Scomparve Attila co' suoi predatori, e non più Milano potè essere la residenza de' sovrani, distrutta e incendiata come ella era. In fatti quei pochi deboli augusti, che continuarono la serie dei Cesari ancora per ventiquattro anni, soggiornarono o in Roma o in Ravenna, non mai in Milano. Petronio Massimo i tre mesi che regnò, li visse in Roma. Marco Macilio Avito per un anno circa fu imperatore, e visse nella Francia ed in Roma. Giulio Maggiorano resse l'Imperio prima in Ravenna, e dopo circa tre anni fu deposto in Tortona. Libio Severo fu proclamato augusto in Ravenna, e quattro anni dopo morì in Roma. Procopio Antemio in Roma fu proclamato, e vi regnò circa cinque anni. Lo stesso dicasi di Anicio Olibrio, Claudio Clicerio, Giulio Nipote e di Romolo, che tutti insieme non più di quattro anni regnarono succedendosi quasi efimeri imperatori. Quest'ultimo, chiamato Romolo Augustolo, con un diminutivo indicante la somma debolezza a cui si era ridotta la dignità imperiale in lui, fu costretto da Odoacre, re degli Eruli, invasore d'Italia, a spogliarsi della porpora l'anno 476. O fosse che la dignità d'augusto, avvilita dagli ultimi imperatori, non sembrasse bastante grado all'ambizione del conquistatore, o fosse che gli usi e la forma di governo d'una nazione conquistata, sembrassero pregievoli al barbaro vincitore, egli ricusò di chiamarsi Cesare, e assunse il titolo di re d'Italia. L'imperatore Zenone, che allora regnava in Oriente, non aveva forze per ispedire da Costantinopoli un'armata a liberare l'Italia, e riunirla all'Impero. Egli amava Teodorico, figlio del re de' Goti, giovine allevato alla Corte di Costantinopoli, e innalzato al consolato. Quel giovine reale s'era talmente distinto col suo merito presso di Cesare, che nella imperiale città gli fu innalzata una statua equestre per comando di quell'augusto, che l'aveva fatto suo figliuolo d'armi. Permise egli adunque a Teodorico che venisse in Italia co' Goti, e ne scacciasse gl'invasori, e così fece. Tutto si dissipò il furore degli Eruli al presentarsi di que' valorosi, e l'Italia rimase dei Goti. Il re Teodorico fu risguardato come un benefico liberatore. Egli accortamente adoperò ogni mezzo acciocchè gl'italiani non s'avvedessero di obbedire a una dominazione estera. Obbligò i Goti a vestire l'abito romano. Col proprio esempio insegnò loro ad uniformarsi all'indole della nazione. Onorò le scienze e le arti. Vegliò sulla esatta osservanza della giustizia. Repristinò i nomi e i riti delle antiche magistrature. Preservò da ogni vessazione i popoli nel pagamento dei tributi. Tenne animati gli spettacoli pubblici, e ristorò i pubblici edifici. Egli era ariano, e protesse i cattolici contro di ogni violenza, lasciando loro un libero e rispettato esercizio della religione; e dopo trentasette anni di un regno felice, lasciò un nome glorioso nella storia, che non sa rimproverargli nemmeno la morte di Boezio e di Simmaco, comandata per seduzione, e vendicata da crudelissimi rimorsi, che, accelerando la morte a Teodorico, dimostrarono quanto fosse straniero il delitto al di lui cuore.
Il regno dei Goti durò sulla Italia per lo spazio di sessant'anni. Cominciò con Teodorico l'anno 493, e terminò con Teja nel 553. I re che furono di mezzo si nominarono Atalarico, Teodato, Vitige, Teobaldo, Erarico e Totila. Il più notabile per la storia di Milano è Vitige, sotto di cui la infelice nostra patria rimase presso che annichilata, come ora dirò. Non avendo io preso a scrivere una storia generale, ma unicamente quella di Milano, nè per ora, nè in séguito mi stenderò mai sugli avvenimenti d'Italia se non di volo, e per quella connessione che ebbero colla nostra città. Quest'argomento, più vasto e generale, è stato trattato prima del 1766 da un uomo che, nel fiore della gioventù, ha posposti i piaceri che le grazie della persona e dello spirito potevano cagionargli, ai men volgari piaceri d'illuminare i suoi simili, e di lasciare una durevole memoria alla posterità. Alcune circostanze hanno consigliato il differire di render pubblico quel lavoro di erudizione, di fatica e d'ingegno non comune. I lettori un giorno giudicheranno se quel compendio della storia d'Italia sia stato annunciato da me con parzialità, e se l'autore medesimo, che gli ha fatti piangere colla Pantea, gli ha fatti fremere colla Congiura di Galeazzo Sforza, e gli ha occupati colla placida e sensibile narrazione di Saffo, abbia saputo dipingere al vivo il carattere dei secoli, e lo stato della felicità e della coltura degli Italiani da Romolo fino a noi. Per quanto sieno stretti i vincoli del sangue, e più quei d'una cara amicizia che mi legano a lui, io non posso dimenticare di rendere un tributo al merito ed ai servigi ch'egli ha preparati al pubblico. La storia d'Italia adunque dirà di più; e così, io della dinastia de' Goti dirò unicamente, che sembrò riconoscessero il regno d'Italia come un beneficio dell'imperatore, al quale lasciarono l'apparenza della eminente sovranità: il che si scorge anche oggidì nelle monete gotiche, sulle quali vedesi impressa l'immagine degli Augusti colle loro iscrizioni, e unicamente dall'opposta parte il nome del re d'Italia senza immagine. Sin che durò la dominazione de' Goti, si vede che le città considerate nell'Italia erano Roma, Napoli, Pavia, Ravenna, Verona, Brescia, non mai Milano, di cui non v'è menzione, fuorchè per la rovina accaduta sotto Vitige, l'anno funestissimo 538. L'imperatore Giustiniano mal soffriva che le province del romano impero fossero invase dai popoli barbari. Amava la gloria, e la cercò coi pubblici edifici, col codice delle leggi e coll'attività de' suoi generali Belisario e Narsete. Belisario venne il primo nell'Italia, e ricuperata era già dalle armi imperiali l'Italia meridionale sino a Roma. I Milanesi non erano stati distrutti da Attila, che aveva atterrata la loro città; essi viveano e alloggiavano nelle terre, e se avevano perdute le ricchezze depredate dagli Unni, non perciò si erano dimenticati dalla grandezza della loro patria, e quindi abborrivano l'estera dominazione che aveva loro cagionato tai danni. Se l'accorta politica e il felice carattere di Teodorico avevano, come dissi, acquistato tanto ascendente fino a fare illusione e togliere agli Italiani l'avvedersi che obbedivano a un popolo barbaro, i Milanesi, tanto offesi dagli Unni, non potevano dimenticare che i Goti pure dalle contrade medesime erano discesi: e quindi assai bramavano che le forze imperiali ristabilissero nell'Insubria l'antica maestà e potenza dei Cesari. Questo fu il motivo per cui cautamente fu spedito a Roma Dazio, vescovo di Milano, con alcuni de' primarii della patria, i quali, abboccatisi con Belisario, gli esposero lo stato dell'Insubria, il numero dei popoli, l'odio che generalmente regnava contro dei Goti e la facilità di riunirla all'Impero, soltanto che vi si assegnasse un mediocre soccorso di armati. Belisario gli accolse amichevolmente, e affidò a un valoroso capitano per nome Mondila un numero considerevole di soldati; i quali, imbarcati sul Tevere, sboccando nel Mediterraneo, giunsero a Genova, d'onde, superati i monti, scesero verso Milano. La provincia sarebbe stata tutta immediatamente dell'Impero se non vi fossero stati in Pavia i Goti. Pavia era già una città forte, e gl'imperiali non erano nè in numero da poterla sorprendere, nè scortati da macchine sufficienti ad assediarla e impadronirsene. Milano, Novara, Como e Bergamo si unirono a Mondila. Vitige spedì a questa volta un buon numero de' suoi, guidati da Uraja di lui nipote. Le corrispondenze che passavano fra il re goto e gli abitatori delle Alpi, oggidì chiamati Svizzeri, e allora Borgognoni (poichè l'antica Borgogna si estendeva persino su quelle parti), fecero che un'armata di Borgognoni contemporaneamente scendesse dalle Alpi su di questa pianura; e i Goti, uniti a questi terribili alleati, acquistarono una forza preponderante. Forse alcune rivalità insorte fra i due generali dell'Imperio, Belisario e Narsete, recentemente mandato in Italia, si combinarono a desolare Milano; nessun soccorso vi si innoltrò; scomparvero Mondila e i suoi; e dai Goti e dai Borgognoni venne non solamente atterrato il poco che aveva lasciato Attila, ma furono trucidati trecento mila abitanti, senza riguardo alcuno alla età; e le donne giovani furono regalate ai vincitori, singolarmente ai Borgognoni. Vi è chi in questo racconto, che ci viene da Procopio[68], crede di trovare una esagerazione, e limita l'eccidio a trentamila abitanti, e non più, considerando la inverosimiglianza di supporre una così grande popolazione in una città di giro angusto, e già da Attila diroccata e incenerita. Io però non oserei di accusare l'inesattezza di Procopio, che, sebbene scrivesse lontano da noi, scriveva però avvenimenti dei tempi suoi e avvenimenti che alla corte di Costantinopoli dovevano essere esattamente palesi. Egli è vero che la città era piccola, e già ne ho indicato il recinto; ma è verosimile che l'esterminio cadesse sopra tutti gli abitatori del milanese. Vero è altresì che rari sono nella storia così enormi atrocità; non sono però senza esempio, e uno dei più sicuri lo somministra l'America meridionale. È finalmente vero che la umana natura non è spinta nemmeno fra i barbari a superflua crudeltà; ma la condizione dei Goti era pericolosissima sin tanto che l'Insubria fosse popolata da una nazione loro infensa. I Greci sbarcavano nella Sicilia e nel regno di Napoli, e si innoltravano da quella parte a far loro guerra. I Goti avevano per alleati gli oltramontani; ma se gl'Insubri, male affetti, vi rimanevano di mezzo, i Goti erano fra due armate nemiche, privi di ritirata. La necessità adunque suggeriva di non porre limite alla distruzione degli abitator. Tutto ciò, a mio credere, prova la possibilità della asserzione di Procopio; e quello poi che sopra tutto me la rende verosimile, si è la considerazione che la salubrità del clima, e singolarmente la fecondità della terra del milanese sono tali, che sempre dopo le sciagure sofferte o per le vicende politiche, o per le pestilenze od altri fisici disastri, passato un determinato numero di anni, la città riprese vigore e si ristorò allo stato primiero, siccome vedremo nel progresso; laddove da questa desolazione del 538 per cinque interi secoli non fu possibile che risorgesse. Quantunque sotto di Attila ottantasette anni prima fosse diroccata, smantellata, incendiata Milano, dispersi i cittadini, saccheggiate le loro ricchezze; noi vediamo che ebbero ardire e forza per collegarsi con Belisario, e porre in forze il regno dei Goti; e se per cinquecento anni, dopo l'eccidio di Vitige, rimase dimenticata la città di Milano, e posposta a Pavia non solo, ma persino a Monza, forza è il dire che la spopolazione e l'esterminio veramente sieno stati enormi. Non per questo mi renderò io mallevadore del preciso numero scritto dallo storico greco, al quale il nostro Tristano Calco non dubitò di far una diminuzione col limitare la strage a trentamila uomini; con tutto ciò a me sembra che una tale perdita, benchè funestissima, non sarebbe stata cagione bastevole a spiegare un così lungo annientamento accaduto dappoi.
Gli storici milanesi sin ora hanno veduti questi fatti sotto un aspetto diverso da quello col quale mi si presentano. Per me i nomi di Uraja e di Vitige sono i più funesti che possa rammemorare la nostra storia. E quali altri lo sarebbero se non lo sono i nomi di coloro che annientarono Milano dal secolo sesto sino al secolo undecimo? Gli storici nostri hanno temuto di deturpare lo splendore della patria raccontando una così lunga depressione, e non potendo spiegare dappoi come i re d'Italia ponessero la loro corte a Pavia, da Pavia avessero la data quasi tutti i diplomi, in Pavia si facessero le solenni incoronazioni, immaginarono un privilegio dato da Teodosio a sant'Ambrogio, per cui non fosse più lecito ai sovrani di soggiornare in Milano. L'assurdità di questo sognato privilegio si manifesta da ogni parte. Basta il riflettere che Teodosio istesso sarebbe stato il primo a violarlo, poichè visse e morì in Milano, siccome ho detto. Onorio, di lui figlio, in Milano celebrò le sue nozze, e nel capo antecedente si accennò quanto vi dimorassero dappoi gli augusti. Sarebbe cosa assai strana che i Goti, i Longobardi e i Franchi avessero obbedito con maggiore riverenza a un privilegio di Teodosio, di quello che ei medesimo, i suoi figli e successori non fecero. Il metropolitano di Milano in quei tempi non aveva giurisdizione o ingerenza nelle cose civiche, nè a sant'Ambrogio si sarebbe accordato un privilegio quando si fosse voluto darlo alla città. Se Milano avesse ottenuta una forma repubblicana, e avesse creato i proprii magistrati, e riscossi i proprii tributi sotto una semplice protezione del sovrano, poteva esservi il desiderio di non alloggiare un protettore sempre pericoloso al governo aristocratico e popolare; ma Milano era città suddita come le altre, nella quale gli storici nostri c'insegnano che risiedeva un governatore a nome del sovrano, chiamato duca sotto i Longobardi, e conte sotto i Franchi, dal quale si esercitava la somma autorità; il privilegio dunque si riduceva a condannar Milano a non essere mai più la capitale del regno. Da qualunque parte si svolga una tale opinione, sebbene tanto ripetuta, non vi troveremo che degli assurdi e tali che, se vi è certezza nella storia, egli è evidente che un diritto cotanto indecente e sconsigliato a chiedersi ed a concedersi, altro non è che un sogno immaginato per poter persuadere che Milano conservasse la sua grandezza ancora in quei secoli nei quali la corte dei sovrani stava collocata poche miglia da lei lontana. Le città che hanno un monarca desidereranno sempre di esserne la residenza e la patria dei successori; e quelle che si reggono sotto altra costituzione, avrebbero un fragilissimo garante, se altro non le mantenesse in possesso dei loro diritti, fuorchè una pergamena.
La riunione dell'Italia all'Impero, cominciata sotto il comando di Belisario, si perfezionò reggendo l'armata cesarea il glorioso Narsete, spedito nella Italia da Giustiniano Augusto. Nell'anno 553 non rimase più alcun Goto nell'Italia, se non reso suddito dell'imperatore, e da quell'anno cominciò il governo di Narsete, che risiedette in Roma, reggendo l'Italia per Giustiniano, lo spazio di quattordici anni. Ma estinto il generoso Narsete, non restò all'Italia uomo capace di preservarla da nuovi barbari, e nell'anno 569 entrovvi Alboino, guidando una sterminata moltitudine di Gepidi, Bulgheri e Longobardi. Occupò egli senza contrasto buona parte dell'Italia, e il centro della nuova dominazione fu l'Insubria, che cambiò il nome, e chiamossi Lombardia, dall'essere diventata la sede di questo nuovo regno de' Longobardi. Ravenna diventò la residenza del ministro, che col nome di esarca gli augusti destinavano a reggere Roma, Napoli e altre città che rimasero sotto l'imperatore preservate dalla invasione. I Longobardi, senza contrasto alcuno, s'impadronirono di Milano e delle altre città; ma Pavia si difese e sostenne tre anni di assedio. I costumi di questi nuovi ospiti si conoscerebbero anche da un fatto solo. Soggiornava il re Alboino in Verona, e un giorno, più ferocemente allegro del solito, costrinse la regina Rosmunda, sua moglie, a bere in una coppa orrenda, fatta col cranio di Cunigondo, di lei padre, ucciso da Alboino medesimo. La regina comperò coll'adulterio un vendicatore; fu assassinato Alboino; Rosmunda, coperta dell'obbrobrio di due delitti, si avvelenò: tali erano i costumi di quella nazione. I Longobardi radunaronsi in Pavia, ed innalzarono Clefi a regnare. Costui con tanta crudeltà trattò gli uomini, che, dopo alcuni mesi, venne ucciso nel 575. I primi generali longobardi, in vece di passare a nuova elezione, si divisero lo Stato; furono trenta questi piccoli tiranni, che col titolo di duca si appropriarono una parte del regno, e Milano diventò suddita di Albino, al quale si attribuisce d'aver fabbricato il suo alloggio in una parte di Milano vicina al centro, che oggidì chiamasi Cordùs, nome derivato, a quanto pretendesi, dal latino Curia Ducis. Questa anarchia dopo dieci anni terminò, avendo i proceri riconosciuto per loro re Autari, figlio dell'ucciso Clefi: ma in questa acclamazione i duchi vollero ritenere una sovranità secondaria, contribuendo bensì i servigi militari e una porzione dei tributi al re, ma conservando ciascuno il dominio del proprio ducato; il che fece poi nascere il gius feudale appunto verso il finire del sesto secolo. La dinastia dei Longobardi durò per ventidue regni nello spazio di poco più di due secoli. Le elezioni, le feste, le incoronazioni, le nozze, tutto quello che indichi luogo di residenza, non mai si fecero in Milano durante la dinastia dei Longobardi. Paolo Diacono nomina Milano:[69] suscepit Agilulfus, qui erat cognatus regis Authari, inchoante mense novembrio, regiam dignitatem. Sed tamen, congregatis in unum Langobardis postea mense madio, ab omnibus in regnum apud Mediolanum levatus est[70],e quell'apud fa vedere che l'adunanza si tenne nella pianura vicina e non nella città; e altrove:[71] igitur sequenti aestate, mense julio, levatus est Adaloaldus rex super Langobardos apud Mediolanum in circo, in praesentia patris sui Agilulfi regis, astantibus legatis Theudeberti regis Francorum[72]: e qui pure apud e non Mediolani, come avrebbe scritto Paolo Diacono, giacchè, quantunque presso alcuni scrittori del buon secolo la voce apud non significhi nei contorni, ma bensì nel luogo nominato, lo stile di Paolo rende giustificata la interpretazione. Teodelinda e Agilulfo molto soggiornarono in Monza, ma gli altri re per lo più tennero la loro corte a Pavia, che diventò la capitale del regno d'Italia, in cui, per fine, fu da Carlo Magno assediato e preso, nel 774, Desiderio, ultimo re dei Longobardi, e condotto prigioniero in Francia; e così in Carlo Magno cominciò una dinastia nuova di re d'Italia francesi, e si rinnovò il nome dell'Impero occidentale.
Di ciò che spetti alla Storia di Milano durante la dominazione de' Longobardi, non vi è cosa alcuna. Delle monete gotiche non se n'è trovata una sola che indichi essere stata adoperata da essi la zecca di Milano. Delle monete longobarde due ne conservo: la prima d'oro potrebbe essere della zecca di Milano; essa è di Luitprand, che regnò del 712 al 744; ed ha un M. nel campo ove sta la immagine; ma ognun vede quanto ne sia incerta la prova; l'altra pure d'oro ha da una parte il nome del re Desiderio, e dall'altra Flavia Mediolano; essa prova che la zecca di Milano è stata adoperata prima del 775; poichè questa rara moneta, che il solo Le Blanc ha pubblicata, è stata coniata nei diecisette anni precedenti, ed è la più antica moneta sicura della nostra officina monetaria, non avendo le più antiche, che si credono di Milano, se non delle probabilità. Ciò però basta per provare che da mille anni almeno a questa parte, la zecca di Milano ha battuto moneta. Se prestiamo credenza a Paolo Diacono, scrittore longobardo, la nazione de' Longobardi veniva dalla Scandinavia. Forse quello storico non aveva letto la geografia di Tolomeo, in cui si vede:[73] habitant Germaniam quae circa Rhenum est, a parte prima septentrionali Brusacteri parvi appellati, et Sicambri, Oqueni, Longobardi. Erano adunque i Longobardi popoli della Germania, vicini al Reno, dalla parte settentrionale. Aggiunge poi Tolomeo:[74] interiora atque mediterranea maxime tenent Suevi Angli, qui magis orientales sunt quam Longobardi. Sembra con ciò indicarsi che la patria de' Longobardi fosse a un dipresso verso la Westfalia. Per la ragione medesima crederemo che nemmeno avesse osservato Cornelio Tacito, nel libro de situ Germaniae, ove si legge:[75] Longobardos paucitas nobilitat, quod plurimis et valentissimis nationibus cincti, non per obsequium, sed praeliis, et periclitando tuti sint; e Tacito istesso nelle storie:[76] Longobardorum opibus refectus, per laeta, per adversa res Cheruscas afflictabat, dice di Italo Flavio, re dei Cheruschi, sotto Claudio Augusto. Se adunque cinque secoli prima che venissero i Longobardi a invadere l'Italia, erano essi popoli della Germania, non si può attribuire che ad errore e falsa tradizione l'averli fatti discendere dalla Danimarca e dalla Svezia, cioè dall'antica Scandinavia, nel secolo ottavo, nel quale scriveva Paolo Diacono.
Quando ho detto che la distruzione di Uraja sotto Vitige del 538 fu uno annientamento di Milano, dal quale per cinque interi secoli non potè risorgere, non intendo perciò di asserire che non vi rimanessero più abitatori nel luogo della città, e che il suolo ne restasse deserto; dico annientata la città cospicua, e rimasto al luogo di essa un ammasso di ruine, con alcune chiese e alcune case abitate da un piccolo numero di poveri uomini mal sicuri: perchè le mura delle città atterrate lasciavano libero ingresso ad ogni invasore. Alcuni rari abitatori erano, dopo quest'eccidio, sparsi sulla campagna: poco in vigore era la coltura delle terre per mancanza di uomini; insomma non restava di grande che la memoria e la dignità del metropolitano, la quale non rovinò colla città, come per più secoli si sostenne il decoro del patriarca d'Aquileia.
Il conte Giulini ci assicura in più luoghi che prima del 1000 la maggior parte de' nobili abitava nelle terre[77]: e l'asserzione di un autore tanto esatto, fedele e ingenuo, è maggiore di ogni eccezione; egli non l'ha fatta se non dopo di avere esaminata con attenzione e giudizio una sterminata mole di carte antiche. Il peso della autorità di questo erudito autore cresce, se si rifletta ch'egli ha procurato, quanto mai era possibile, di dar risalto alla storia nostra, e far comparire Milano sempre considerata; il che ha eseguito quanto gli è stato fattibile, salva la verità. Nelle diete, che pure era costretto a dire ch'eransi tenute in Pavia, egli aggiunge: naturalmente vi avrà preseduto il nostro arcivescovo. M'immagino che la incoronazione l'avrà fatta l'arcivescovo di Milano; così dice narrando le solenni inaugurazioni dei principi: e così cerca di grandeggiare anche in quei secoli che veramente mi sembrano di oscurità e depressione. Se adunque la maggior parte de' nobili in que' tempi non dimorava in Milano, egli è evidente che non vi potevano rimanere che pochi e miserabili abitatori, come anche al dì d'oggi accadrebbe, se i cittadini nobili l'abbandonassero, e si collocassero a vivere sparsi nel contado. Tutti i fatti più sicuri che rimangono, provano ad evidenza questo annientamento. Si è osservato nel capitolo primo come il circuito delle antiche mura era di circa due miglia; esattamente misurandolo sopra la carta di Milano, egli era di mille e seicento trabucchi, laddove il giro delle odierne mura è di circa quattromila trabucchi, compresovi il castello. Il miglio si calcola tremila braccia, così il trabucco è cinque braccia, così seicento trabucchi fanno un miglio. Quindi le mura antiche erano nel giro due miglia e due terzi, e le mura attuali sono sei miglia e due terzi. Lo spazio adunque della antica città era appena la sesta parte dello spazio della città attuale; dico appena, poichè, laddove le mura attuali formano un poligono che si accosta al circolo, le antiche in più d'un luogo irregolarmente portavano la convessità dalla parte del centro della città medesima. Questo piccolo spazio nel quale era ristretta la città, in molti luoghi era evacuo; vi erano perfino de' pezzi di terra coltivati, dei quali attualmente si conservano i contratti di locazione o di vendita; v'era il Forum Assamblatorum; v'era il Foro pubblico[78]; v'era l'orto dell'arcivescovo in quello spazio che ora occupa la regia ducal corte, che perciò si nominò il Broletto vecchio, dalla voce Brolo, che ne' secoli bassi significava appunto un orto, come anche in oggi l'adopera in questo senso la nostra plebe[79]. Dall'altra parte l'arcivescovo aveva il giardino, Viridarium, Verzè; così attualmente chiamasi quel sito. Dietro la metropolitana eravi un campo, e quel sito conserva perciò anche presentemente il nome di Campo Santo[80]. Entro le mura della città, vicino a San Giovanni alle quattro facce, v'erano in que' tempi dei campi coltivati[81]. Altri pezzi di terra coltivati si ritrovavano vicino a San Satiro[82]. Presso Santa Radegonda v'erano pezzi di terra coltivati, con una cascina[83]. Altra terra coltivata trovavasi in città vicino alle mura antiche di porta Vercellina[84]. Vicino alla chiesa di San Giovanni sul muro, entro l'antico recinto, eranvi pure altre terre coltivate[85], e questi probabilmente non saranno stati i soli campi fruttiferi che si ritrovavano nella angusta città, perchè nè saranno state pubblicate tutte le antiche carte di affitti o di vendite di simili fondi, nè col trascorrere di tanti secoli questi contratti si saranno tutti conservati, nè su tutti i pezzi fruttiferi si saranno fatti contratti per mezzo della scrittura, onde ne rimanesse memoria ai posteri. Data adunque l'area dell'antica città meno della sesta parte della attuale, dato il buon numero de' siti che rimanevano vacui nella città medesima, non vi poteva certamente essere molto popolo, a meno che il restante spazio non fosse occupato da case altissime, collocando una abitazione sopra dell'altra a molti piani: ma questo non era il modo certamente di fabbricare in quei secoli. Le memorie di quei tempi ci fanno anzi conoscere che in Milano erano poche e degne di osservazione le case che avessero piano superiore; comunemente un pian terreno e il tetto formavano una casa, e quelle poche le quali avevano un piano al disopra, chiamavansi solariatae, e venivano così contradistinte dalle case comuni[86], ed erano rare tanto, che abbiamo la chiesa di Sant'Ambrogio in Solariolo, che così fu chiamata perchè ivi si trovava una piccola casa con camere superiori[87]. Da tutto ciò chiaramente si vede che poca e miserabile popolazione rimaneva nella distrutta città prima del secolo undecimo, della quale scarsezza di abitatori ne fa menzione lo storico nostro Landolfo il Vecchio, il quale nel secolo undecimo scriveva, che si era perduta in Milano ogni forma di buon governo,[88] ob nimiam hominum raritatem[89]. Della povertà poi di Milano in que' tempi tutto quello che ce ne rimane ne dà indizio. Alcune poche vie della città chiamavansi carrobj, perchè non tutte erano larghe abbastanza per il passaggio dei carri[90]. Le piazzette della città si lasciavano a prato, e servivano di pascolo alle bestie, d'onde nacque il nome milanese di pascuè,[91], e ben poche case erano di mattoni, ma anzi le muraglie erano formate con una grata di legno intonacata di creta e di paglia; il tetto era o di legno, ovvero di paglia. Siccome la pianura allora era coperta di boschi, singolarmente verso Milano[92], così la materia più comune era il legno; quindi spessi e fatalissimi erano gli incendi nel secolo undecimo e al principio del seguente, mentre la popolazione si andava accrescendo; su di che è bene ch'io riferisca le parole del Fiamma, nel Manipolo dei Fiori:[93] ubi est sciendum, quod civitas Mediolani propter multas destructiones non erat interius muratis domibus aedificata, sed ex paleis et cratibus quam plurimum composita. Unde si ignis in una domo succendebatur, tota civitas comburebatur. In fatti ci raccontano gli storici incendi fatali accaduti in quei tempi, negli anni 1071[94], 1075[95], 1104[96] e 1106[97].
Abbandoniamo adunque per sempre il privilegio ridicolo di non essere mai la dominante del regno, ma una città suddita secondaria, diretta da un vicegerente del monarca, che tale sarebbe il supposto privilegio di Teodosio al vescovo sant'Ambrogio; e per ispiegare come mai Milano fosse dimenticata per cinque secoli dopo di Vitige; come Pavia, Verona e Monza divenissero la residenza de' principi, piuttosto che Milano, riportiamoci alla ragione vera, confermata da ogni fatto, e che sinora nessuno ha avuto l'animo di pronunziare, cioè che non vi sarebbe stato in Milano luogo per alloggiarvi i sovrani, nè cosa alcuna conveniente ad una corte. Milano non cominciò a risorgere se non dappoichè, riparate le mura, gli abitatori poterono domiciliarvisi tranquilli. Se prima di ciò si fossero radunati molti a convivere sullo stesso suolo, spogliato d'ogni riparo, sarebbe stato lo stesso che indicare ai barbari il luogo su di cui fare una scorreria con profitto. Prima che le mura si riducessero a stato di preservare gli abitatori dalle sorprese, comuni in que' tempi, non vi era altro partito per i nobili che lo abitare sparsi qua e là sulla campagna; e perciò Milano era come annientato. Pochi anni dopo la distruzione di Federico Barbarossa riuscì ai Milanesi di risorgere a segno di battere l'imperatore; dopo la distruzione di Uraja per cinque secoli rimase annientata Milano senza poter mai alzare la fronte da terra. Giudichi ciascuno se la posterità sia stata giusta dimenticando il nome di Uraja, e tanto scrivendo e parlando della distruzione di Federico, di cui tratteremo a suo luogo.
I Longobardi non dominarono mai interamente su tutta l'Italia; e Roma, fra le altre città, fu sempre libera dal loro giogo, e soggetta all'imperatore, se pure può chiamarsi soggezione un titolo di sovranità conservato ad un principe debole, lontano, che non aveva armate da spedire nell'Italia. I Longobardi cercavano di sempre più dilatare il loro regno, e dominar soli nell'italico suolo. Roma era in pericolo; non v'era speranza di soccorso da Costantinopoli; Adriano papa lo implorò da Carlo Magno, re di Francia, principe amante della gloria, e che aveva già battuti e sottomessi i Sassoni. Scese Carlo Magno nell'Italia con un'armata: Desiderio, re de' Longobardi, si ricoverò in Pavia; Adalgiso si ricoverò in Costantinopoli. Presero i Franchi Pavia, e trasportarono Desiderio in Francia, ove morì monaco. Così, nell'anno 774, terminò nell'Italia la dominazione dei Longobardi e principiò quella de' Francesi. Ma non però furono scacciati dall'Italia i Longobardi: essi erano già domiciliati da sei generazioni su questo suolo, poichè erano già trascorsi dugentocinque anni dopo la loro venuta; il cambiamento di fortuna percosse i re e i duchi. Il popolo longobardo rimase sotto la protezione della nuova dinastia, come vi rimasero gli altri abitatori. Da ciò ne deriva che si videro nei secoli dappoi tre nazioni distinte naturalizzate nella Lombardia, viventi in pace fra di loro, ma professando ciascheduna di vivere colle leggi della propria origine. Gli antichi abitatori professavano di vivere colla legge romana, e a tenore di essa erano giudicati; i Longobardi professavano la legge longobarda; i Francesi, che s'andarono domiciliando nella Lombardia, professavano la legge salica; e così nelle antiche carte rare volte accade che leggasi un nome senza l'aggiunta[98]: qui professus est vivere lege Romanorum; ovvero qui visus fuit vivere lege Langobardorum; ovvero qui professus sum, natione mea, lege vivere Salica, e simili dichiarazioni; e questa dichiarazione era opportuna e forse necessaria, acciocchè i contraenti potessero conoscere il valore delle reciproche obbligazioni che incontravano, dipendendo queste in gran parte dal codice sul quale si doveva decidere la controversia, al caso che nascesse. Questo prova la rettitudine e l'umanità usata da Carlo Magno, il quale si rese celebre per le conquiste e per una vastissima dominazione, e tale che, dopo di lui, nessun altro monarca in Europa ha riunito sotto di sè tanti regni. Le virtù di quel monarca gli lasciarono la fama d'essere stato degno della elevazione a cui lo innalzò la fortuna, ossia, per adoperare un linguaggio più vero, d'aver egli corrisposto al grado a cui venne dalla divinità sublimato.
Abbiamo una moneta di Carlo Magno coniata in Milano, e la conservo nella mia raccolta; in essa vedesi che, non qualificandosi quel sovrano se non come re de' Franchi, dovette essere coniata dalla zecca di Milano prima dell'anno 800, in cui venne in Roma proclamato imperatore; e di questa e delle altre monete milanesi ne tratterò distintamente in una separata dissertazione, e ciò per non frammischiare l'erudizione colla storia. Può sembrare strano il pensiero di Desiderio e di Carlo Magno di porre in attività la zecca di una città distrutta, e quasi disabitata da due secoli e mezzo: ma la gloria di moltiplicare le metropoli suddite, e richiamare a una vita apparente l'antica sede del prefetto d'Italia, basta a spiegarne la cagione. È però certo, come molti documenti e autori ci attestano, che Carlo Magno, nel tempo del suo soggiorno nell'Italia, si trovò in varie città, facendovi qualche dimora, ma di Milano non vi si fa cenno alcuno, perlochè nasce dubbio ch'ei non la vedesse neppure; laddove in Pavia, nell'801, vi pubblicò alcune leggi. Vero è che Pipino, figlio di Carlo Magno, morì in Milano nell'810: ma ciò non accadde già perchè quivi quel principe tenesse la sua corte. Egli morì attraversando Milano, mentre veniva alla guerra co' Greci e coi Veneti; e il trasporto che si fece del di lui cadavere sino a Verona per tumularlo nella chiesa di San Zenone, fa sospettare che non vi fosse allora in Milano modo di fargli funerali colla pompa conveniente al di lui carattere. Lottario, volendo stabilire delle scuole pubbliche nell'Insubria, le collocò a Pavia, dove, nell'823, fece venire certo Dongallo per ammaestrare i giovani nel poco che allora si sapeva, e di Milano nessun pensiero si prese. Non si sono finora conosciute carte nè di Carlo Magno, nè di Lodovico, nè di Lottario, nè di Lodovico II, imperatori e re d'Italia, i quali tutti soggiornarono nella Lombardia, che abbiano la data di Milano. La dieta in cui fu eletto Carlo il Calvo si tenne in Pavia, nell'875; in Pavia teneva egli la sua corte, e ve la tennero del pari Carlomanno e Carlo il Grosso. Di tanti diplomi che gli eruditi hanno esaminati finora, non ve n'è alcuno ch'io sappia, nè de' ventidue re longobardi, nè de' primi sei re franchi, che porti la data di Milano precisa. Alcuni pochi mostrano che furono spediti bensì nelle vicinanze di Milano, come i due di Carlo il Grosso, scritti nell'881, che hanno la data Actum ad Mediolanum, come se fosse attendato ne' contorni della rovinata città[99]. La dimora dei sovrani era per lo più Pavia, su di che può consultarsi la Dissertazione del signor dottor Pietro Pessani, intitolata: de' Palazzi reali che sono stati nella città e territorio di Pavia, stampata in Pavia, 1771. Le ville reali erano Olona, nel territorio pavese, e Marengo, terra vicina al sito in cui poi, nel secolo duodecimo, i Milanesi fabbricarono la città d'Alessandria, siccome poi vedremo. Tutta la storia ci attesta l'annientamento di Milano sotto il regno infaustissimo di Vitige, e sotto il comando crudelissimo di Uraja. I pochi abitatori delle rovine di Milano erano dominati da un conte, che li reggeva in nome del sovrano. Ci restano le memorie di Leone conte, che governava nell'840, e d'Alberigo conte che governava nell'865, il quale stava di alloggio in Curia ducis, dove è ora il Cordùs, siccome già accennai, e nelle carte s'intitolava:[100] Nos Albericus comes, in Placitum publicum singulorum hominum justitiam faciendam[101]. Poche memorie ci rimangono di que' tempi. Il quartiere della città delle Cinque vie si trova nominato sino all'ottavo secolo. Alcune chiese avevano la stessa denominazione che conservano anche in oggi, di che può consultarsi il benemerito conte Giulini, che laboriosamente ne ha sviluppata la erudizione.