Il primo passo che era da farsi per rianimare la città giacente, egli era ripararne le mura, e cingerla per modo che vi potessero soggiornare sicuri gli abitatori. Questo pensiero non venne in mente ai sovrani; la condizion de' tempi non ne avea fatto nascere l'idea. I Longobardi, rozzi ed agresti, non conoscevano le passioni delle anime grandi; non furono perciò sensibili alla gloria di lasciare vestigio di opere pubbliche. I re franchi interottamente comparivano nell'Italia per ricevere la corona imperiale, per farsi proclamare in una dieta dai signori italiani, e lasciavano poi un principe, da essi dipendente, col titolo di re d'Italia, a governarla. La sede era già Pavia, e sotto tal forma di governo d'un monarca elettivo e lontano, non era sperabile che si pensasse a richiamare Milano a nuova vita. L'arcivescovo di Milano era considerato sempre il metropolitano e il più venerando, per dignità, fra gli ecclesiastici del regno italico, malgrado l'infelice stato della città. È assai verosimile che in que' tempi molti beni possedesse chi era innalzato alla sede arcivescovile. Occupava l'impero e il regno d'Italia Carlo il Grosso, principe infermo di corpo e di mente, a quel grado che, inspirando un disprezzo universale, fu dalla sua dignità deposto. I popoli che gemono sotto un viziato sistema di governo, debbono far voti al cielo per ottenere o un principe sommo nella bontà, ovvero uno sommamente vizioso. Sotto il debolissimo governo di Carlo il Grosso, era arcivescovo di Milano Ansperto da Biassono, terra del ducato lontana tredici miglia da Milano, di là da Monza tre miglia; e a questi dobbiamo noi Milanesi la venerazione che merita un ristoratore della patria. Già sotto i regni indeboliti e brevi di Carlo il Calvo e di Carlomanno, l'arcivescovo Ansperto aveva cominciato a mostrare un vigore e un ardimento convenienti ad un principe. Egli, l'anno 875, ordinò al vescovo di Brescia di consegnargli il cadavere dell'imperatore Lodovico II, e sul rifiuto che il vescovo bresciano gli diede, l'arcivescovo comandò ai vescovi di Cremona e di Bergamo di ritrovarsi col loro clero ne' contorni di Brescia un dato giorno, nel quale egli pure si ritrovò sul luogo col clero che potè raccogliere, e così questa forza combinata rapì l'estinto augusto, che venne poi collocato in Milano nella chiesa di Sant'Ambrogio[102]. Egli grandissima influenza ebbe nella elezione di Carlo il Calvo, da cui ottenne il dono di alcuni poderi, e fra gli altri della terra d'Ornago. Egli era ricco assaissimo, generoso, amante della giustizia, fermo e ostinato ne' suoi progetti:[103] Effector voti, propositique tenax, come si legge nell'epitaffio che conservasi nella chiesa di Sant'Ambrogio. Un tale arcivescovo, nato a tempo, doveva richiamare a vita la sua città; e così fece con molti stabilimenti pubblici, e soprattutto col riparare e rialzare le mura giacenti e ristorando l'opera di Massimiano Erculeo, ed assicurando la vita e le sostanze a chi volesse abitare in Milano. Noi non abbiamo scrittori che ci abbiano trasmesse le vicende della vita di quel nostro illustre cittadino e benefattore; le carte però che si sono ritrovate negli archivi, e la iscrizione sepolcrale che ce ne rimane, ci danno notizia che egli, semplicemente come diacono, era già un personaggio ricco e considerato; che fu giudice, cosa in que' tempi di somma importanza; che era sotto la speciale protezione di Lodovico II; che poi fu creato arcidiacono e vicedomino, e che ebbe la dignità di messo regio. Egli fabbricò l'atrio che sta davanti la chiesa di Sant'Ambrogio. Questo è il più antico pezzo di architettura che abbiamo dopo i Romani. Nell'868 fu consacrato arcivescovo, e morì nell'881, avendo tenuta la sede arcivescovile tredici anni. Quest'atrio è di struttura assai bella, se si consideri che è stato fabbricato nel secolo nono. Gli archi sono semicircolari, e tutto l'edificio spira una sorta di grandezza o maestà, in confronto delle meschine idee di quei tempi. È vero che quel modo di fabbricare è assai lontano dalla venustà ed eleganza greca, e dalla nobile semplicità toscana; ma egli è del pari lontano dalla confusione capricciosa, e dalla barbara e minuta prodigalità degli ornati che ne' secoli posteriori deturpò interamente il gusto delle proporzioni architettoniche. È noto che fra gli errori volgari debbono riporsi i nomi di architettura gotica e di scrittura gotica; giacchè le cose che portano questi nomi, vennero inventate più di seicento anni dopo che terminò la dominazione de' Goti, e ci vennero dalla Germania, siccome ne parlerò nuovamente quando la serie de' tempi mi avrà condotto a trattare di Gian Galeazzo Visconti, primo duca di Milano, che fabbricò il Duomo. L'arcivescovo Ansperto fu invitato dal sommo pontefice Giovanni VIII, acciochè intervenisse co' vescovi suoi suffraganei al concilio che il papa voleva radunare in Pavia nell'878, e gli scrisse intimandogli le pene d'inobbedienza qualora mancasse; ma nè l'arcivescovo, nè i suffraganei vi si prestarono, e il concilio non si tenne[104]. Il papa chiamò l'arcivescovo a un concilio in Roma per il mese di maggio 879, e l'arcivescovo Ansperto non si mosse[105]. Spedì Giovanni VIII due suoi legati a latere all'arcivescovo cercandogli obbedienza, e citando la pratica antica; e l'arcivescovo non volle nè ascoltarli, nè riceverli, ma li fece dimorare fuori della sua porta senza riguardo alcuno, di che quel papa si lagnò nella sua Epistola 196. Pretese il sommo pontefice che Ansperto, per la passata disobbedienza, fosse decaduto dalla dignità arcivescovile, e per ciò scrisse al clero di Milano, acciocchè, convocati i vescovi suffraganei, si passasse a nuova elezione, scegliendo fra i cardinali della santa chiesa milanese quello che fosse giudicato il più degno:[106] Qui de cardinalibus presbyteris aut diaconis dignior fuerit repertus, eum, Christi solatio, ad archiepiscopatus honorem promoverent, come dalle Epistole 221 e 222. Ma alcuno non obbedì a quest'ordine, di che diffusamente tratta il conte Giulini, che sarà ne' secoli bassi l'autore che io primieramente terrò a seguitare per la sicurezza dei fatti[107]. Ciò non ostante papa Giovanni medesimo, in un'Epistola scritta nell'881, dopo tali fatti, loda l'abate di un monastero, perchè fosse stato ossequioso verso l'arcivescovo Ansperto ed alla santa chiesa milanese:[108] Fideli devotione, totoque mentis conamine, pro pristino statu et vigore atque restituitione sanctae mediolanensis ecclesiae, ter quaterque in obsequio Ansperti reverendissimi archiepiscopi tui, ac confratris nostri devotum atque tu omnibus fidelissimum permanere, atque decertare omnino et evidenter comperimus[109]; dal che si conosce che tutto pacificamente finì col sommo pontefice, e si conosce pure, non solamente quanto a ragione nell'epitaffio si applichi all'arcivescovo Ansperto l'orazione propositique tenax, ma altresì la riforma che quell'arcivescovo introdusse per restituire all'antica gloria, stato e vigore la chiesa di Milano. Tale era quel grand'uomo, alla memoria di cui dobbiamo la più rispettosa gratitudine. Egli approfittò della debolezza de' sovrani per agir da sovrano benefico e ristorare della sua patria; rianimò il coraggio de' Milanesi; rese sicuro il soggiorno della città col restituirvi le antiche mura; ristorò le chiese; fondò degli spedali: onde per tai mezzi invitata, cominciò parte della popolazione, che stava diradata nelle terre, a domiciliarsi nella città, che da tre secoli e mezzo era abbandonata: e da quell'epoca ricominciò Milano a prendere nuova esistenza. Questa esistenza però l'andò acquistando per gradi lenti, siccome vedremo, e non vi volle meno di due altri secoli ancora prima che Milano giungesse a riacquistare sulla Lombardia la vera influenza d'una città capitale; perlochè la strage di Uraja lasciò la depressione per più di cinquecento anni, siccome ho già detto, sulla patria nostra. I nomi di Uraja e di Ansperto meritano d'essere più conosciuti in avvenire dai Milanesi, di quello che finora lo sono stati.

CAPITOLO III.

Principii del risorgimento di Milano nel secolo decimo.

Da Carlo Magno fino a Carlo il Grosso la dignità imperiale elettiva erasi mantenuta come per successione in una stessa famiglia, e la dieta tenutasi in Germania l'anno 887, deponendo Carlo il Grosso, pretese d'innalzare all'impero Arnolfo, di lui nipote, e perciò discendente da Carlo Magno. Ma gl'Italiani, senza il concorso dei quali si era fatta l'elezione, ricusarono di riconoscerla per valida. Il papa, il quale solo poteva conferire la dignità imperiale all'incoronazione, come in quei tempi credevasi, cominciò a far uso di tale opinione per far cadere questo titolo sopra di un principe che, da lui riconoscendolo, fosse altresì meno da temersi; onde l'autorità del romano pontefice sempre più vivesse e sicura, anzi a maggiore ampiezza si estendesse. L'arcivescovo di Milano doveva avere la stessa mira, dacchè aveva già assaporato il piacere di comandare nella sua città. Un principe debole era per essi preferibile, posto che le circostanze esigevano che uno ve ne fosse. Pareva dunque che gl'interessi d'entrambi fossero d'accordo; se non che per l'arcivescovo di Milano la potenza d'un superiore ecclesiastico stabilito in Roma era più da temersi che quella d'un laico, assente per lo più ed occupato negli affari dei regni oltramontani; e perciò la condotta degli arcivescovi poche volte s'accordava con quella dei papi, anzi bene spesso l'attraversava. Gl'Italiani elessero un nuovo re d'Italia, e fu Berengario, duca del Friuli, l'anno 888; e Anselmo, arcivescovo di Milano, solennemente lo incoronò. Ma nell'anno seguente Stefano V, sommo pontefice, solennemente incoronò imperatore Guido, duca di Spoleti. E l'uno e l'altro di questi due principi per parte di madre discendevano da Carlo Magno. Oltre questi due, che si disputavano la signoria del regno italico, scese dalle Alpi il re Arnolfo, conducendo un'armata per sostenere la elezione fatta dai Tedeschi. Per diciotto anni di seguito è difficile l'assegnare a quale dei tre pretendenti obbedisse l'Italia. Milano fu soggetta a Berengario, che risiedeva in Pavia ed in Monza; poi si diede ad Arnolfo; poi fu conquistata dal figlio di Guido, che fu l'imperatore Lamberto. Arnolfo venne incoronato imperatore da papa Formoso, e così passarono gli anni sino al 906 fra i rivali imperatore Arnolfo, imperatore Lamberto e re Berengario, al quale ultimo cedettero i due competitori. Fra questi torbidi andava cautamente schermendosi il nostro arcivescovo, e cogliendo le occasioni d'ingrandirsi e di rendere sempre più importante la sua influenza nel regno d'Italia.

Nell'occasione in cui l'imperatore Lamberto conquistò Milano, accadde un fatto che merita luogo nella storia. Milano erasi data ad Arnolfo, ed era per lui custodita dal conte Maginfredo. Il re Arnolfo, che ancora non aveva il titolo di augusto, erasi allontanato dall'Italia, quando Lamberto augusto mosse le sue forze per sottomettere la città. L'onorato conte Maginfredo non volle abbandonare vilmente il suo posto, e si pose a sostenere l'assedio, il quale, per l'assenza del re, terminò finalmente con la conquista. L'imperatore Lamberto fece tagliare la testa al conte; nè pago ancora, volle punita la fede e il valore del padre anche in uno de' suoi figli e nel genero, privati entrambi degli occhi[110]. All'atrocità unì Lamberto la più supina spensieratezza. Mosso da una simpatia veramente difficile a comprendersi, egli si lusingò di acquistare un amico e di guadagnarselo nella persona di Ugone, figlio pure del decapitato conte Maginfredo. Credette che il non averlo privato degli occhi potesse essere considerato come dono; e che i regali e l'affabilità che seco usava, potessero fargli dimenticare che egli era l'assassino della sua famiglia. Seco lo teneva famigliarmente alla sua corte in Pavia, e seco lo condusse al luogo di delizia Marengo, dove un giorno, sbandatosi l'imperatore Lamberto alla caccia, e alcuno non avendo seco, fuori che il giovane Ugone, alla mente di questi si affacciò in quel momento il teschio del buon padre grondante di vivo sangue, il fratello, il cognato ridotti allo stato deplorabile della cecità, la patria soggiogata, la sicura occasione, la facilità di vendicare sopra di un mostro così atroci delitti, e l'imperatore si ritrovò morto disteso sul suolo[111]; ed Ugone stesso raccontò dappoi al re Berengario di aver gettato da cavallo Lamberto con un valente colpa di bastone sul capo, e colla percossa avergli tolta la vita[112]. Non ci lagneremmo cotanto dei tempi presenti, se meglio ci fossero noti i costumi dei secoli passati. Non vi è certamente nella storia del nostro secolo un tratto di crudeltà così vile. La virtù si onora anche dalle armate nemiche; nella resa d'una piazza nessun comandante è maltrattato perchè siasi ben difeso; e nessun sovrano sceglie per favorito il figlio o il fratello di coloro che ha egli stesso consegnati al carnefice, il che è un misto della più insensata dabbenaggine colla più fredda crudeltà. Quello che rende ancora più strano il fatto si è che Lamberto venne ucciso nell'898, un solo anno appena dopo l'eccidio del conte Maginfredo; il che fa vedere che quel principe nemmeno aveva in favor suo il corso degli anni, per di cui mezzo una lunga serie di beneficii avesse potuto rallentare nell'animo di Ugone il mordace sentimento della desolata sua famiglia.

Ucciso così l'Imperatore Lamberto, il re Berengario rimase solo sovrano d'Italia in Pavia, poichè Arnolfo quasi nel tempo istesso aveva cessato di vivere, assediando Fermo. Liberato dai due rivali, ogni apparenza indicava l'augurio di un placido regno a Berengario. Ma un regno placido e uniforme d'un monarca che da Pavia signoreggiava Milano, non era quello che dovesse piacere al nostro arcivescovo Andrea. Chiunque posseda una dignità ragguardevole accompagnata da molta ricchezza, e sia avvezzo a influire nelle vicende di un regno, difficilmente antepone la tranquilla obbedienza alla tumultuosa inquietudine di spargere sopra un grande numero di uomini la speranza e il timore, nè l'arcivescovo era giunto a tal grado di filosofia. Si cercò un rivale che potesse disputare a Berengario il regno, e s'invitò Lodovico, re di Provenza, a ricevere la corona d'Italia. Scese Lodovico dalle Alpi e sorprese Berengario, che potè appena aver tempo di rifuggiarsi in Verona: e Lodovico, collocatosi in Pavia, venne l'anno 900 proclamato re da una dieta d'Italiani, e in un suo diploma egli stesso ce lo insegna:[113] Venientibus nobis Papiam in sacro palatio, ibique electione et omnipotentis Dei dispensatione in nobis ab omnibus episcopis, marchionibus, comitibus, cunctisque item majoris, inferiorisque personae ordinibus facta[114]. Da queste parole si conosce che il regno d'Italia dal re istesso era considerato elettivo e dipendente dalla libera volontà dei signori italiani, e si conosce pure che il sacro palazzo di residenza continuava tuttavia ad essere in Pavia, siccome costantemente lo fu dappoi. Milano fu suddita al nuovo re, il quale dal papa venne incoronato imperatore, ma poco potè godere di sua fortuna, poichè ben tosto venne scacciato dall'Italia da Berengario, che, rinvenuto dalla sorpresa, radunò forze bastanti da opporsi al suo competitore. In fatti veggonsi dei diplomi del re Berengario del 903 dati in Pavia,[115] in palatio ticinensi, quod est caput regni nostri[116], e da altri si scorge ch'egli soggiornava in Monza. Un nuovo tentativo fatto dall'imperatore Lodovico III per discacciare dal soglio il re Berengario gli costò la perdita degli occhi, che il vincitore Berengario gli fece guastare; onde quell'augusto ebbe il nome di Lodovico il Cieco, e nel 906 lasciò libero il trono d'Italia al re Berengario, che da diciotto anni ne portava il titolo combattendo l'imperatore Guido, l'imperatore Lamberto, l'imperatore Arnolfo e l'imperatore Lodovico III. Così, assicurato sul trono Berengario, tranquillamente cominciò a regnare senza nemici. Aveva la sua corte in Pavia, e per dieci anni continui non se ne dipartì, come ci fanno vedere i diplomi che ne portano la data. Se ne allontanò nel 916 per portarsi a Roma, ove il sommo pontefice Giovanni X volle incoronarlo augusto, dopo ventotto anni da che era stato incoronato re d'Italia; indi se ne ritornò a Pavia. Tre anni dopo sappiamo dalle carte che questo augusto dimorava in Monza; la villa favorita da lui era Olona.

Nulla sappiamo nemmeno di questi tempi, che possa bastare a tessere la storia di Milano. Vediamo unicamente che, dopo il glorioso arcivescovo Ansperto, i prelati suoi successori avevano acquistata molta considerazione, e si occupavano di oggetti grandi. Abbiamo indizi che la città si andava popolando. V'erano monasteri di vergini dedicate a Dio entro della città di Milano. Il monastero di Santa Radegonda chiamavasi San Salvatore di Vigelinda; quello di Santa Margarita chiamavasi Santa Maria di Gisone; il Bocchetto aveva la denominazione allora di San Salvatore di Dateo; le monache di Santa Barbara in porta Nuova si chiamavano di Santa Maria di Orona; il monastero Maggiore chiamavasi Santa Maria inter Vineam; e per quei tempi, da' quali non è giunto a noi veruno scrittore che abbia registrate le cose della patria, e ne' quali ancora era nascente la città, questo basta per conoscere che vi dovea essere radunato discreto numero di popolazione. L'instancabile conte Giulini ha dovuto mendicare dalle antiche pergamene, dai diplomi de' principi, dalle sentenze de' giudici, dai testamenti e dai contratti che tuttora conservansi negli archivi, le notizie isolate di questi tempi, le quali appartengono per lo più a private persone, alla cronaca di qualche ordine monastico, alla erudita ricerca su i confini di qualche giurisdizione o distretto, alla dotazione od erezione di qualche chiesa; ma non possono servire alla storia. Di che, ben lungi dal farne io un rimprovero al saggio scrittore, gli tributo l'encomio che ha meritato colla immensa fatica da lui sopportata, e colla esatta critica adoperata esaminando fatti che meritavano la luce, e per essere preziosi avanzi di que' tempi, e per la possibilità che servano a beneficio di private persone, sebbene non sieno materiali servibili per tesserne una storia.

Erano già trascorsi quindici anni dacchè l'augusto Berengario regnava senza contrasto sull'Italia; e l'arcivescovo di Milano giaceva come ogni altro suddito, senza avere altro di più che la venerazione inerente al carattere del metropolitano. L'imperatore stipendiava gli Ungari, di cui si era servito felicemente nelle vicende passate; e questi, valorosi alla guerra ed egualmente esperti predatori, avevano talmente imparata la strada d'Italia, che quasi ogni anno facevano una comparsa, e ne partivano con buona preda. Costoro lo stesso eseguivano nella Baviera, nella Suabia e nella Franconia. La Germania e l'Italia erano esposte al saccheggio; e allora quasi ogni borgo dovette cingersi di mura per vivere con sicurezza. Questo aveva reso odiosissimo il nome degli Ungari e fatto molti malcontenti dell'imperatore Berengario, che aveva per essi molti riguardi. Lamberto, arcivescovo di Milano, secretamente fomentava gl'inquieti, ed era avverso all'imperatore, anche per la tassa che aveva dovuto pagare a quell'augusto per essere da lui collocato sulla sede arcivescovile, a cui era stato canonicamente innalzato dai voti del clero[117]. Questa tassa fu proporzionata a quanto bisognava per pagare la famiglia bassa di corte, camerieri, uscieri, uccellatori e simil gente[118]. Si era secretamente introdotto un trattato con Rodolfo, re dell'alta Borgogna, invitandolo a venire nell'Italia, coll'offerta della corona. Berengario scoprì la congiura; fece arrestare Olderico, conte del palazzo, e lo confidò incautissimamente alla custodia dell'arcivescovo Lamberto, ch'ei credeva fedele, anche per l'assenso che poco prima gli aveva accordato ponendolo al possedimento della dignità arcivescovile. Poco dopo l'imperatore conobbe d'avere malamente scelto il custode d'un prigioniero che non poteva restar libero senza pericolo di lui. Lo richiese. L'arcivescovo lo ricusò collo specioso titolo che non dovea consegnare il prigioniero a chi poteva porlo in pericolo della vita. Lamberto non si arrestò al rifiuto; lasciò in libertà l'affidatogli Olderico, il quale tosto andò ad unirsi con Adalberto, marchese d'Ivrea, e con Gilberto conte, e, levatasi la maschera, comparvero disposti a detrudere colla forza l'augusto Berengario; il quale, assoldato un corpo di Ungari, vinse i ribelli, rimanendo estinto sul campo Olderico, prigioniero Gilberto, e fuggitivo il marchese. L'imperatore Berengario diede un generoso perdono a Gilberto conte, e resegli la libertà. L'uso che fece di questo dono l'ingrato Gilberto, fu di portarsi immediatamente dal re di Borgogna, e, nello spazio di un mese, guidarlo nell'Italia e fino a Pavia, di dove spedì Rodolfo un diploma del 992, riferitoci dal Muratori[119], e l'imperatore Berengario per la seconda volta dovette vedere un oltramontano chiamato a discacciarlo coll'opera dell'arcivescovo di Milano; e per la seconda volta sorpreso, gli convenne fuggirsene al suo asilo di Verona, per l'invasione prima di Lodovico, re di Provenza, ed ora di Rodolfo, re di Borgogna. Quasi nella guisa medesima con cui Berengario scacciò dall'Italia, nel 902, Lodovico, dopo due anni, ne' quali rimase rinchiuso in Verona; dopo due anni pure, ne' quali Verona fu il suo ricovero, riacquistò quanto gli aveva occupato Rodolfo. Convien credere che l'imperatore avesse ragioni per risguardare i Pavesi complici dei mali che aveva sofferti, poichè, nel 924, assediò co' suoi Ungari quella città, la prese e la distrusse. Frodoardo e Liutprando descrivono questo esterminio con espressioni forse esagerate. Pretendono che quarantatre chiese vi fossero atterrate e incenerite; che vi fossero rovinate tutte le abitazioni; e che appena duecento abitatori abbiano potuto salvare la vita. Se questo fosse, non si potrebbe spiegare come poi nello stesso anno vi soggiornasse Rodolfo, il che si raccoglie da un suo diploma del diciotto agosto 974, di cui tratta il conte Giulini[120]. Sebbene poi anche a molto meno riducasi il danno della saccheggiata Pavia, egli è verosimile che un tale infortunio dovette essere favorevole alla crescente città di Milano. L'imperatore Berengario appena dopo la presa di Pavia ritornossene a Verona, città che gli era fedele, e che doveva esser ben munita di valida difesa. Ivi però una persona a lui cara, ed a cui aveva fatto l'onore di levare un figlio al sacro fonte, tramò insidie per assassinare quel buon principe. Costui chiamavasi Fiamberto; venne scoperto il traditore, e l'augusto Berengario, fattolo venire a sè, con umanità senza pari gli parlò della vergogna che va in seguito al tradimento, dei rimorsi che produce l'ingratitudine, della felicità che accompagna la virtù, a cui la via rimane aperta anche dopo di avere infelicemente trascorso. Gli perdonò come già aveva fatto al conte Gilberto; l'assicurò che dimenticava il passato e l'avrebbe beneficato in avvenire: e in prova, sul momento, donogli una preziosa coppa d'oro. Principe troppo incauto nell'usare della generosità; poichè, pochi giorni dopo, l'empio Fiamberto lo sorprese alle spalle e lo trafisse. Così terminò i suoi giorni Berengario, che tenne il regno d'Italia per trentasette anni, e la dignità imperiale per nove; principe degno d'essere collocato fra i migliori, se non avesse portato la clemenza a un estremo vizioso, poichè la libertà data a Gilberto cagionò al regno i mali gravissimi d'un'estera invasione, e la generosa sua bontà verso Fiamberto privò anzi tempo l'Italia d'un buon monarca. Non sapeva egli che quell'eroico perdono, bastante a richiamare al dovere un'anima generosa e sensibile, traviata in un eccesso di passione da cui fu sedotta, non giova mai per acquistare l'anima bassa di colui che tranquillamente si è determinato ad un'azione perversa. La vista del magnanimo che ha saputo perdonare, diventa insopportabile al traditore. I principi illuminati conoscono che il perdono e la clemenza non sono lodevoli, se, lasciando in libertà il malvagio, per beneficar lui, si espone la società intera al pericolo di nuovi danni.

Estinto appena l'augusto Berengario nell'anno 924, il re Rodolfo rimase in Pavia senza chi gli disputasse il regno italico; ma nemmeno avea egli un partito bastante per essere proclamato re d'Italia. Una donna celebre per la bellezza, non meno che per l'arte scaltrissima di prevalersene, donna che sapeva far nascere l'amore e schermirsene, e che collocava la somma voluttà nel regolare il regno a suo talento, Ermengarda, vedova di quell'Adalberto marchese d'Ivrea di cui poc'anzi feci menzione, avea formato il progetto di collocare sul trono o Guido, duca di Toscana, di lei fratello, o qualche altro di sua famiglia. Rodolfo invitato, come dissi, al soglio italico dal marchese defunto, credeva che la vedova fossegli favorevole. Essa ordiva la trama di scacciarlo; e nel mentre che l'avea adescato anche cogli amori, colle arti medesime animava molti signori potenti a secondare il disegno di lei. Il re Rodolfo stavasene a Verona, ed Ermengarda, unita ai fratelli, s'impadronì di Pavia nel 925. Il re conobbe allora il disegno dell'ingannatrice donna, e si determinò a scacciarla da quella città, e, coll'aiuto dell'arcivescovo Lamberto, radunò un esercito e marciò alla volta di Pavia. Liutprando ci racconta che, in séguito d'uno scritto che la marchesa Ermengarda potè fargli giugnere, quel re, furtivamente, di notte, abbandonò i suoi, e secretamente entrò come un amante in Pavia e si lasciò persuadere a segno ch'egli credette suoi mascherati nemici e l'arcivescovo e gli altri principi che si erano armati per lui, e che l'assistevano con buona fede. L'arcivescovo allora abbandonò quel sovrano, e propose la scelta di un nuovo re d'Italia nella persona di Ugone, conte del Delfinato e re di Provenza, al quale l'arcivescovo istesso spedì l'invito[121]. Lo schernito Rodolfo a stento potè uscire dal labirinto in cui la spensieratezza avevalo condotto. Si parti quindi d'Italia per raccogliere un'armata ne' propri Stati, e con essa ritornossene, e giunse verso Ivrea; ma non trovandosi forte a segno di tentare da solo l'impresa, e conoscendo che assai importante riuscivagli il soccorso dell'arcivescovo, a lui spedì Burcardo, il più incapace signore che potesse mai scegliere, per conciliargli l'aiuto di Lamberto arcivescovo, deluso sotto Pavia, e impegnato già col re di Provenza. Burcardo, orgoglioso ed incauto, nel portarsi a Milano, osservando le torri e il restante dell'antica fabbrica sacra ad Ercole, ove trovavasi e tuttavia si trova la chiesa di San Lorenzo, si spiegò in lingua tedesca, che ivi voleva fabbricarsi una fortezza, con cui tener sottomessi, non i Milanesi soltanto, ma molti principi d'Italia:[122] Eum ibidem munitionem construere velle, qua non solum Mediolanenses, sed et plures Italiae principes coercere decrevisset[123]. Altri discorsi di quest'indole andava tenendo mentre cavalcava. Vi fu chi intendeva assai bene la lingua tedesca, e ne fece rapporto all'arcivescovo; il quale urbanamente e con ogni splendidezza accolse l'ospite illustre, giacchè Burcardo era suocero dello stesso re Rodolfo; gli diede una caccia del cervo nel parco, cosa che Lamberto arcivescovo non soleva fare se non co' più cari amici:[124] Concessit cervum, quem is in suo brolio venaretur, quod nulli unquam nisi carissimis magnisque concessit amicis, così dice Liutprando; insomma dissimulò ogni risentimento per tutto quello che Burcardo avea detto, e non si sa con qual riscontro, ma certamente con molta officiosità, lo lasciò partire. Ma Burcardo non ebbe tempo di riferire al re di Borgogna il risultato della negoziazione; poichè, assalito ne' contorni di Novara da alcuni armati, vi lasciò la vita; dopo di che il re Rodolfo abbandonò per sempre l'Italia. Fra le altre cose che Liutprando asserisce dette da Burcardo alla vista de' Milanesi,[125] dum juxta murum civitatis equitaret, vi è la seguente:[126] Lingua propria, hoc est teutonica, suos ita convenit. Si Italienses omnes uno uti tantummodo calcari, informesque non fecero equae caballitare, non sum Burchardus. Fortitudinem siquidem muri hujus, seu altitudinem nihili pendo; jactu quippe lanceae meae adversarios de muro mortuos praecipitabo. Veramente così non parlò Cesare alla cena, nè Augusto alla vista del simulacro di Bruto. L'orgoglio dei popoli rozzi è feroce e muscolare; l'orgoglio de' popoli colti nobilmente grandeggia colla virtù. Lo stolido Burcardo fu troppo punito, e la vendetta non fu nobile, nè generosa. L'arcivescovo forse non vi ebbe altra parte, se non coll'averne resa informata Ermengarda. Ma Burcardo non dovea simulatamente chiedere soccorso da un popolo che altamente disprezzava, nè cercare l'assistenza degli Italiani, affine di ridurli poi ad una vituperosa depressione: il progetto non era nè generoso nè eseguito nobilmente. Le anime che non sono volgari, considerano che la terra è la patria a tutti comune; che gli uomini formano una famiglia che diradatamente l'abita; che l'essere domiciliati qualche grado più al polo, ovvero all'equatore, non costituisce una diversità nella specie; che la fortuna, la gloria, la felicità passano da un popolo all'altro col girare de' secoli, e succedonvi la servitù, l'avvilimento e la miseria; e che niente è più meschino quanto l'odio nazionale, e niente più ingiusto quanto il rimproverare altrui d'essere nati ove lo furono; e niente più inutile e incauto, quanto il mostrare disprezzo verso una nazione la quale, se un tempo sia stata gloriosa e resti sensibile, sarà sempre sconsigliato partito l'offenderla. I Romani non vollero lasciare queste tracce; essi camminarono per altro sentiero, e si resero padroni della terra.

Da questi fatti bastantemente si conosce che l'arcivescovo di Milano era già diventato un personaggio di somma considerazione fra i principi del regno d'Italia; che le mura di Milano erano forti e tali da potervisi confidare; che Pavia non era distrutta a segno che non vi si abitasse tuttavia e non fosse capace di una difesa. Il parco poi dell'arcivescovo, chiamato Brolio, in cui manteneva i cervi, era immediatamente fuori delle mura di que' tempi, e si stendeva dalla chiesa di Santo Stefano a quella di San Nazaro, e questo diede l'aggiunta in Brolio alle due nominate chiese; nè questo è da confondersi coll'orto chiamato Broletto, che aveva l'arcivescovo al sito in cui vedesi oggidì la ducal corte.