CAPITOLO IV.
Continuazione del risorgimento di Milano, che torna ad essere la più importante città della Lombardia nel secolo undecimo.
(950) Già erano trascorsi più di sessanta anni dacchè l'Italia non aveva più connessione alcuna coi regni di Francia, nè con quello di Germania, quando Berengario, marchese d'Ivrea, ascese sul trono italico l'anno 950. Gli Italiani eleggevano liberamente un re, e il papa lo incoronava imperatore. Frattanto nella Germania erano succeduti a Carlo il Grosso, Arnolfo di lui nipote, poi Lodovico, figlio di Arnolfo, nel quale finì il sangue di Carlo Magno; a questo fu sostituito Corrado I, conte di Franconia, indi Enrico I, duca di Sassonia, a cui succedette Ottone, che già da quattordici anni regnava sulla Germania, quando il marchese d'Ivrea fu incoronato in Pavia. Questi re di Germania, sebbene non dimenticassero l'Italia e pensassero a regnarvi scacciandone quelli che la dominavano col titolo di re o d'imperatore, non ebbero però nè occasione nè mezzi per eseguirne il disegno. Già si è veduto come il duca del Friuli, Berengario I, per opera dell'arcivescovo Anselmo, ottenesse il regno d'Italia; poi da Giovanni X, sommo pontefice, fosse incoronato imperatore. Si è pure veduto come i duchi di Spoleti, Guido, poi il di lui figlio Lamberto, da Stefano V incoronati augusti, regnassero interrottamente. Questi Italiani, innalzati al trono italico ed alla dignità imperiale, dai Tedeschi vennero considerati come usurpatori, non meno di quello che consideravano Rodolfo, Ugone e Lotario, Svizzeri e Provenzali chiamati a regnare sull'Italia. Noi Italiani, all'opposto, non abbiamo collocato nella serie degli augusti nè Arnolfo, nè Luigi, nè Corrado, nè Enrico, dagli Oltramontani inseriti nella cronologia degli imperatori; sebbene non incoronati dal papa, e sebbene nè Corrado, nè Enrico nei loro diplomi si siano mai dato il titolo d'imperatori. Dal che nasce una confusione assai feconda di equivoci, perchè Enrico I, imperatore, dagli Oltramontani si chiama Enrico II, e così i Tedeschi contano sette Enrici nella serie, dove noi non ne annoveriamo che sei; e quindi le denominazioni oltramontane eccedono d'una unità le nostre. Io, italiano, debbo servirmi della cronologia italiana, e ne prevengo i miei lettori, per non ripeterlo ogni volta; e credo che sia ragionevole di non qualificare nè Corrado, nè Enrico con un titolo che, mentre erano in vita, non credettero essi medesimi fosse loro dovuto. Era adunque asceso sul trono d'Italia il marchese d'Ivrea Berengario, e a questa proclamazione sommamente aveva contribuito Manasse, da Berengario istesso violentemente intruso nella sede arcivescovile. Fremevano i Milanesi al vederlo sul trono, non solamente abborrendo la recentissima scelleraggine d'aver egli avvelenato l'innocente giovinetto re Lotario, suo benefattore, e l'altra che esercitava sull'infelice regina vedova Adelaide, ma in lui ravvisando un ingiusto oppressore del loro legittimo arcivescovo Adelmano. È assai probabile che da ciò fosse mosso Adelmano, e lo fossero i Milanesi, ad invitare secretamente Ottone, re di Germania, a scacciare dal trono quel pessimo uomo, e ad unire il regno d'Italia agli altri ch'ei già possedeva. Ottone spedì a Milano cautamente il di lui figlio Litolfo per concertare l'impresa, e ciò accadde appena un anno dopo che il marchese d'Ivrea Berengario era re, cioè nel 951[153]. Venne Litolfo a Milano, e poco dopo scese il re Ottone nell'Italia. Con quali aiuti poi si conciliasse l'arcivescovo Manasse il favore di quel re, non lo sappiamo; ci rimangono però dei diplomi di Ottone spediti in Pavia appunto nel 951, dai quali si conosce ch'egli aveva creato Manasse arcicappellano[154]. (952) Pare che al comparire di Ottone si ecclissassero Berengario II e Adalberto. Tutto piegossi al re Ottone, il quale, senza contrasto, in Pavia assunse il titolo di re d'Italia; poi, ritornato in Germania, dovettero colà portarsi Berengario e Adalberto, abbandonandosi alla generosità di Ottone, da cui a titolo di feudo vennero in Augusta, nel 952, investiti del regno d'Italia, e da ciò ne fa nascere il Muratori il diritto che pretesero in séguito i re di Germania di avere sopra l'Italia.
Passati appena i torbidi giorni, e liberati dall'imminente peso del re Ottone, Berengario col suo figlio Adalberto, ritornati in Italia, dalla viltà passarono alla prepotenza; solito costume delle anime basse, d'insultare quando la fortuna è loro prospera, e annichilarsi quando è loro contraria. Il loro governo era diventato insopportabile. Lo scisma della chiesa milanese era finito dopo cinque anni, e la reggeva Valperto; quando, nel 957, il principe Litolfo venne alla testa di un'armata nell'Italia, speditovi dal re Ottone di lui padre, che, occupato negli affari di Germania, non potea venire in persona a contenere i due tiranni. Litolfo però fu degno di venire invece di un gran re. Berengario e Adalberto fuggirono nell'isola di San Giulio sul lago di Orta. Il luogo era assai forte. Litolfo si mosse per forzarli. Una masnada di militi traditori, come dovevano essere coll'esempio di tai padroni, consegnò nelle mani di Litolfo lo stesso Berengario, da cui erano stipendiati. Litolfo aveva l'anima grande, si sdegnò di vincere senza gloria e di profittare dell'infamia; generosamente lo fece scortare libero nella fortezza. In quei tempi, sotto Ottone, sembra che qualche lampo si vedesse dell'antica magnanimità romana; e questo ci fa risovvenire di Camillo e di Fabricio. Ma il valoroso Litolfo, amato e venerato allora dagli Italiani, poco dopo morì, non senza sospetto di veleno[155]. Tali erano le armi di Berengario. Così que' due cattivi uomini, degni di un infame patibolo, ripigliarono il dominio del regno, per essersi dispersi gli armati colla morte del condottiero. L'arcivescovo Valperto andossene dal re Ottone in Germania, implorando la sua venuta, per liberare Milano e l'Italia da coloro. Giovanni XII, sommo pontefice, spedigli dei legati pregandolo di venire, e offrendosi d'incoronarlo imperatore. (961) Scese finalmente in Italia il re Ottone nel 961, e in Milano nella chiesa di Sant'Ambrogio fu solennemente incoronato re d'Italia, e così ce lo descrive Landolfo Seniore.[156] Interea Valperto mysteria divina celebrante, multis episcopis circumstantibus, rex omnia regalia, lanceam, in qua clavus Domini habebatur, et ensem regalem, bipennem, baltheum, clamydem imperialem, omnesque regias vestes super altare beati Ambrosii deposuit.... Valpertus, magnanimus archiepiscopus, omnibus regalibus indumentis, cum manipulo subdiaconi, corona superimposita, astantibus beati Ambrosii suffraganeis universis, multisque ducibus atque marchionibus, decentissime, et mirifice Ottonem regem, collaudatum et per omnia confirmatum, induit, atque perunxit. Ho riferito le parole istesse di Landolfo, che scriveva circa un secolo dopo, acciocchè si veda che nessuna menzione in quei tempi si faceva della corona ferrea, come nemmeno se ne trova cenno nelle precedute incoronazioni dei re d'Italia; e parimenti le ho riferite per dar luogo a riflettere che i suffraganei si chiamano beati Ambrosii, non già Barnabae apostoli. Il Muratori ha scritto da quel gran maestro che egli era, per disingannare sulla corona ferrea. Altri hanno dissertato sopra la seconda opinione. E l'una e l'altra di queste opinioni sono state immaginate molto tempo dopo di Ottone, la incoronazione del quale è probabilmente la prima che siasi fatta in Milano; non potendosi chiamare incoronazione quella fatta pure in Sant'Ambrogio sedici anni prima, quando il giovane Lotario vi fu proclamato. Forse non si fece questa solenne incoronazione in Pavia nella chiesa di San Michele, come era costume, perchè il palazzo reale era stato distrutto da Berengario, siccome accenna il conte Giulini, appoggiato al testimonio di alcuni scrittori.
Da Milano passò a Roma Ottone, che ben si merita il nome di Grande. L'arcivescovo Valperto lo presentò al papa[157], da cui venne incoronato augusto nel 962. Appena celebrata questa sacra cerimonia se ne venne l'imperatore a Pavia; Berengario e Adalberto stavano ricoverati nel forte castello di San Leone. Villa, donna crudele e degna moglie di Berengario, erasi appiattata nell'isola di San Giulio sul lago d'Orta: Ottone assediò l'isola, fece prigioniera la regina, e poi che l'ebbe, la fece nobilmente scortare fino al castello di San Leone, e la lasciò al marito. Due anni dopo si dovette rendere alle armi di Ottone Augusto anche San Leone; e allora Berengario e la moglie furono relegati nella Germania. La generosa e mite condotta del saggio augusto merita rispetto e lode. Egli dovette in Roma usare del rigore. Volle esserne il padrone; nè entrerò io ad esaminarne i titoli. L'amor nazionale ha forse dettata al chiarissimo Muratori la disapprovazione ch'ei ne fa. Io onoro quel gran maestro; ma nelle azioni di Ottone vi è sempre un non so che di grande e di generoso che le abbellisce; e s'egli voleva comandare agli uomini oltre i limiti, almeno convien confessare ch'egli era degno di un tal comando. Sotto di lui la zecca di Milano ha battuto moneta, ed io ne ho nella mia collezione. Il cronista Sassone, pubblicato dall'Eccart, dice che Ottone:[158] Mediolanenses subjugans, monetam iis innovavit, qui nummi usque hodie Ottelini dicuntur. Vi è chi ha opinato che la nuova moneta fosse di cuoio[159]; ma la moneta è di argento buono, simile a quello delle monete di Ugone e di Lotario, scodellata come quelle, e perciò innovavit potrebbe intendersi o per avere posta in azione la zecca, o per averla collocata in nuovo sito, e forse quello antichissimo che diede il nome alla vicina chiesa alla Moneta, dove quell'officina si è conservata per più di otto secoli sino all'anno 1778. Nulla di più ci somministra la storia di Milano sotto di Ottone I, che morì l'anno 973, nè sotto il di lui figlio Ottone II, che fu pure augusto e regnò sulle tracce del padre. Sotto due regni attivi e rispettati, nulla poteva somministrarci la storia d'una città la quale non influiva nel regno italico se non colla sagacità dell'arcivescovo metropolitano; importantissima sotto un monarca debole, e annullata sotto di un vigoroso. Durante la dominazione di Ottone I e di Ottone II per lo spazio di ventidue anni, sino al 983, Milano obbedì e rimase tranquilla. Morì Ottone II in Roma, e colla di lui morte ritornò l'anarchia per quasi sei anni, nei quali non si riconobbe verun re, giacchè il fanciullo Ottone III era il soggetto delle dispute in Germania fra chi voleva essergli tutore, e gli Italiani non conoscevano loro sovrano se non quello che fosse stato incoronato re d'Italia in Italia. Le carte di quell'epoca portano la data dell'incarnazione senza nominare il sovrano, siccome era e fu per lungo tempo il costume. Venne in Italia poi l'imperatrice Teofania correggente, e madre del giovine Ottone; il quale, coll'opera di lei, fu riconosciuto per sovrano: poi venne in Roma incoronato imperatore nel 996 da Brunone, ch'ei fece papa ed ebbe nome Gregorio V. L'imperatore Ottone III, contenendo l'ambizione dell'arcivescovo, soddisfaceva la di lui vanità, quando, nel 1001, lo destinò suo ambasciatore all'imperial Corte di Costantinopoli per ricercare agli augusti Costantino e Basilio la principessa Elena in isposa. Descrive Landolfo quest'ambasciata, ed io lo farò colle parole di lui:[160] Archiepiscopus, magno ducatum militum stipatus, quos pellibus martullinis, aut cibillinis, aut rhenonibus variis, et hermellinis ornaverat, quibus imperator mirifice eum imbuerat, si portò alla corte di Costantinopoli e si presentò ai greci augusti:[161] Episcopalibus indumentis ornatus cum stola, sine qua nunquam foris, aut in civitate, ullis negotiis intervenientibus, aut perturbantibus, esse solitus fuit...... et ab ipso admirabili monarcha magna susceptus honorificentia, satis episcopaliter conversatus est. L'ambasciata doveva essere pomposa. Era un augusto che la spediva ad un augusto, per una inchiesta solenne di nozze. Si vede che il lusso allora era nelle pellicce. Fra gli ornamenti vescovili ancora non eravi la mitra; e l'arcivescovo andava abitualmente vestito co' suoi paramenti, come appunto continuano a praticare i sommi pontefici colla stola, che non depongono mai. Fu consegnata all'arcivescovo la sposa; ma, giunto egli a Bari, nel 1002, colla principessa, intese la morte seguita poco prima di Ottone II, per cui Elena rimase vedova prima di conoscere lo sposo. A quest'ambasciata, sostenuta dal nostro arcivescovo Arnolfo, siamo debitori del famoso serpente di bronzo, che tuttavia resta collocato sopra di una colonna in Sant'Ambrogio. Non è cosa nuova nei monarchi di premiare e ricompensare con donativi, il valore dei quali non pregiudichi l'erario. Il serpente di bronzo fu donato dal tesoro di Costantinopoli, facendo credere al buon arcivescovo, che fosse il medesimo che Mosè innalzò nel deserto; e con questa bella antichità fu rimeritato della enorme spesa che fece.
Morto appena Ottone III, frettolosamente si radunarono in Pavia alcuni signori italiani, e ventiquattro giorni dopo la di lui morte proclamarono re d'Italia Arduino, marchese d'Ivrea; e tosto venne incoronato nella chiesa di San Michele in Pavia. L'arcivescovo era assente per l'ambasciata, e quando ritornossene a Milano portossegli incontro il nuovo re, e fece di tutto per renderselo amico[162]. Il regno degli Ottoni, vigoroso e assoluto, aveva mossi i magnati d'Italia a crearsi un re debole ed italiano, sebbene d'una famiglia che non aveva dato che re malvagi. Questo Arduino per dodici anni sostenne la contrastata figura di re d'Italia, scacciato ogni volta che vennero i Tedeschi, e nel 1015 terminò la scena col farsi frate e morire. I Milanesi non erano contenti di questo re Arduino, o perchè eletto senza aspettare l'opera dell'arcivescovo, ovvero per l'odiosa memoria di Berengario, marchese d'Ivrea, e questa memoria non era lontana che di quarantanni. L'arcivescovo era del partito di Enrico, che era fatto re di Germania; ma cautamente si conduceva a seconda del tempo[163]. Venne Enrico nell'Italia nel 1004, e in Pavia fu incoronato re d'Italia, e da noi chiamasi Enrico I; e Ditmaro c'insegna che venne in Milano il nuovo re,[164] Sanctissimi praesulis Ambrosi amore. Tutte le carte che ci rimangono negli archivi, da quel giorno, portano il nome di Enrico I re d'Italia; dal che vedesi che, sebbene Arduino, partito il re Enrico, ripigliasse in gran parte il dominio d'Italia, Milano si mantenne fedele ad Enrico. Enrico fu, nel 1014, incoronato imperatore dal sommo pontefice Benedetto VIII, e cessò di vivere nel 1024. La memoria la più importante che ci resta di lui, è la legge ch'ei pubblicò nel 1021 per proibire ai sacerdoti il vivere colla moglie, mosso a ciò da un concilio tenutosi a questo fine in Pavia[165]. Allora la chiesa ambrosiana non vietava le nozze al clero; ne vedremo in seguito la crisi, che riuscì assai crudele. Il conte Giulini, seguendo la traccia di altri autori, chiama costumanza concubinato, e i sacerdoti ammogliati concubinarii: io credo che sia più conveniente voce quella di matrimonio e di ammogliati; perchè nel nostro linguaggio comune le prime parole significano una unione conosciuta illegittima da quei medesimi che la contraggono, e le unioni credute legittime chiamansi matrimoni anche fra gli ebrei e fra i pagani. Livia viene chiamata moglie di Augusto; Ottavia moglie di Nerone; Domitilla moglie di Vespasiano, e così diciamo di ogni unione d'uomo con donna, creduta e sostenuta e dai contraenti e nella opinione della loro città per legittima. Il celibato, a cui la Chiesa ha sublimato i misteri dell'altare, allora non era così generalmente osservato. I sacerdoti milanesi, come nel rito, così anche rispetto al celibato, si accostavano alla disciplina della chiesa greca. Disputarono, come vedremo, per conservare questa facoltà di ritenere la moglie. Dico ritenere, poichè il rito non permetteva ad alcun sacerdote di ammogliarsi e continuare nell'ufficio sacerdotale; ma unicamente concedeva agli ammogliati d'essere ordinati sacerdoti, e continuare a vivere colle loro legittime mogli; e perciò credo che sia un dovere di non macchiarli coll'odioso nome di concubinari: non già perchè io preferisca l'antica alla vigente disciplina, ma perchè l'imparzialità della storia mi determina a così fare. Questo concilio ebbe alla testa il sommo pontefice Benedetto VIII, che vi è sottoscritto, e dopo lui vi è immediatamente l'arcivescovo Ariberto:[166] Sanctae mediolanensis ecclesiae archiepiscopus, così egli si qualificò, nè gli altri vescovi chiamarono santa la loro chiesa. Ma l'arcivescovo non si prese molta briga perchè fossero questi decreti nella sua diocesi ben eseguiti, dice il conte Giulini[167].
Quest'arcivescovo Ariberto merita un luogo assai distinto nella Storia di Milano. Gli scrittori per lo più lo nominano Heribertus; ma egli si sottoscriveva Aribertus, e così lo chiama il conte Giulini, come io pure lo nominerò. Se Ansperto arcivescovo ebbe idee tanto generose e grandi da restituire le mura diroccate della patria e munirla di robusta difesa; opera degna d'un sovrano, e che eccedeva le forze e la comune inspezione d'un sacro pastore; Ariberto nacque a tempo per rianimare la patria, dargli colla sua indole ardita e grande un risalto ed una considerazione che ella conservò dappoi. Se noi risguardiamo questi due illustri cittadini come arcivescovi, certamente dobbiamo confessare che essi non professarono quella dolce mansuetudine e quel distacco dalle cose mondane che formano la base delle virtù di un ecclesiastico: ma se gli risguardiamo come due cittadini ricchissimi, costituiti in una eminente dignità, che, profittando delle occasioni, sacrificarono le ricchezze, il riposo, e cimentarono valorosamente la vita per la gloria e l'amore della patria, che ad essi debbe il suo risorgimento, siamo costretti a ricordarli con una tenera venerazione. Ariberto era stato creato arcivescovo nel 1018, e nel corso di ventisette anni ch'egli occupò questa sede, Milano diventò la città precipua della Lombardia, e in questo primato si mantenne poi sempre in appresso. Da Uraja ad Ariberto passarono appunto i cinque secoli di depressione per Milano. Ariberto da Antimiamo era, nel 1007, suddiacono della santa chiesa milanese, cioè cardinalis de ordine, dal che ne venne il vocabolo di ordinario, nome che conservano tuttavia i canonici maggiori della metropolitana. Egli era allora custode della chiesa di Galliano, che era capo di pieve in quel tempo. Cinque anni dopo che fu fatto arcivescovo, eresse uno spedale pe' poveri al luogo ove trovavansi, non ha guari, le monache Turchine, lo dotò di molti e vasti poderi propri: de nostris proprietatibus, come egli dice, e assegnò il fondo per mantenervi ad assisterlo e regolarlo dodici monaci, i quali dovessero osservare la regola di san Benedetto[168]. Sanno gli eruditi che i monaci allora erano subordinati all'arcivescovo di Milano, come ogni altro ecclesiastico[169], e che i monasteri per lo più avevano uno spedale vicino, in cui dai monaci si albergavano e nodrivano i poveri. Questo monastero era presso la basilica di San Dionisio. Morto Enrico Augusto senza figli nella Germania, fugli eletto per successore Corrado il Salico, duca di Franconia. I signori italiani, invitati, non comparvero in Germania, ma si radunarono in Pavia per passare alla elezione d'un re. Era tanto combattuta la dignità reale nell'Italia, che non potevasi mantenere senza una incessante forza; e perciò il re di Francia Roberto, il duca d'Aquitania Guglielmo, e qualche altro principe, cui venne offerta la corona italica, non vollero accettarla. Era il regno nuovamente nello stato di anarchia, quando l'arcivescovo Ariberto:[170] Suorum comparium declinans Heribertus consortium, invitis illis, ac repugnantibus adiit Germaniam, solus ipse regem electurus teutonicum, così ce lo rappresenta Arnolfo, nostro milanese, scrittore di quel secolo[171], dal che vedesi abbastanza il carattere deciso e intraprendente di Ariberto, che non si curava dei pari; e posto che doveva avere un re da riconoscere per suo sovrano, voleva averlo ei solo in qualche modo trascelto, e che a lui dovesse la sua corona. Wippone, cappellano del re Corrado, scrive questo arrivo dell'arcivescovo in Costanza, ove trovavasi il re Corrado, al quale dice che Ariberto promise che, tosto che fosse venuto in Italia, l'avrebbe acclamato e incoronato re:[172] Ipse eum reciperet, et cum omnibus suis ad dominum et regem publice laudaret, statimque coronaret; il che gli promise con giuramento e col pegno di ostaggi. Questo produsse che il nuovo re concedette all'arcivescovo:[173] Praeter dona quamplurima, Laudensem episcopatum; ut sicut consacraverat, similiter investiret episcopum; e con ciò oltre il diritto, che era del metropolitano, di consacrare il vescovo suffraganeo, venne donato ad Ariberto il dritto di investitura, ossia di collocare al possesso della dignità e dei beni il nuovo vescovo: dritto che in que' tempi pretendevasi dal sovrano, non come un semplice placet, ma come una investitura, la quale cagionò poi gravi sconcerti e guerre fatali fra il sacerdozio e l'Impero. Forse questo dono fatto al nostro arcivescovo, che in qualche modo gli dava la sovranità sopra di Lodi, fu cagione funesta dell'abuso che i Milanesi fecero della loro potenza ad esterminio de' Lodigiani, da che ne vennero fatali conseguenze per noi medesimi. Che che ne sia, l'arcivescovo, al dire del citato Arnolfo,[174] rediens securus in omnibus, totam suis legationibus evertit Italiam, alios re, alios spe benevolos faciens. Tale era il carattere di quell'uomo, fatto o per rovinare, o per innalzare sè stesso. Ariberto incoronò in Milano Corrado l'anno 1026[175], o almeno assai convincenti sono le ragioni per crederlo. Venne Corrado poi, l'anno dopo, coronato imperatore in Roma dal sommo pontefice Giovanni XIX. L'arcivescovo era ricco e splendido a segno, che per più settimane alloggiò signorilmente il nuovo augusto e le sua corte a spese proprie, poi gli somministrò l'aiuto per soggiogare i Pavesi, che ricusavano di riconoscerlo. Partitosene l'imperator Corrado verso Germania, Ariberto dispoticamente elesse un nuovo vescovo di Lodi; e sul rifiuto che i Lodigiani fecero di accettarlo, mosse verso Lodi alla testa di un numero d'armati bastante per costringere, siccome fece, i Lodigiani a riconoscerlo ed obbedirgli. In quei tempi non era cosa insolita di veder dei vescovi nelle armate: merita però riflessione il fatto di Ariberto, che tanta forza e autorità si era acquistata da potere da sè fare la guerra[176]. I Pavesi e i Lodigiani così diventarono nemici dei Milanesi.
(1028) Un fatto accaduto circa questo tempo, cioè nel 1028, merita di essere riferito, perchè ci dà idea dei tempi e del carattere di Ariberto. S'era sparsa voce che nel castello di Monforte, nella diocesi di Asti, vi fosse celata una nuova setta di eretici. Glabro dice che questa eresia approvava i riti de' pagani e de' giudei[177], quasi che fossero componibili i due riti dell'unità di Dio e del politeismo, della detestazione e del culto degli idoli. Landolfo il Vecchio dice che, interrogati questi eretici, rispondevano di essere pronti ad ogni patimento; che amavano la virginità e vivevano castamente sino colle loro mogli; non mangiavano mai carne; digiunavano, e si distribuivano le orazioni in guisa che nessuna ora del giorno vi fosse in cui non offrissero a Dio le loro preghiere; che avevano i loro beni in comune; credevano nel Padre, nel Figliuolo e nello Spirito Santo; tenevano che vi fosse una podestà in terra di legare e di sciogliere; e riverivano i libri del nuovo e del vecchio Testamento, i sacri canoni. Così essi professavano la loro fede[178]. Molti marchesi e vescovi e signori erano comparsi colle armi, per sottomettere quel castello di Monforte, ma inutilmente. L'arcivescovo Ariberto, girando, per la sua giurisdizione, sulle diocesi dei vescovi suoi suffraganei, scortato da militi valorosissimi[179], sebbene ascoltasse da Gariardo, uno dei pretesi eretici, la professione di fede nella maniera che ho detto, credette di penetrare la malignità di quelle espressioni. Si posero loro in bocca molti sentimenti eterodossi sopra i santi misteri della Trinità e della Incarnazione; e si volle che, fra gli altri errori, coloro credessero che il matrimonio fosse cosa riprovabile, e che anche senza veruna opera di uomo sarebbero nati i fanciulli e continuato il genere umano. Ogni lettore che preferisca la verità alla opinione, giudichi se sia mai possibile che un ceto di uomini adotti e professi una tale dottrina! Certo è però che gli abitatori del castello di Monforte vennero in buon numero presi dai militi dell'arcivescovo, e tradotti a Milano insieme colla contessa di Monforte, signora del castello; e l'arcivescovo tentò di convertirli col mezzo di ecclesiastiche e pie persone, ma ciò non riuscendo, i primati della nostra città, temendo, dice il conte Giulini[180], che non si spargesse più largamente il veleno, alzata da una parte una croce e dall'altra acceso un gran fuoco, fecero venire tutti gli eretici, e loro proposero l'inevitabil partito, o di gettarsi a piè della croce, e confessando i loro errori, abbracciare la dottrina cattolica, o di gettarsi nelle fiamme. Ne seguì che alcuni si appigliarono al primo progetto; ma gli altri, ch'erano la maggior parte, copertisi il volto colle mani, corsero nel fuoco da cui furono miseramente consumati; al che aggiunge Landolfo il Vecchio, che un tal fallo accadesse per volere dei primati,[181] Heriberto nolente. In quei tempi il glorioso nostro sant'Ambrogio non si dipingeva punto in atto feroce e con uno staffile nella mano; nè si credeva che avesse contrastato al sovrano, nè perseguitato gli eretici seguaci di Ario. Si sapeva che il santo vescovo aveva pazientemente sofferta la persecuzione del principe; e aveva tollerati con carità e mansuetudine i suoi fratelli, che traviavano nella fede; e a Dio, padrone di tutto, supplice offeriva le sue preghiere, acciocchè misericordiosamente gli richiamasse alla strada della vita, senza adoperare egli altre armi o suggestioni, che la parola che persuade, l'esempio che persuade ancor più, e la fraterna compassionevole affezione, colla quale si distinse quel beato nostro pastore. L'orgogliosa ambizione di sovraneggiare persino le idee, coprendosi col manto d'un religioso zelo, ha introdotta la persecuzione, la violenza, i roghi, i quali non hanno distrutto giammai il fanatismo, ma attizzandolo anzi, l'hanno alimentato, e resi irreconciliabili gli eterodossi. L'umanità, la dolce insinuazione, la pazienza disarmano gli avversarii, e li richiamano a venerare il vero Dio con mansuetudine, con pace, colla benevolenza e coll'esercizio della virtù. Io mi sono prefisso di non considerare Ariberto come arcivescovo. Come uomo pubblico, cittadino, soldato, politico, egli ha saputo rendersi padrone di quella rôcca, il che invano altri aveva tentato; e il suo cuore ricusò di approvare l'atto ingiusto e crudele del supplizio. Vi è molto anche da dubitare se veramente quegli infelici fossero in errore nel dogma. Mi pare incredibile l'errore di fisica sulla generazione. Mi sembra assurdo l'altro errore, loro imputato, cioè che fosse loro opinione dannarsi ciascuno se non moriva fra i tormenti. Ripugna poi affatto al buon senso il costume che volevasi loro attribuire, cioè che violentemente uccidessero i loro confratelli allorchè gravemente erano ammalati. Se ci fosse rimasto qualche scritto in cui alcuno di questi infelici avesse rappresentata la causa propria, saremmo un po' meglio informati della verità. Forse erano costoro cristiani più pii e segregati dalla depravazione generale, e per ciò perseguitati. San Pietro Damiano, che viveva in quel secolo, così scriveva:[182] ad tantam faecem quotidie semetipso deterior mundus devolvitur, ut non solum cujuslibet sive saecularis sive ecclesiasticae conditionis ordo a statu suo collapsus jaceat, sed etiam ipsa monastica disciplina, solo tenus, ut ita dixerim, reclinata, ab assueta illa altitudinis suae perfectione languescat. Periit pudor, honestas evanuit, religio cecidit, et veluti facta agmine, omnium sanctarum virtutum turba procul abscessit[183]. Così quel santo descriveva i costumi di quei tempi infelici. Il supplizio adunque dei nominati abitatori di Monforte fu certamente atroce e poco cristiano; l'errore se vi fosse, è cosa dubbia. Così leggiamo che dai pagani si trattassero i martiri; ma così non si legge che gli apostoli dilatassero la santa e mansueta religione di Cristo. Questa però è la prima memoria e la più antica di persecuzioni e patiboli adoperati dai cristiani per causa di religione; e mi dispiace che questo primo esempio, che nei secoli posteriori è stato seguíto da tanti altri funesti, sia stato dato in Milano l'anno 1028.
Frattanto che l'imperatore Corrado dimorava lontano dall'Italia, la potenza d'Ariberto andava ogni dì crescendo, e la città si avvezzava sempre più a considerare l'arcivescovo come il capo della Repubblica. A tanto giunse il potere di Ariberto, che, unitosi con Bonifacio, marchese di Toscana, formarono un esercito, e, sormontato il gran San Bernardo, si portarono in vicinanza del Rodano ad unirsi all'armata dell'imperatore Corrado, che pretendeva il regno della Borgogna, occupato da Odone, duca di Sciampagna. Wippo attesta il luogo in cui quest'aiuto venne ad unirsi all'imperatore, e i nemici furono sconfitti rimanendo il regno a Corrado; di che ne fa una menzione distinta lo storico nostro Arnolfo[184]. Poi, ritornato Ariberto alla patria, sempre più militare ed animoso, avvenne che un buon numero di militi milanesi, malcontenti di lui, cercarono il modo di contenerlo; e, memori della violenza usata da Ariberto contro i Lodigiani, passarono a Lodi, ed eccitarono quanti più poterono a prendere le armi e seco loro unirsi per fiaccare la potenza di lui. Ariberto andò incontro a costoro, avendo fra i suoi anche altri vescovi suffraganei. Seguì una zuffa assai ostinata, e il partito dell'arcivescovo rimase con poco vantaggio, e fra gli altri uccisi si annoverò il vescovo di Asti, suo suffraganeo, che rimase sul campo[185]. Venne poi l'imperator Corrado in Italia nel 1037, e si portò a Milano. Cosa veramente gli accadesse non lo sappiamo; si parla dagli autori di inquietudine sofferta, di tumulto popolare. Quanto sappiam di certo si è che quell'augusto ben tosto portossi a Pavia, dove l'arcivescovo Ariberto lo raggiunse. Ma, sia che quell'augusto avesse attribuito ad Ariberto la poca sicurezza ritrovata in Milano, sia che l'arcivescovo usasse di un tuono poco rispettoso e sommesso, la storia c'insegna che Ariberto ivi fu arrestato, e sotto buona scorta trasportato a Piacenza prigioniero. Io non trovo difficoltà a credere che realmente Ariberto non fosse contento che in Milano soggiornasse un uomo maggiore di lui; che egli indirettamente potesse aver fomentata la licenza del popolo per farne patire l'imperatore; e che, confidando sull'autorità che possedeva, o sulla illusione del principe, si presentasse a lui a Pavia con sicurezza. A custodire il prigioniere Ariberto l'imperatore aveva destinati i suoi più fidi, ai quali l'arcivescovo offrì una lauta cena, abbondante singolarmente di scelti vini. I custodi cedettero alla ghiottoneria, e la secondarono sino alla ubbriachezza; e questo era appunto lo stato al quale aveva pensato di ridurli l'arcivescovo per sottrarsi, come fece, alla loro custodia. Così egli ricuperò la sua libertà, e cautamente portossi a Milano, accolto dalla città con somma allegrezza. Poichè Corrado intese il fatto, si mosse, e alla testa de' suoi s'accostò a Milano per farne l'assedio, ad oggetto singolarmente di riavere l'arcivescovo in suo potere; ma i tempi erano assai cambiati. Milano non era più la città spopolata, distrutta e languente; era[186] maxima multitudine munita, come ci attesta Wippo; e i Milanesi gli andarono incontro, e più volte si azzuffarono con gl'imperiali. Tutti i tentativi dell'imperatore riuscirono vani; ei potè devastare i campi e le ville: ma dovette abbandonare il pensiero di aver Milano. La collera dell'imperatore scelse allora un'altra specie di guerra. Pensò egli di deporre l'arcivescovo Ariberto, e nominò Ambrogio prete cardinale della santa chiesa milanese in sua vece: forse credendo che alla città medesima, stanca per avventura della dominazione di Ariberto, piacer dovesse la nuova scelta; ma nessuno de' cittadini da questa novità fu commosso[187]. Vedendo riuscir vano il colpo, un altro ne rimaneva da provare, ed era di animare il sommo pontefice contro dell'arcivescovo; e Corrado perciò portossi a Roma, e indusse Benedetto XI a scomunicare Ariberto: ma nemmeno perciò l'arcivescovo cambiò punto pensiero o sistema[188], e quindi Corrado il Salico abbandonò l'Italia, e nella Germania poco dopo cessò di vivere nel 1039.
Rimase così quasi sovrano Ariberto alla testa della sua città. Enrico, figlio di Corrado, era stato già proclamato re di Germania. Ho accennato che, dopo l'infeudazione fatta da Ottone in Berengario e Adalberto, i re di Germania credevano che l'Italia fosse una parte della loro corona; e gli Italiani diversamente credevano che il loro fosse un regno distinto, e che non si acquistasse se non colla proclamazione e incoronazione in Italia. Prima che non seguisse la incoronazione, le carte milanesi non facevano menzione alcuna del re. Il re Enrico fu poi imperatore, e fu il secondo che ne assumesse il titolo, e da noi perciò chiamasi Enrico II, sebbene gli oltramontani lo chiamino III. Enrico era lontano; e l'impazienza del carattere facendo sembrare noioso il tempo della tranquillità, disgraziatamente animò i Milanesi ad una guerra civile fra i nobili e la plebe. Questo primo germe di discordia non si estinse mai più, sebbene per intervalli venisse sopito. Tutta la storia seguente ne farà testimonio. L'arcivescovo era alla testa del partito de' nobili, come quasi sempre lo furono gli altri suoi successori. La cosa è assai naturale, perchè i cardinali erano scelti fra le più nobili famiglie, e l'arcivescovo era trascelto dal loro numero. La plebe era trattata con molta durezza dai nobili. La nazione aveva già preso un'educazione militare, e questa ha per solo rapporto fra un uomo e l'altro il comando e l'obbedienza. Un resto ancora rimaneva di servitù longobarda, per cui un nobile era proprietario di molti uomini. I costumi erano ancora agresti, e spiravano il secolo di ferro. La plebe, che aveva col suo sangue contribuito anch'essa a difendere la patria, non poteva soffrire di vedersi così non curata e depressa cessato che fu il pericolo. La plebe di Roma abbandonò la patria e si ricoverò sul monte Sacro. Convien confessare che quella di Milano trovò uno spediente migliore; poichè invece ella scacciò dalla città l'arcivescovo e tutti i nobili: e ciò avvenne l'anno 1042. Per più di due anni continui si mantennero i plebei ben muniti e difesi in Milano; tentando incessantemente i nobili, a per assedio o per sorpresa, di rientrarvi; e sempre rispinti colla loro peggio. Vi volle un giusto timore che il re Enrico approfittasse di questa discordia, per riunire almeno in apparenza gli animi e calmare i partiti. L'arcivescovo Ariberto, nel 1045, finì la sua gloriosa carriera. Mentre egli era ammalato e vicino a morte, Uberto, fedele suo milite, mostravasi afflitto; e l'arcivescovo placidamente lo consolò dicendogli: Io vado sicuro ai piedi di Sant'Ambrogio, tuo e mio padre. Landolfo Seniore ci descrive la religiosa pietà del nostro Ariberto:[189] Convocatis sacerdotibus et diaconis, summa cum devotione omnium peccatorum poenitentia accepta, atque confessione coram omnibus facta, atque absolutione a sacerdotibus per impositionem manuum, Spiritu Sancto cooperante, donata, Sanctam Eucharistiam humiliter ac devote suscipit[190], e poco dopo morì: uomo che nel carattere ebbe molta grandezza; buon soldato, buon principe; aveva i costumi e la religione de' suoi tempi; egli nacque opportunamente per la sua gloria e per rianimare la sua patria, che dall'epoca sua può contare il vero suo risorgimento.