— E non solo il denaro, — diceva Nicodemo, spinto dalla gravità del caso a ragionarne di proposito con Pippo che gli aveva confidato tutto, — ma anche l’istruzione ti manca, ragazzo mio....
— Eh! voi me l’avete detto altre volte; e io ci ho pensato poco. Ma perchè non me l’hanno detto anche i maestri?
— I maestri avranno pensato solamente a insegnarti il disegno, supponendo che tu potessi provvedere al resto da te, o che non ti premesse imparare altro che la pittura, per dir così, macchinalmente. Non voglio credere che giudichino inutile l’istruzione per chi non si contenta di saper ritrarre uomini, copiare quadri antichi, e cose simili.
— Ma spiegatemi un po’ meglio che cos’è questa istruzione, perchè, a dirvela, ho anche udito dire che i grandi maestri del tempo scorso non se ne ingerivano poi tanto; eppure divennero celebri....
— Pippo mio, questo non possono averti detto le persone di senno. Chi ben guarda alle opere di quei maestri, non vi trova soltanto la perfezione del disegno e il merito del colorito, ma anche la elevatezza dei concetti nella esposizione degli argomenti, la filosofia, come dicono, dell’arte, i significati ingegnosi, l’espressione dei volti e degli atteggiamenti, cose tutte che derivano dal genio educato dalla sapienza. Di questa sapienza non facevano pompa, perchè erano uomini semplici e modesti; ma essa traspare dalle opere: contemplale a lungo, cerca di ritrovarvi la ragione di quei componimenti mirabili, e vedrai che per dipingere in quel modo, e perchè le figure ti commovano, ti sveglino sentimenti d’amore, di pietà, di dolore, idee e affetti generosi, perchè insomma ti parlino all’anima per commoverti o per istruirti, come farebbe la più bella pagina d’un libro, anzi un libro intero, un intero poema, non basta aver addestrato l’occhio e la mano a ben ritrarre il nudo e i panneggiamenti, i colori e le ombre, gli scorci e i piani, e tutto quello, in sostanza, che si riferisce alla semplice copia della natura o dei costumi degli uomini. Bisogna dunque educare anche l’intelletto, acquistare idee e saperle connettere e abbellire con l’immaginazione, e valersene per comporre sulla tela, come farebbero il poeta, lo storico, il filosofo nei loro libri. E queste idee le troverai tu nella scuola del disegno, nella compagnia dei condiscepoli, negl’insegnamenti sterili del maestro? Bisogna acquistarle con lo studio dei buoni libri e delle opere dei grandi artisti; bisogna che il sentimento governi l’occhio e la mano, e dia la vita alle figure. Forse vedendo che gli antichi rappresentavano quasi sempre argomenti di religione pagana o di religione cristiana, crederanno i moderni artisti che avessero poco bisogno di studiare la storia dei popoli, di coltivare le lettere, di elevarsi al maggior grado della civiltà dei loro contemporanei; ma io torno a dire: contemplate bene le loro opere, fossero anche tutte e solamente d’argomento religioso, e vedrete quanta sapienza, oltre all’abilità, vi traspare! Almeno avranno studiato sui libri che narrano la storia alla religione, avranno letto e meditato gli scritti dei Santi Padri, i poemi che descrivono le più rinomate vicende dei popoli e degli eroi. Indi gli scolari seguivano i maestri sui lavori e gli ajutavano, e gli udivano ragionare; avevano di continuo commercio d’idee con chi già era istruito; e i grandi avvenimenti di quei tempi o delle età meno remote da loro che da noi, la vita pubblica dei popoli accesi da vigorose passioni, le molte industrie, i commerci, le guerre, le parti, il movimento straordinario che li teneva tutti svegli, erano continua lezione. Ora tu vedi che siamo in tempi di molta inerzia e di passioni meschine; non già che per dar vita alle arti, e istruzione e sentimento agli artisti, ci vogliano anco gli sconvolgimenti calamitosi dei secoli meno civili o meno tranquilli del nostro; le arti e gli artisti prosperano anzi, come tutte le altre cose, più nella pace che nella guerra o nella discordia, ma purchè questa pace non sia codarda, nè sonnolenta, nè contaminata dalla depravazione dei costumi, e che non vieti al popolo di fare quella parte che gli spetta nelle pubbliche faccende. Tu vedi ora una dimenticanza quasi universale d’ogni generoso sentimento; la moltitudine oppressa dalle miserie e dall’ignoranza, o solo occupata a sostenere le fatiche materiali dei suoi mestieri; le persone quasi tutte prese da uno smisurato egoismo, dedite alla cupidigia dell’oro o dei piaceri, diffidenti, con poche ed abbiette e spesso colpevoli voglie; la gente ricca dominata per lo più dai capricci della moda, dalle mollezze, dal fasto, o dalla sordida avarizia; una gioventù snervata, oziosa, frivola, e per la maggior parte libertina; i generosi sentimenti per lei stanno più nelle parole che nei fatti; i buoni proponimenti durano poco; per tutto una mania di fare, di riformare, d’accrescere più i beni materiali che i morali per la nazione; ma è quasi sempre fuoco di paglia, sopraggiunge presto la stanchezza, e la fatica e la perseveranza pesano a tutti. Ove trovi tu da ispirarti? forse nei caffè ripieni di una folla di giovani spensierati, che se non si depravano conversando insieme, certo non si migliorano? forse nei teatri divenuti scuola d’ineducazione e di costumi licenziosi? forse nei pubblici passeggi che non sono altro che mostre di gente vana che ha messo tutto il suo studio nella guardaroba? Le feste popolari non hanno altro di bello che il nome; le solennità religiose non ti presentano altro che fasto profano, privo di divozione, spesso irriverente! Così la poca vita pubblica che ci rimane è tutta sterile di sentimento, è una continua mostra di vanità e d’ipocrisie, nelle quali i varj ordini di cittadini si scimmieggiano tra di loro, e sembra facciano a gara a chi più si deprava. Le cose non anderanno sempre così, questo è vero. Vi sono tuttavia i magnanimi e i virtuosi che tentano di redimere la società dall’avvilimento in cui è caduta; e verrà tempo che il buon seme che essi spargono dovrà fruttare; e le persecuzioni, gli esilj, le carceri, i martirj che incontrano, affretteranno quel tempo.[213] I popoli non periscono come un solo uomo; invano sperano i malvagi che le nazioni tollerino sempre la loro vergogna, stieno sempre divise, dimentichino per sempre il passato. Una nuova èra di risorgimento si prepara, si avvicina; i tentativi generosi non furono mai inutili; le virtù popolari si assopiscono ma non si spengono mai. Quando l’ora è suonata, una scintilla basta a riaccenderle. Ah! è vero, io ho sperato troppo, ho offerto tutto me stesso alla patria, ho creduto che non fosse invano, ho patito.... non ti saprei narrare giammai quanto ho patito! Tu vedi quale è il presente mio stato, e basta! Ho perduto ogni cosa; ma la speranza no! I miei occhi saranno chiusi dalla morte, e, nondimeno, anche morendo io spererò sempre, perchè chi desidera davvero il bene della patria, non lo desidera per sè solo, ma pei posteri; non per sè solo, ma per quelli si adopera, e sostiene fatiche, persecuzioni, dolori, dovesse volerci anche qualche secolo prima che quel bene sia ottenuto. Ma intanto che cosa farai tu mentre si maturano i destini della tua patria? Se tu vuoi nutrire con elevate idee il tuo genio d’artista, ti convien cercare i modelli più nelle opere degli antichi che in quelle dei moderni; ti conviene scegliere nei secoli quei fatti e quegli uomini che meglio ti rappresentano il buono, il bello, il grande, il sublime della società umana. Nè alcuno può avere immaginativa tanto feconda, da figurarsi il passato senza studiarlo nei monumenti e nei libri; e molto studio ci vuole per bene scegliere, per ben confrontare, per bene adattare gli argomenti ai bisogni del tempo, e affinchè insomma la tua opera sia originale, istruttiva, e contribuisca con le altre diverse manifestazioni del vero ingegno, a migliorare la società. Questo è il dover tuo, se vuoi essere artista; il diletto solo nelle opere d’arte non basta, ed è anzi intendimento secondario; il fine principale è quello di accendere negli animi l’amore della virtù, la emulazione dei fatti egregi, di parlare a un popolo il linguaggio degno di lui, degno della virtù e della nazione: l’artista ignorante è sempre mediocre, è sempre soggetto, se vuol campare della sua arte, a vendere servilmente l’opera e l’ingegno; è spesso tentato a prostituire l’arte all’adulazione, al capriccio, al vizio.... Queste cose dico a te, non per distoglierti dal proseguire i tuoi studj, ma perchè tu vi rifletta ad animo riposato....
— A me pare che abbiate ragione; e sento che se io dovessi fare il pittore, vorrei farlo con decoro; e se questo la mia povertà e la mia ignoranza non mi concedono, meglio è che alla fine abbandoni l’arte.... Ma intanto ho tradito le speranze della mia povera madre! So che finchè ella vive non le mancherà un tozzo di pane, e io sono preparato a campare alla meglio col meschino guadagno d’un mestiere, a vivere piuttosto povero e indipendente, che ad avvilire me o l’arte mia per qualunque grosso guadagno!... Ma se mi fosse riuscito di procacciare più comodi a mia madre nella sua vecchiaja; se avessi potuto dirle una volta: riposatevi, mamma, non lavorate più per bisogno; ecco, io guadagno tanto che basta a farvi star bene!...
— E perchè non potrai tu riuscirvi? No, tu non ti devi scoraggiare; tu hai gioventù, ingegno, robustezza, amor del lavoro....
— Ma che cosa farò io dunque, se abbandono l’arte addirittura?...
— Nè questo è necessario. Tu mi confidasti molto tempo fa che la tua prima vocazione sarebbe stata il disegno del paese....
— Pur troppo!...