Abbandonata che fu l'Italia dall'incauto Rodolfo, e ritiratosi nell'alta Borgogna nel 926, Ugone, conte di Vienna e re di Provenza, già invitato, come dissi, dagl'italiani, se 'n venne:[127] Venit Papiam, cunctisque conniventibus regnum suscepit[128]. Qui non sarà inutile l'osservare che sotto la denominazione di Alta Borgogna comprendevasi il paese degli Svizzeri, il Vallese, Ginevra e parte della Savoia; chiamavasi questa la Borgogna transjurana, ovvero l'alta Borgogna e con ciò facilmente comprendesi la somma celerità colla quale Rodolfo si fece venire nell'Italia a danno di Berengario augusto, e la rapidità con cui, partitosene, ritornò con un'armata. Ugone per cinque anni regnò solo in Italia, ed ebbe moltissimi riguardi per la vedova marchesa d'Ivrea Ennengarda, sorella di lui per parte di madre; e molta attenzione fece all'arcivescovo Lamberto, a cui doveva il soglio d'Italia. Di questi cinque anni ne rimane un vestigio nella moneta milanese che conservo nella mia raccolta. Nell'anno 931 associò sul trono Lotario suo figlio, ed allora i diplomi, non meno che le monete, ebbero la leggenda di[129] Hugo et Lotharius rege, anzi in modo assai più scorretto e rozzo, come si vede nella moneta che ho presso di me. Ugone non aveva la condotta inconseguente dell'incauto Rodolfo; egli pensava d'innalzarsi all'impero, e faceva servire gli amori al regno, quando il primo aveva fatto l'opposto. La famosa Marozia, vedova duchessa di Toscana, fu sposata da Ugone, acciocchè con quell'appoggio non vi fosse chi gli disputasse l'impero; e l'avrebbe ottenuto, se in Roma istessa non avesse con insulto irritato Alberico, figlio di Marozia, al segno che, sollevatasi la città, dovette infelicemente ritornarsene in Pavia l'anno 933. Erano state in questo frattempo, per lo spazio di sette anni, tranquille le cose di Lombardia, e naturalmente i primi signori, e fra questi l'arcivescovo di Milano, che opportunamente profittava quando gli affari erano in movimento, dovevano essere annoiati. V'era un partito per richiamare al regno Rodolfo; quindi Ugone entrò in trattato con quel principe, al quale cedette una parte de' suoi Stati di Provenza, cioè la gran Borgogna cisjurana; e con tal mezzo si fece interamente cedere ogni di lui pretensione sul regno d'Italia. La fazione medesima aveva poi fatto invito ad Arnoldo, duca di Baviera, il quale, nell'anno 934, era comparso e s'era impadronito di Verona; ma Ugone lo vinse e lo fece scomparire dall'Italia. L'arcivescovo Lamberto aveva cessato di vivere; eragli succeduto un prelato di più mite carattere. Ma il re Ugone, da accorto politico, non valendo colla forza a contenere chi occupava la cospicua sede, pensò a farne cadere alla prima occasione la scelta sopra di un soggetto di cui interamente fidarsi; e questo fu Teobaldo, che gli era figlio naturale, partoritogli da Stefania, donna romana, che era la terza concubina del re. Per non violare le costumanze e le ragioni de' sacri canoni, lo fece tonsurare e ascrivere tra i cardinali della santa chiesa milanese, che già anche avevano il titolo di ordinari[130], e così con finissima politica, onorando quel ceto di polenti ecclesiastici, fra' quali già si annoveravano de' principali cittadini milanesi e de' figli di conti e marchesi, dignità allora cospicue, si assicurò la tranquillità. Ma il progetto, immaginato con avvedutezza, fu da Ugone medesimo, per impazienza, rovinato; poichè durando a vivere l'arcivescovo Arderico più che non desiderava il re, ansioso questi di vedere alla dignità innalzato il figlio Teobaldo, ordì la trama che, mentre in Pavia si radunavano per di lui comando i primari del regno nel 944, i suoi facessero nascere una briga co' Milanesi, procurando fra il tumulto di uccidere l'arcivescovo. Il colpo andò a vuoto; venne sparso il sangue di molti, ma fu salvo Arderico[131]; il che rese i Milanesi alienissimi dal pensare a secondare le mire del re. Da quel punto pensarono anzi a liberarsene, e, secondo ogni probabilità, l'arcivescovo Arderico non ebbe poca parte nell'invitare Berengario, figlio di Adalberto marchese d'Ivrea, che si era sottratto dalle insidie del re Ugone, ricoverandosi in Germania. Questi era un signore possente, e vedendosi favorito dall'arcivescovo e da' signori suoi aderenti comparve in Italia alla testa di alcuni armati. Nel 945 venne a Verona, donde passò a Milano. In Milano si radunò la dieta de' primari Italiani. Ma non avendo il re Ugone forza per disputare contro dell'avversa fortuna, abdicò la corona d'Italia; pregò la dieta di non volerla togliere al figlio Lotario; e passò a reggere i suoi Stati nella bassa Borgogna, dopo di avere sostenuta la corona italica per diciannove anni, ne' quali tenne per lo più la sua corte in Pavia, non potendo o non volendo soggiornare in Milano, o perchè ancora non ben popolata e costrutta, o per la pericolosa vicinanza del potente arcivescovo. Così restò semplice cardinale ordinario il figlio reale Teobaldo.

Berengario, alla venuta di cui partissene il re Ugone, era figlio, siccome dissi, di Adalberto, marchese d'Ivrea, e di Gisla, figlia dell'imperatore Berengario, di quell'Adalberto che si collegò con Gilberto conte e con Olderico per deprimere il suocero e collocare Rodolfo, re di Borgogna, in di lui luogo. Matrigna di Berengario era la marchesa Ermengarda, illustre per la sua bellezza, per la inquietudine politica e pe' suoi amanti. Questo Berengario era un oggetto che non lasciava tranquillo il sonno allo scaltro Ugone, che lo conosceva troppo ardito, troppo forte ed illustre più di quanto l'avrebbe egli desiderato. Pensando Ugone al modo di liberarsi da un tale oggetto, ricorse alla insidia, solito mezzo di un principe debole, spaventato e senza morale. Simulò la maggiore amicizia che aver si potesse per il giovine Berengario; ogni volta che di lui ragionava, palesava una simpatia, una stima di Berengario somma; ogni arte pose in opera per invitarlo a venire a Pavia alla corte d'un re che tanto fingeva di amarlo. Tutto era disposto per arrestarlo, poichè fosse caduto nella rete, e cavargli gli occhi; operazione che in que' secoli di ferro era pur troppo frequentemente praticata. Il re Lotario, figlio di Ugone, venne a sapere quale trattamento dal padre fosse riserbato al sedotto Berengario; egli quindi, sensibile alla compassione, inorridito all'aspetto del tradimento, risparmi al padre la macchia d'aver eseguilo l'infame progetto e rese avvisato Berengario dell'occorrente: di che Liutprando non arrossi di biasmarlo[132]; tanto le idee della virtù erano smarrite in que' tempi, non solamente nel turbine delle passioni, ma persino anche nell'animo di uno scrittore che tranquillamente raccontava gli avvenimenti! Tale fu il motivo per cui Berengario vivea da alcuni anni nella Germania, lontano dalla sorda insidiosa politica del re Ugone, di cui la storia non ci ha lasciato nessuna bella azione che in qualche modo bilanci i tratti di bassezza e di atrocità che hanno macchiato il suo regno. Il Muratori lo chiama una solennissima volpe: io non credo che vi facesse bisogno di tanta accortezza per ascendere a un trono a cui era invitato; per vivervi fra le insidie e i pericoli senza potere ottenere giammai dal papa la corona imperiale; per fuggirsene vilmente al primo comparire dei torbidi; per vivere nell'angustia, e lasciare di sè alla posterità un'infausta memoria. Se l'accortezza è tale, e che sarà mai la dappocaggine? La vera accortezza è quella che, conciliando al principe la riverenza e l'amore de' popoli, lo assicura sul trono; lo rinfranca contro gl'insulti nemici; e dopo una vita segnata colla giustizia, colla beneficenza e col valore, lascia alla fama il carico di eternare la sua gloria e trapassare alle età che nasceranno la memoria delle sue virtù.

Nella dieta radunatasi in Milano al giugnervi del marchese d'Ivrea Berengario, l'anno 945, per unanime consenso de' signori d'Italia, fu collocato sul trono abbandonato da Ugone, il re Lotario, di lui figlio; di cui l'ottima indole s'era meritata la comune opinione. A questa scelta probabilmente avrà contribuito Berengario istesso; se non per sentimento, chè l'anima di costui forse non era capace, almeno per decenza di comparire grato a un principe che l'aveva salvato dalle insidie del padre. Lotario altronde era già stato solennemente associato al regno, e proclamato re d'Italia da quattordici anni addietro; nè si poteva scacciare quell'innocente sovrano dal trono senza ribellione ed ingiustizia manifesta. Questa è la prima dieta del regno, e la prima proclamazione d'un re d'Italia che siasi fatta in Milano dopo la distruzione di Uraja nel 538, anno per sempre memorando (945). Il regno del giovine Lotario fu puramente di nome, poichè in fatti tutto si mosse coi voleri del marchese Berengario; al quale spiacendo anche quell'embrione di re, che gl'impediva di sedersi egli stesso sul trono, col veleno, dopo appena due anni, fe' terminare il regno dell'infelice Lotario, che, trasportato da Torino, ebbe la sua tomba nella chiesa di Sant'Ambrogio di Milano. Tale fu la ricompensa che il marchese Berengario diede al re Lotario, a cui doveva la luce del giorno. Dopo ventiquattro giorni appena estinto Lotario, l'anno 950, Berengario e Adalberto suo figlio vennero proclamati re d'Italia.

Ma lasciamo qualche spazio fra gli orribili casi di quel secolo crudele; ivi contempli ciascuno a qual grado di depravazione fosse disceso l'uman genere; esamini, chi il brami, più minutamente gli storici, e veda poi se le querele sopra i costumi presenti sieno fondate; ovvero se in vece non vi sia ragione di offrire umili voti di riconoscenza a Dio. Dalla infelicità di quel secolo si conosce che vizio e miseria stanno collegati con nodi indissolubili; e che se qualche poco di bene e di felicità può godersi sulla terra, questa è riserbata per l'uomo retto e saggio. Una occhiata sullo stato delle arti e delle lettere in que' barbari tempi, servirà a distrarci dai veneficii, dagli accecamenti e dalle insidie che compongono la storia di quegli anni. Poichè si dovette tumulare in Milano l'estinto re Lotario, tanto era lontana ogni idea della erudizione, che, per formarne l'urna sepolcrale, si ruppe una gran tavola di marmo, in cui eravi scolpita un'iscrizione di Plinio, e segata questa, si formò l'avello, rovesciando dalla interior parte del sepolcro i caratteri; di che ce ne fanno testimonianza il Calchi e l'Alciati, i quali la riconobbero e ne pubblicarono i frammenti[133]. La lingua latina scrivevasi coi più strani solecismi: alcuni pochi esempi ne daranno idea. Un diploma di questi tempi comincia così:[134] Dum in Dei nomine, civitate Pisa ad Curte Domnorum regum, ubi Domnus Hugo et Lotharius gloriosissimi regibus preessent, subtus vites, quod topia vocatur, infra eadem Curte, etc.[135]. Una sentenza comincia così:[136] Dum in Dei nomine, ad monasterium sancti, et Christi confessoris Ambrosii, hubi ejus umatum corpus requiescit, ubi Domnus Lambertus piissimus imperator preerat, in domum ejusdem sancte mediolanensis ecclesie, in laubia ejusdem domui, in juditio resideret Amedeus comes palacii, una cum Landulfus, vocatus archiepiscopo, singulorum hominum justitiam faciendam, ed deliberandam, etc.[137]. Altra sentenza comincia così:[138] In Dei nomine, civitatis mediolanensis, curte ducati, infra laubia ejusdem curtis in juditio ressederet Magnifredus comes palatii, et comes ipsius comitati Mediolanensis, singulorum hominum justicias faciendas, ressedentibus cum eo Rotcherius vicecomitis ipsius civitatis, etc.[139]. Vero è che ancora più scorrette carte ritrovansi di un secolo prima: e tale è quella riferita dal conte Giulini nel primo tomo, alla pag. 17, ove così leggesi:[140] Confirmo ut omnes servos et ancellas meas sint Aldiones, et pertinentes mundium eorum ad ipso Xenodochium, habentes per caput unusquis mascolis et femine solidus singolus; et ita volo, ut illi homines meis, qui consueti sunt cum suas anonas opera mihi faciendi, instituo, ut quandoque opera fuerint faciendi, ut cum anona ejusdem Xenodochii operas ipsas perficiant. Ma convien confessare che assai barbaro era il modo col quale comunemente si scriveva anche nel decimo secolo. Nel testamento dell'arcivescovo Andrea, il quale pure, per la eminente sua dignità ecclesiastica, doveva essere uomo colto, egli, nel 903, così scriveva:[141] Senodochium istum sit rectum et gubernatum per warimbertus humilis diaconus de ordine sancte mediolanensis ecclesie nepoto meo, et filius bone memorie ariberti de besana diebus vite sue.[142]. Da ciò comprendesi qual grado di coltura poteva esservi in que' tempi. Certamente dovevano rimanere sconosciuti gli autori de' buoni secoli preceduti; poichè per poco che un uomo si addomestichi a leggerli, non sarebbe possibile che così scrivesse. Non sarà forse inverosimile l'opinione che sino da que' tempi si parlasse in Milano un dialetto poco dissimile da quello che si parla oggidì; e che nello scrivere si adoperasse una lingua diversa da quella che volgarmente si parla. In fatti anche presentemente nello scrivere si adopera la lingua italiana, anche dalle persone meno colte; le quali parlane do, non mai d'altro fanno uso che del loro dialetto, tanto sformato, che sarebbero inintelligibili ad un Toscano. Se dunque, anche a' nostri giorni, i Milanesi scrivono quella lingua che chiamasi italiana, e nel discorso non se ne servono comunemente mai, non vi può essere difficoltà a comprendere come nei bassi tempi scrivessero quella lingua che chiamavano latina, mentre parlavano il dialetto proprio. Quello che mi fa credere che la lingua che serviva per la scrittura, non fosse la usata nel parlare, si è che non vi trovo analogia veruna fra una carta e l'altra. I barbarismi, le sconcordanze sarebbero costanti se fossero state in uso nel parlare; nè può intendersi questa varietà di errori, se non supponendo che ciascheduno s'ingegnasse di dare una desinenza latina, come meglio sapeva, alle cose che cercava di esprimere. Alcuni persino adoperavano latinizzati gli articoli del volgare da due parti, dalla terza, dalla quarta; come in una carta del 941;[143] Coeret ei da duos partes tenente ursone, item de insola comense, de tercia parte terra sancti victori de masalia, da quarta parte terra sancti petri de clevade[144]. Dallo stato della lingua può conoscersi che affatto erano ignote le lettere; e di quei tempi nemmeno abbiamo veruno scrittor milanese che stendesse le memorie degli avvenimenti della città; siccome cominciarono poi a fare nel secolo undecimo Arnolfo e Landolfo il Vecchio. Un'altra ragione poi mi persuade che, anche ne' secoli bassi, in Milano e nella Lombardia si parlasse a un dipresso il dialetto che il popolo tuttavia conserva; e ciò perchè le vocali u ed eu pronunziate coll'accento francese, e così altre desinenze della lingua francese, non mi sembrano innesti fatti colla dominazione dei Franchi, ma una emanazione dell'antica lingua gallica originale, siccome disopra accennai. Gli Spagnuoli ne' due ultimi secoli dominarono il Milanese, e appena tre o quattro parole spagnuole ci sono restate, infado, amparo, giunta, desdita e poco più. I Longobardi regnarono per più lungo tempo che i Franchi, e poche voci abbiamo che traggano la sua origine dal tedesco. Questa generale pronunzia francese più che italiana, adunque, è una tradizione da padre in figlio, che ascende sino all'antica venuta de' Galli, e per conseguenza non interrotta. In queste materie la dimostrazione non può sperarsi; le sole probabilità ci determinano, ed esse mi sembrano favorevoli a questa opinione. Un contadino del milanese potrà in breve intendersela con un contadino provenzale; e più difficilmente s'intenderanno fra di loro due contadini, uno milanese e l'altro calabrese; tanto il nostro dialetto appartiene più alla lingua di Francia che alla italiana!

L'architettura, il disegno, la pittura non erano però avvilite al segno al quale lo erano le lettere. Oltre l'atrio della chiesa di Sant'Ambrogio, ci rimangono di quei tempi l'altare della chiesa istessa, i bassi rilievi del palio d'oro, il mosaico del coro e la tribuna. La porta della chiesa di San Celso, l'altare di San Giovanni in Conca sono di que' tempi: cose tutte lontane della eleganza che soddisfi un delicato conoscitore; ma però non affatto barbare, anzi lavori di qualche sorta di merito. Gli organi erano adoperati nelle chiese anche in Milano; ma erano fabbricati in Costantinopoli, dove rimaneva ancora ricoverato qualche avanzo di manifatture. Lodovico il Pio aveva ricompensato un prete veneziano che da Costantinopoli aveva portato l'arte di fare gli organi. Il papa Giovanni VIII aveva chiesto in grazia dal vescovo di Frisinga un organo, e chi lo suonasse, l'anno 873; il che ci fa vedere che nemmeno la musica aveva luogo nell'Italia.

Come potesse vivere il popolo in que' tempi in mezzo a una tale ignoranza, fra i torbidi dei magnati del regno, sotto il governo di sovrani che col veleno e cavare gli occhi cercavano di mantenersi sul trono, in un regno elettivo, esposto a invasioni straniere, facile è lo immaginarselo. Il visconte di Milano, che fra gli altri obblighi della sua magistratura, aveva quello di patrocinare i pupilli e convalidare gli atti che si facevano in loro nome, nell'876 non potè firmare una carta che anche oggidì conservasi nell'archivio di Sant'Ambrogio, e vi fece in luogo del suo nome una croce per non sapere esso scrivere; e di sedici persone che intervennero a quel contratto, appena sette poterono fare il loro nome, e nove, per non saper scrivere, vi apposero la croce[145]. Anche da ciò facilmente comprendiamo in quale misero stato dovessero trovarsi gl'interessi de' cittadini. La carica di viceconte era immediatamente subalterna del conte, che reggeva la città in nome del re, come la carica di vicedomino era immediatamente subalterna dell'arcivescovo, e il nome di queste dignità fu poi origine del cognome che ne prese la famiglia Visconti. I cognomi non ritornarono in uso se non verso la fine del secolo undecimo. Le leggi poi sotto le quali si viveva in quei tempi, erano quali lo potevano permettere i tempi stessi. Si credeva che bastasse l'ordinare una cosa per vederla eseguita. Negli anni di carestia la legge comandava che non si vendessero i generi troppo cari. Si fissavano limiti a quei che negoziavano fuori dello Stato. Si proibiva l'esportazione delle armi agli esteri. In somma tutto si credeva di poter fare con leggi vincolanti; o almeno si credeva il legislatore di avere bastantemente eseguito il dovere della sacra e terribile sua carica, comandando agli uomini d'essere felici, in vece di ascendere alle cagioni e impedire che i mali nascessero. È da notarsi che le leggi stesse molto si estendevano contro coloro che col mezzo della magia devastavano colla grandine le messi, e si ordinava all'arciprete della diocesi il modo di costrignerli a confessare il supposto delitto, onde punirli[146]; e questo ci basta per conoscere lo stato dei nostri antenati in quei miseri tempi. L'ignoranza, la ferocia, l'infelicità, torno a ripeterlo, sono compagne indivisibili in un popolo corrotto; i lumi, l'urbanità, la felicità pubblica caramente si abbracciano[147].

Non credo che possa descriversi con esattezza qual fosse la costituzione civile di Milano in quei tempi oscuri nei quali principiava a risorgere. Il governo passato della Polonia potrebbe darci qualche idea del governo d'Italia in quei tempi. Un re elettivo; il primato, che ha molta influenza in tutti gli affari; la plebe degradata sotto la potenza dei grandi, divenuti formidabili al re; la facilità della rivoluzione; la frequenza delle invasioni straniere; la concorrenza di più rivali che coll'armi disputano il trono; la vera sovranità collocata nella dieta. Queste sono le rassomiglianze che si ravvisano. Ma noi avevamo di più la rozzezza dei tempi, ne' quali, mancando l'arte dello scrivere, e non essendovi nomi di casati, nemmeno poteva esservi una costante tradizione di nobiltà. Quindi, non solamente era difficile il modo per fare le risoluzioni, ma era un altro oggetto di confusione il verificare chi fosse o non fosse nobile, chi avesse o non avesse titolo per dare il voto; la quale controversia in un tale sistema doveva portare la confusione all'ultimo grado; Carlo Magno fu un gran principe, gran soldato, e col dritto di conquista, dominò assolutamente sull'Italia. La politica gli suggerì di rendere sacra la sua persona colle ecclesiastiche unzioni solenni, celebrate per il regno d'Italia in Pavia, e per l'Impero in Roma. I successori di lui non ebbero un vigore e un genio che lo pareggiasse. S'indebolì la potenza del sovrano; e l'acclamazione de' magnati e la sacra cerimonia divennero condizioni pretese essenziali alla costituzione di un sovrano. Quindi nacque la potenza dell'arcivescovo di Milano, il quale, gettandosi ora da un partito ed ora dall'altro, riceveva doni continui di terre e accresceva l'opinione, vera ed unica base del potere politico, e giunse ad essere creduto il solo che colla incoronazione potesse creare un legittimo re d'Italia. Come poi i re d'Italia potessero donare poderi e terre così frequentemente all'arcivescovo, e ad altre chiese e persone, essi, che per lo più da paese estero erano recentemente chiamati a regnare; come fossero in poter dei re questi campi e queste terre, onde ne facessero un dono della loro proprietà ai primati, non è facile lo spiegarlo; ammeno che non si creda, siccome a me pare credibile, che la successione fiscale alle eredità vacanti fosse allora incomparabilmente più frequente che non lo è ai dì nostri; per la ragione che, non essendovi cognomi delle famiglie, e pochi essendo coloro che sapessero scrivere, sì tosto che un uomo non aveva figli o fratelli o nipoti, facilmente non si conosceva più nessun parente a cui dovesse passare l'eredità; e quindi cadeva come un fondo vacante nelle mani del re. Questa potenza poi che s'andava ingrandendo nell'arcivescovo, cagionò un inconveniente; e fu che i sovrani, laddove lasciavano in origine la libertà dell'elezione al clero a norma de' sacri canoni e della tradizione, non consentirono più che una dignità divenuta pericolosa al loro regno cadesse indifferentemente sopra chiunque; ma anzi, ora con modi indiretti, ed ora coll'aperto comando, costrinsero a riconoscere per arcivescovo colui dal quale speravano di temer meno in avvenire, e che, riconoscendo dal re la dignità, a lui fosse anco più ligio ed ossequioso. Quindi si sconvolse l'ordine; la venalità aprì la strada alla dignità ecclesiastica; fu di mestieri di venire a rimedi, che gettarono poi, siccome vedremo, la nostra patria fra le stragi civili e fra i torbidi dell'anarchia; e perdette la chiesa milanese interamente la sua antica costituzione. Sotto Carlo Magno e sotto i primi suoi successori, l'Italia fu immediatamente diretta da governatori in nome del sovrano, dei quali alcuni ebbero il non dovuto titolo di re, come lo ebbe Pipino, figlio di Carlo Magno, Bernardo, figlio di Pipino, e alcuni altri dei quali non ho fatta menzione. Comandavano in Milano il conte, i messi regii, il visconte, l'arcivescovo, chiamato anche dominus, il di lui vicario, vicedominus, e ciò a vicenda e confusamente, ora più, ora meno, a misura della circostanza del momento.

Dello stato della popolazione del decimo secolo nulla abbiamo di preciso. Mi pare verosimile che dovesse essere mediocremente popolata Milano. Le terre erano coltivate parte da servi e parte da liberti, i quali chiamavansi aldiones. Molta parte del ducato era bosco. In qualche luogo che ora si coltiva, forse ancora v'erano delle acque stagnanti. Non credo che ancora si coltivasse il riso, ma varie sorta di grano si coltivavano e si coltivava anche il lino.

Le terre, che prima si misuravano a pedatura, già nel principio del nono secolo si misuravano a pertiche e tavole, come oggidì si costuma; la misura del fieno era a fascio, quella del vino a stajo ed a mina, nella misura delle terre però eranvi juges, misura equivalente a dodici pertiche.

Il rito della chiesa milanese era l'ambrosiano, come continua ad esserlo. Moltissimi cangiamenti vi si sono fatti col passare dei secoli. Fu più volte per essere abolito, e una di queste fu sotto Carlo Magno, che aveva preso concerto col papa di uniformare al rito romano tutte le chiese de' suoi dominii: e perciò in Milano allora si fece il possibile per ritirare tutti i libri ambrosiani. Certo Eugenio, vescovo, non si sa di qual diocesi, ottenne per riverenza al santo institutore che non venisse abolito[148]. Fra le mutazioni accadute nel rito ambrosiano, vi è in parte quella del battesimo, che allor si eseguiva immergendo nel sacro fonte, non porzione del capo soltanto, ma tutto il corpo del neofito; e perciò eranvi due battisteri. Quello per le donne chiamavasi Santo Stefano alle Fonti, ed era dove ora trovasi Santa Radegonda, ove stavano nel decimo secolo le vergini sacre a Dio di Vigelinda, che assistevano alle fanciulle nel loro battesimo: massimamente finchè durò il costume di non conferire comunemente quel sacramento a' bambini, ma a' fanciulli già dotati di qualche uso di ragione, come insegna il conte Giulini[149]. L'altro battisterio chiamavasi San Giovanni alle Fonti, destinato per gli uomini; ed è tuttavia in piedi, sebbene mutato dì forma. Ognuno può ravvisarlo al capo della chiesa di San Gottardo, nella regia ducal corte, ed è quel fabbricato poligono in cui sta riposto l'altar maggiore; e quello è appunto l'antichissimo battisterio in cui probabilmente Sant'Agostino venne battezzato dal nostro santo vescovo Ambrogio[150]. Oltre la universale ignoranza di quei tempi si può avere un'idea della religione, dalle prescrizioni che si fecero in un concilio tenutosi in Pavia l'anno 580, a cui presiedeva l'arcivescovo di Milano. Si proibisce in quel concilio ai nobili che non andavano alle chiese, ma nei privati oratorii facevano celebrare i divini misteri, di non farli celebrare se non da un sacerdote:[151] Docendi igitur saeculares viri, ut in domibus suis mysteria divina jugiter exerceri debeant, quod valde laudabile est; ab his tamen tractentur, qui ab episcopis examinati fuerint, et ab ordinatoribus suis commendatitiis litteris comitati probantur, cum ad peregrina forte migrare est. Si qui ergo contemptores canonum extraordinarie et illicite ministrantes, et divina sacramentaliter violantes inveniuntur, primum ab episcopo uterque amoveatur, et vagans scilicet clericus, vel sacerdos, et is qui ejus usurpativo fruitur officio, et si noluerit se ab hac temeritate compescere, excomunicetur[152]. Nel medesimo concilio si prescrive ai vescovi di non cagionare tante spese girando per la cresima, di non appropriarsi i beni delle pievi, e di non vivere con donne sospette. Questi fatti s'ignorano da coloro che vorrebbero indistintamente richiamare la pietà degli antichi tempi.