrata la bottega del principale, ed era di buon umore.
Figuratevi se la Carolina ne giubbilasse, andandogli subito incontro con lieto viso.
— Tu non sai, eh? — disse allora Giuseppe — buone nuove! ho vinto al lotto, nientemeno che la bella somma di novecento scudi! E’ son lì contati uno sopra l’altro nel botteghino; or ora devo andare a riscoterli. Son venuto.... Presto!... Con questa roba bisogna cucire un sacchetto, due tre; e poi verrai anche tu ad aiutarmi a portarli. E’ pesano, sai? e’ son dimolti!... — E tutto infatuato non lasciava che la moglie aprisse bocca; non ebbe pace finchè i sacchetti non furono cuciti. Poi la fece vestire in fretta e in furia, e ratti ratti andarono a prendere la vincita al botteghino, e se la portarono a casa. Alla vista di quel mucchio d’argento nella sua casuccia, sul suo tavolino, riverberante i raggi del suo lume a mano, tornò a giubbilarne fuor di misura.
— Ma tu, — diceva alla moglie, — tu non mi sembri allegra quanto dovresti! O che non vedi che siamo diventati ricchi a un tratto?...
— Appunto per questo, abbi pazienza..., l’ho caro, sì, di vederti contento. Ma quattrini di giuoco! ho sempre sentito dire che prima o poi e’ tornano di dove son venuti....
— Eh! non alle mie mani peraltro! Corpo di...! Giacchè la fortuna m’ha assistito, giacchè ho fatto questa bella cilecca[203] a chi tiene il giuoco, a chi tira a rasciugare le nostre tasche, i’ non glieli rendo davvero sai? Una vincita come questa! Oh fossero state le ottanta, le cento lire, anche scudi vo’ mettere.... allora, chi sa? i’ non mi sarei sfogato abbastanza.... Ma ora? Oh! ora non mi gabbano più davvero, te lo dico io! Giacchè in questa maledetta guerra l’ho avuta vinta io, non ne vo’ più, no davvero!... E poi, non ti credere.... e’ mi costano, sai? — E in ciò dire tornava burbero come prima. — Sì davvero! mi costano; ed ora che gli ho, nissuno me li caverà!
— Ti costano? Ma come? E appunto volevo dire.... Chi ti dava tanti denari per giocare?
— Oh! mi costano! sicuro eh?... Intendo dire.... si sa.... spera oggi, spera domani....