— Smettiamo pure; ma io pagherei, per quel bene che spero mi vogliate, che voi mi confidaste....

— Sì, io ti voglio bene, e per questo ti dico di non lasciarti insuperbire dalla tua vittoria. Te lo dico io, che davvero non do sospetto di potermi mai mettere a competenza nè con te nè con altri. Vorrei anzi che tu fossi per diventare Raffaello Sanzio....

— E chi era Raffaello Sanzio?

— Chi era Raffaello Sanzio? — ripetè con aria di compassionevole afflizione a quella dimanda fattagli da un alunno premiato della scuola del disegno; ma poi reprimendosi proseguì: — Era pittore, forse il più grande di quanti ne sono stati finora e ne saranno per un pezzo. Io t’ho visto ricopiare con grande amore alcune sue teste....

— Oh bella! E non mi hanno detto nulla! Me le direte voi eh queste cose? Ma quali sono le teste che avete detto? — E correva ai disegni, e dopo averne scelti due o tre: — Scommetterei che son queste!

— Sì, per l’appunto. —

E allora Pippo, senza pensare ad altro, si pose a contemplarle con infinito diletto.

— Non v’è dubbio, — diceva intanto fra sè Nicodemo, — questo ragazzo avrebbe propriamente genio per l’arte. Che peccato ch’ei sia venuto al mondo con la povertà addosso ed in questi tempi!... —

Era verso sera, e giorno di festa: alcuni condiscepoli di Pippo vennero a cercarlo per congratularsi del premio; tra essi uno o due con affetto sincero, gli altri soltanto per cogliere una occasione di sollazzarsi più del solito. Così accade in quasi tutte le cose di questo mondo: pochi son quelli, per esempio, i quali frequentino una conversazione per amicizia vera verso la famiglia che li riceve, o vadano al teatro con l’intento d’istruirsi, o alla chiesa per divozione; i più hanno soltanto l’ambizionuccia di far sapere che vanno in quella tal casa, la smania di raccogliervi ciarle e di scroccarvi rinfreschi, e per essi il teatro e la chiesa son luoghi da veder gente e farsi vedere, sfoggiando in belle vesti, amoreggiando, spendendo in qualche modo il tempo, del quale non sanno che cosa farsi. Quell’uno o quei due che cercavano Pippo con buona intenzione, non badarono alla povertà della casuccia ch’egli abitava, o se vi posero mente gli si affezionarono più che mai; gli altri, benchè non fossero di famiglie facoltose, ma solo in apparenza potessero passare per gente da più di lui, guardarono al luogo, non alla persona, e accolsero subito nell’animo il vile e crudele sentimento del disprezzo, inacerbiti anco dall’invidia di vedersi superati in abilità da quel meschinello. Ma appunto costoro gli fecero i più strepitosi e i più smaccati elogj, ridendone poi insieme di soppiatto; e vollero che uscisse con loro, per goderselo, come dicevano, alla passeggiata. Pippo, sua madre e la Clarice, con ingenua credulità e grandissima gioja accolsero quelle congratulazioni mentite, e ne resero molte grazie. Pippo non stava più nei suoi panni; seguì la comitiva, e dopo che ebbero girellato alquanto per la città imbattendosi in altri condiscepoli che a loro si accompagnarono, vi fu chi propose di andare al caffè. Secondo l’usanza, quest’invito doveva venire da parte del festeggiato, e a lui stesso toccava pagare il rinfresco; ma oltrechè la conversazione era divenuta troppo numerosa, ognuno sapeva che Pippo era povero, e vollero invece pagare per lui. I più intemperanti e i più chiassoni si abbandonarono ad ogni eccesso; uscirono dal caffè ponendo in mezzo il premiato, che per l’insolito baccano e per la naturale sua ilarità si lasciava metter su da quei capi sventati; e, fosse caso o malvagio disegno di alcuni o inconsideratezza di tutti, volsero i passi verso la casa del primo tra i competitori di Pippo, di quello che, ad onta dell’ajuto dello zio professore, come dicevano, mentre si faceva sicuro del premio, se l’era visto rapire. E quivi, con alte voci di beffe, con insolenze d’ogni maniera, diedero facilmente a conoscere a quelli di casa, e chi erano, e che cosa fossero venuti a fare. Pippo, il quale in sulle prime di nulla erasi accorto, appena che v’ebbe posto mente, gli spiacque assai, ne mosse aperto rimprovero ai compagni, li abbandonò; e i peggiori se l’ebbero a male e fecero pensiero di ricattarsi. Intanto il competitore deluso conobbe la canzonatura; e al dolore della disfatta e all’invidia s’aggiunse lo sdegno dell’ingiuria, e se ne dolse coi genitori e con lo zio. Pippo solo fu accusato d’aver condotto i compagni a commettere quella insolenza; e chi n’era veramente colpevole, avvalorò la calunnia. Così il povero giovine si ritrovò ad avere molti nemici e tra i condiscepoli e tra i maestri; e, per quanta prudenza cercasse d’usare, spesso rinnovaronsi dissidj e s’accrebbero rancori, a cagione dei malevoli che s’erano proposti di perseguitarlo. Infine vedendo egli che la rassegnazione e la modestia non bastavano a liberarlo da tante inquietudini, volle provarsi a fare ardimentosa resistenza; anch’egli sciolse la lingua alle contumelie, e si pose in aperta guerra, attenendosi al proverbio «chi pecora si fa lupo la mangia.»[211] Ma Pippo era solo contro tutti, era povero, non aveva sostegno di persone autorevoli; le sue sole difese erano l’abilità e l’ardire; e queste ad altro non servivano che ad accrescere l’invidia e l’odio degli avversari. Celò sempre a sua madre tutte queste disgustose avventure; ne fece qualche parola con Nicodemo, ma non seppe, o forse non potè sempre seguire i suoi buoni consigli; e la contesa andò tant’oltre, che senza aver commesso niuna colpa, ei si trovò alla fine espulso dall’Accademia qual pericoloso suscitatore di discordie tra i condiscepoli. Niuno si mosse a prendere le sue difese, perchè sebbene ei fosse stato sempre rispettoso verso i superiori, tuttavia non s’era curato mai di corteggiarli; e così credeva anzi, e non s’ingannava, di mostrare vera stima e rispetto verso di essi. Avrebbe potuto addurre da sè medesimo sincere ed efficaci discolpe; ma bisognava accusare altri, palesare ingiustizie, parzialità, calunnie, fare in certo modo il delatore; e solo a pensarvi ne rifuggiva con generoso dispetto.

Allora ei tornò a riflettere più seriamente ai casi proprj; e già anche senza l’espulsione dall’Accademia, il bisogno di provvedervi in qualche modo andava crescendo. Ormai, per continuare lo studio della pittura, occorrevano spese troppo superiori alla possibilità della madre; ed egli avrebbe voluto anzi da lungo tempo guadagnar qualche cosa per assisterla. La risoluzione di mettersi a un mestiero sarebbe stata più opportuna due o tre anni prima. Ora v’era anche bisogno di maggiore sforzo per vincere l’amor proprio. Dopo tanto studiare, dopo tanti elogi, sul punto quasi di prendere la tavolozza e d’aprire studio, come ridursi a entrare garzone d’uno stipettajo o d’un fabbro? Tuttavia il povero giovine non sapeva trovare strada di mezzo; e più d’ogni altro partito sarebbegli dispiaciuto quello già preso da molti suoi compagni, di mettersi a colorire stampe, a miniare, a copiare bazzecole,[212] a rimpasticciare i quadri vecchi o a riquadrare le stanze; perchè, non potendo essere artista, non sapeva nemmeno rassegnarsi affatto a lavori solamente manuali, col rammarico di tanti anni sprecati nello studio del disegno.